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 Alla scoperta di Solov'ev

Alla scoperta di Solov'ev

di Andrea Monda. Il teologo svizzero Hans Urs von Balthasar, che secondo il collega francese Henri De Lubac è stato “l’uomo più colto del secolo”, definì una volta Vladimir Solov’ev, equiparandolo a Tommaso d’Aquino “il più grande artefice di ordine e di organizzazione nella storia del pensiero”. Il genio profondissimo e poliedrico del pensatore russo, per oltre un secolo quasi totalmente obliato sia dentro che fuori la Russia comunista, nonostante il revival conosciuto alla fine dell’impero sovietico, non è diffusissimo in Italia e nemmeno questo 2003, che segna il 150^ anniversario della nascita avvenuta a Mosca il 16 gennaio 1853, ha lasciato grandi tracce se non fosse, tra le altre cose, per la recente uscita di uno dei saggi più importanti di Solov’ev, Il significato dell’amore pubblicato dalla Edilibri di Milano. Scritto nel 1892, a seguito anche dell’infelice passione amorosa per Sof’ja Michailovna Martynova (che definirà “fredda, perfida, ninfa”), questo trattato riassume molti dei temi cari al pensatore moscovita, genio multiforme, poeta, profeta-visionario, filosofo dell’integralità della conoscenza, precursore del simbolismo russo, cantore della Sapienza Divina (Sofia) e della Bellezza. In particolare su questo aspetto ha molto da dire il saggio del 1892 che ha ispirato tanti artisti, da Aleksandr Blok a Boris Pasternak. In Italia massimo studioso di Solov’ev è Adriano Dell’Asta, docente di Lingua e Letteratura Russa all’Università Cattolica di Milano che cura e traduce ormai da anni le sue opere e con il suo aiuto ci addentriamo nel “labirinto-Solov’ev” che ricomprende molti percorsi, da quello puramente letterario a quello speculativo, da quello teologico a quello estetico. “In questo saggio sul significato dell’amore, Solov’ev si sofferma sulla relazione della coppia uomo-donna”, osserva Dell’Asta “per dire che l’amore tra l’uomo e la donna costituisce la forma dell’amore: non è semplicemente un aspetto tra gli altri nella vita degli esseri umani, ma il luogo in cui l’umano può essere con maggiore chiarezza messo di fronte al problema della propria verità come essere creato ad immagine di Dio.” D. In particolare, Solov’ev si occupa anche del tema della “corporeità” del rapporto, e della sessualità. R. Esattamente. Ma per Solov’ëv, la sessualità, non appare come un deplorevole prodotto della caduta, quanto piuttosto è un originario che la caduta avrebbe semmai depotenziato, attenuandone, sviandone o sminuendone la potenza unitiva. La corporeità e la differenza sessuale, lungi dall’essere abbandonate all’insensatezza di un puro biologismo animale o dall’essere ridotte ad un mero passaggio obbligato in attesa di una pura spiritualità incorporea, sono una via privilegiata in quella vocazione all’unità che costituisce l’umanità e che pone l’uomo e la donna in una relazione che è stata definita dal Patriarca di Venezia Angelo Scola con l’espressione di «reciprocità asimmetrica». D. Asimmetrica in che senso? R. Da una parte la reciprocità sta ad indicare che non esiste l’io senza il tu, l’uno senza l’altro, mentre dall’altra l’asimmetria è dovuta al fatto che questa relazione non è riducibile ad una pura complementarietà (secondo il mito platonico del Convito, ad esempio), perché l’altro, che pur mi è essenziale, resta e deve restare irriducibilmente altro, pena la fine della possibilità stessa dell’amore. In questo senso, da ultimo, la reciprocità asimmetrica, che definisce la relazione unitiva tra l’uomo e la donna, indica sempre un ulteriore, irriducibile livello di alterità, la cui manifestazione compiuta è propriamente il figlio, non la semplice procreazione di un altro individuo o esemplare della specie umana, ma l’apparizione di un’altra persona, anch’essa ad immagine di Dio e quindi, ancora una volta, irriducibile. Si parla spesso di Solov’ev come di un profeta. Che vuol dire? La modernità che Solov’ëv dimostra nella reinterpretazione della questione dell’amore caratterizza anche più in generale tutta la sua impostazione filosofica, teologica e artistica; questo genio morto prematuramente nel 1900 a soli 47 anni è da questo punto di vista un genio propriamente profetico. Egli ha anticipato, per esempio, il simbolismo russo così come l’attuale movimento ecumenico, ma per spiegare questa dimensione profetica dovremmo soffermarci molto sulla sua biografia perché come tutti i profeti egli ha vissuto ciò che professava. D. Facciamolo pure, anche perché il suo rapporto con la fede e con le due chiese, quella russa e quella cattolica, è quanto mai interessante. R. Da posizioni inizialmente anticattoliche, verso i trent’anni Solov’ëv si avvicina progressivamente alla chiesa di Roma e a proporla come centro della cristianità universale e come luogo di un’unità che non deve essere né creata dal nulla né subita come un’imposizione ma semplicemente riconosciuta e offerta a tutto il mondo: è il cosiddetto periodo teocratico, in cui la preoccupazione centrale è quella ecumenica, tesa a ricercare l’unità della Chiesa. Questa sua vicinanza al cattolicesimo gli alienò molti favori e parecchie amicizie. La seconda metà della sua vita la passa in un sempre più grande isolamento (causa anche di una condizione di forte povertà economica) perché, a parte alcune amicizie solide e altamente significative, Solov'ev è ormai guardato con sospetto da tutti i partiti contrapposti: mentre slavofili e occidentalisti non sanno mai cosa attendersi dalla sua libertà di giudizio, in ambito ecclesiale le simpatie cattoliche gli attirano forti ostilità, non compensate, per altro, dal sostegno di chi si aspettava che il filosofo si convertisse semplicemente al cattolicesimo. Nonostante questa tensione, che si ripercuote sempre più anche sullo stato fisico, sono anni di lavoro intensissimo e fecondo, non ostacolato neppure dalla generosità con cui profonde tempo e denaro (quel poco che riesce a guadagnare con gli scritti) per aiutare chiunque gli si rivolga. Negli ultimi anni continua e si approfondisce il lavoro sull’estetica e sull’amore, che trova un nuovo respiro con la rinascita di una vocazione poetica che aveva già fatto di Solov’ëv il capofila del simbolismo; vengono riprese le tematiche squisitamente filosofiche, con la Filosofia teoretica e continua il lavoro per l’unità della Chiesa, che culmina in un gesto altamente profetico e da pochi capito: nel 1896, pur continuando a professarsi ortodosso, Solov’ëv riceve la comunione da un sacerdote cattolico. D. Su Solov’ev si è parlato anche di visioni e di fenomeni inquietanti… R. In effetti, accanto a questo tipo di attività e di comportamenti, che rendono la sua esistenza ancor più tesa, nell’ultimo periodo vi sono strani episodi, con apparizioni demoniache che lo preoccupano profondamente; non gli impediscono tuttavia di lavorare con la solita intensità. D. …forse è a causa di questi fenomeni che verso la fine scrive il suo libro più famoso, “Il racconto dell’Anticristo”? R. In realtà questo racconto è stato lungamente meditato e già nel 1893 se ne trova traccia nell’epistolario. Negli ultimi tre anni Solov’ev fa programmi che dovrebbero occuparlo per diversi decenni ancora, ma intanto la salute dà segni sempre maggiori di cedimento anche perché, oltre a questa immensa mole di lavoro, non rinuncia né al suo stile di vita quasi monastico né a intrattenere rapporti che lo costringono quasi regolarmente a lavorare di notte. E’ in queste condizioni che, quasi presentendo la morte e la tragedia che sta per abbattersi sul suo paese, arriva così all’ultima opera, i Tre dialoghi con il Racconto dell’Anticristo, nel quale dà voce con una sensibilità apocalittica ad una coscienza che lo aveva sempre accompagnato, quella della presenza attiva del male nel mondo. È una presenza, però, della cui sconfitta finale non dubita, essendo tuttavia altrettanto certo che il carattere catastrofico o meno di questa sconfitta è affidato alla responsabilità dell’uomo; l’esito finale del Racconto, infatti, secondo le parole dello stesso Solov’ëv, non è né «la catastrofe dell’universo» né la passiva ritirata dell’umanità fuori della storia, ma «l’apparizione, l’apoteosi e la rovina dell’Anticristo» determinata appunto dalla fedeltà a Cristo di un piccolo resto di veri credenti. Il vero centro del Racconto, come di tutta la vita e di tutto il sistema di Solov’ëv, risulta così ancora una volta Cristo, l’unica forza capace di vincere il male e di impedire che il bene fatto dall’uomo vada perso o venga tradito. Di Lui, proprio poco prima di cominciare a scrivere sull’Anticristo, Solov’ëv aveva detto in una delle sue poesie più famose: «È qui Egli adesso; e tra l’effimera vanità, nel torente torbido delle ansie della vita, tu possiedi un segreto onnigioioso: impotente è il male, ed eterni noi siamo: Dio è con noi». D. In che senso Solov’ev è un precursore dell’attuale fenomeno ecumenico? R. Nel senso che egli sviluppa, nella teoria come nella propria esistenza pratica, una sensibilità ed un disegno ecumenico non riducendo i rapporti tra le diverse confessioni cristiane a una mera operazione di conquista dell’altro (la conversione dell’eterodosso), ma neppure trasformandoli in un vago dialogismo nel quale le differenze verrebbero appiattite in nome di un sostanziale indifferentismo, che è anzi una caratteristica del mondo dell’Anticristo: la verità per lui esisteva, ma non era oggetto di un possesso geloso da parte dell’uomo, il quale, anzi, di fronte ad essa, era chiamato piuttosto al compito di una ininterrotta conversione. Ciò di cui Solov’ev mette in guardia, sin dai testi più giovanili, è la “religione universale”, una religione in cui magari si concentrano elementi dei vari diversi credi, ma poi faccia a meno di Cristo. Anche questo mi sembra, purtroppo, molto profetico. D. Parliamo ora di Solov’ev filosofo… R. Come filosofo la sua critica è rivolta sia contro il razionalismo che, culminato nell’idealismo, aveva trasformato tutta la realtà in un mero prodotto del soggetto umano, sia contro l’empirismo che, culminato nel materialismo positivista, aveva trasformato tutta la realtà in un mero oggetto; con queste riduzioni il pensiero moderno aveva però ottenuto di vanificare le sue stesse conquiste: aveva vanificato la scoperta del soggetto, che nell’idealismo aveva perso ogni concretezza, e aveva vanificato la scoperta dell’oggetto, che nel materialismo aveva perso ogni significato non puramente momentaneo e singolare. D. Qual era la terza via proposta da Solov’ev? R. Egli cerca di ritrovare la posizione entro la quale i due termini, soggetto e oggetto, possano ritrovare la propria pienezza, una posizione che lui identificava nel realismo: nella certezza, frutto dell’esperienza, secondo cui non esiste manifestazione, fenomeno, senza qualcosa che si manifesti, non c’è oggetto se non per un soggetto, non c’è pensiero se non pensiero dell’essere. D. Come si concilia il Solov’ev filosofo realista con il Solov’ev filosofo dell’estetica e precursore del simbolismo russo? R. Anche nell’arte rispetto alla dicotomia tra estetismo e arte ideologica, cioè un’arte schiacciata sull’assolutezza del soggetto creatore o un’arte tutta sulla storia e sulle sue leggi, Soloviev contrappone un’arte realista: l’uomo è posto di fronte alla realtà e può solo contemplare. E’ sempre centrale quella certezza che è frutto dell’esperienza, che fa cogliere le cose nella loro presenza, indipendente da me e pure a me affidata; ma si tratta anche di una precisa concezione della ragione che supera la divisione, da lei stessa generata, tra idealismo soggettivo e materialismo dogmatico, e scopre di non essere lei a creare la realtà e di ricevere invece tutto il proprio contenuto da altre sfere, senza che questo significhi che essa verrebbe per ciò stesso a subire questo contenuto in una sorta di dogmatismo della fattualità nel quale l’uomo si lascia schiacciare dalla pura presenza delle cose. Lo stesso realismo, per quanto possa sembrare paradossale, fa di Solov’ëv il capofila del simbolismo russo; ma il paradosso si spiega non appena si pensi che uno dei grandi simbolisti russi e forse il più acuto teorico di questo movimento, Vjačeslav Ivanov, lo aveva definito con la formula «a realibus ad realiora», dalle cose reali a cose più reali: non si trattava affatto di una fuga decadente dalla realtà, ma di una lotta per la sua consistenza e per la sua verità. D. Solov’ev un innamorato di Cristo come Dostoevskij? R. Forse anche di più. In un mondo fatto di discorsi astratti o di pure esperienze intime, Solov’ëv trovava quella consistenza della realtà nella persona di Cristo, in un cristianesimo la cui originalità consisteva nel fatto di essere irriducibile a tutti i sistemi religiosi e filosofici precedenti. “Se esaminiamo tutto il contenuto teoretico e morale della dottrina di Cristo nel Vangelo” scrive Solov’ev, “vediamo che l’unica cosa nuova specificamente diversa da tutte le altre religioni è l’insegnamento di Cristo su se stesso, la sua dichiarazione di essere la verità viva incarnata: “Io sono la via, la verità e la vita; chi crede in me avrà la vita eterna”. Perciò se cerchiamo il contenuto caratteristico del cristianesimo nell’insegnamento di Cristo dobbiamo riconoscere che questo contenuto si riduce anche qui a Cristo stesso». Una verità molte volte espressa, molto poco assimilata, quella del Crocifisso e della verità crocifissa, ma una verità incredibilmente attuale anche oggi, in un mondo che non sa trovare altra verità se non quella della violenza o di un’assenza di verità che, in ultima analisi, è la definitiva affermazione del diritto del più forte. Vladimir Solov’ev Il significato dell'amore Introduzione e traduzione di Adriano Dell’Asta Edilibri – Pag.144 Euro 12,50

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