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 Angela Barlotti: una bibliotecaria all'attacco

Angela Barlotti: una bibliotecaria all'attacco

di Stas' Gawronski Quando è nato il tuo desiderio di entrare in carcere e di mettere al servizio dei detenuti la tua esperienza di bibliotecaria? Nel 1992 come volontaria del Ceis per il gruppo di sostegno ai genitori di ragazzi con problemi di dipendenze. Li portavo all’interno del carcere per fargli conoscere da vicino la realtà della detenzione e ne approfittavo per donare ai detenuti alcuni libri presi nello scaffale di casa mia (e di cui mai avrei pensato di potermi privare considerando il mio morboso attaccamento ai libri). Invece mi sono ritrovata a donarli con gioia ai ragazzi “dentro” e a condividere con loro le impressioni della lettura, a parlarne durante i colloqui e attraverso le numerose lettere ricevute dai detenuti in quel periodo, lettere che ancora conservo gelosamente in una raccolta intitolata “Catene di luce”. Il primo testo che mi venne chiesto fu “A livella” di Totò, seguito da “Il compimento dell’amore” di Musil. Poi, a un certo punto, il tuo impegno di volontaria è diventato quello di bibliotecaria in carcere per conto di un’ente locale… Entrai in carcere in veste istituzionale dopo la pubblicazione del manifesto UNESCO del 1995 diretto alla Biblioteca pubblica, in qualità di bibliotecaria della Provincia di Ravenna che già da anni portava libri agli anziani nelle case di riposo, negli stabilimenti balneari e nei saloni di parrucchieri e che ha potuto, finalmente, avviare, dove non esistono, servizi di biblioteca. Tutto è iniziato con la sottoscrizione di una convenzione tra la Provincia di Ravenna, il Ministero di Giustizia e la Regione Emilia Romagna, la quale promuove il servizio di biblioteca in carcere, prevede la figura del bibliotecario in carcere e invita a organizzare corsi di formazione per detenuti-bibliotecari. Questi corsi generarono polemiche all’interno della categoria dei bibliotecari che non ammettevano altre figure che le loro. Cercai di spiegare che i corsi in carcere erano finalizzati alla conoscenza della biblioteca e non solo al mestiere di bibliotecario perché questa conoscenza deve essere trasmessa da detenuto a detenuto, da carcere a carcere. Ho tenuto personalmente i corsi e ho insegnato la storia delle biblioteche e del libro, le regole minime di catalogazione, i cataloghi, i periodici, i prestiti e tutto ciò che serve per avviare un servizio che, comunque, deve essere coordinato da figure diverse dal detenuto, persone che abbiano i contatti con l’esterno necessari per far vivere la biblioteca. Cosa ti proponi nella tua attività? Da presuntuosa, vorrei realizzare una rete di biblioteche in carcere e inserirle a pieno titolo nella rete bibliotecaria italiana, possibilmente on-line, in modo da rendere stabile la biblioteca e i suoi servizi, contribuendo a farla conoscere al mondo esterno. E poi di aggregare le ludoteche nella rete delle biblioteche, considerata l’importanza che queste hanno nel mantenimento del nucleo familiare che deve vivere o condividere il carcere. Quali sono le maggiori difficoltà che hai dovuto o che devi continuamente superare per raggiungere e coinvolgere i detenuti? I detenuti sono utenti meravigliosi, disponibili a tutto ciò che offre il servizio biblioteca. I libri, ma anche gli incontri con gli autori, sono momenti di evasione sia per i detenuti italiani che per quelli stranieri. Questi ultimi chiedono di poter leggere quotidiani e libri nella lingua dei loro Paesi d’origine. Purtroppo il carcere ha regole rigide che vanno rispettate e non è sempre facile l’accesso alla biblioteca e alle attività di animazione. Occorre coordinare con il personale dell’istituto l’orario di accesso che, se la biblioteca è collocata in un punto facilmente accessibile, è molto ampio. Ultimamente il “carrello-biblioteca” con i libri che circolano nelle celle come il cibo permette alla biblioteca di reclamizzare i suoi prodotti anche al detenuto che non può raggiungerla. Qual è stata la tua maggiore soddisfazione in questo tuo impegno volto a portare libri ai detenuti? La conoscenza dei detenuti italiani e stranieri e degli agenti di polizia penitenziaria come lettori assidui ed esigenti, e anche come partecipanti ai laboratori di lettura e scrittura. Ognuno di loro mi ha permesso di incontrare mondi e vite diverse dalla mia. Ho imparato a rispettare il lavoro di persone che indossano, a volte loro malgrado, una divisa, gli agenti di polizia penitenziaria, i quali come afferma un Ispettore della Casa Circondariale di Rimini, sono costretti a chiudere a chiave e a perquisire esseri umani. Ho scoperto e amato autori che non avevo considerato prima, come gli scrittori arabi e africani, condividendone la passione coi detenuti e le detenute. Soprattutto ho messo da parte qualsiasi sentimento vittimistico che, a contatto con vere sofferenze e privazioni umane, mi ha fatto vergognare di me stessa. Qual è la risposta dei detenuti? In che modi si coinvolgono nel progetto? Il detenuto che ha avuto contatti col servizio biblioteca in carcere, quando viene trasferito (e succede spesso), porta con sé il desiderio di trovare lo stesso servizio negli istituti che lo “ospitano” e, se non esiste, chiede che venga realizzato. Spesso il detenuto indica la sottoscritta come riferimento per avviare la biblioteca. La “contaminazione” dell’utilizzo della biblioteca in carcere, per voce dei detenuti, ne ha permesso la disseminazione sul territorio nazionale. I detenuti sono le “api” delle biblioteche in carcere. I detenuti e le detenute che possono accedere ai servizi di una biblioteca ne hanno un beneficio anche in termini di promozione della salute e del benessere personale (salutogenesi) o addirittura come strumento di terapia. In altri Paesi la “Biblioterapia” viene finanziata dagli stessi Governi perché riconosciuta uno strumento valido per la terapia rivolta a persone che soffrono i mali causati dalla detenzione. Esiste la figura del detenuto “bibliotecario”? Si, è un bibliotecario che, oltre alle competenze di base di bibliotecario, ha il vantaggio di conoscere perfettamente il pianeta carcere e, quindi, ha la sensibilità necessaria per andare incontro ai “desiderata” degli utenti della biblioteca. Il suo impegno è anche per aumentare le accessioni con l’aiuto degli educatori e dei bibliotecari esterni al carcere. Certo non è un professionista dei cataloghi, in quanto non conosce perfettamente le regole di catalogazione, ma a questo si può ovviare con il catalogo on line SeBiNa dove molte opere sono già catalogate ed è sufficiente catturare il record catalografico corretto e collocare i documenti negli scaffali. Fin dal 1995 ho organizzato a Rimini, Ravenna e Forlì corsi sulla figura del “bibliotecario in carcere” rivolti ai detenuti, agli agenti di Polizia Penitenziaria e agli educatori. Qual è la risposta e il coinvolgimento delle guardie carcerarie? Superiore a tutte le aspettative, nel senso che hanno chiesto di avere il servizio di biblioteca anche per gli agenti. Inoltre le guardie partecipano attivamente agli incontri con gli autori che vengono organizzati all’interno degli istituti di pena, nonostante i problemi dovuti ai turni pesanti e al lavoro che devono sostenere. In fondo condividono in gran parte le difficoltà di un carcere con i detenuti. Hai portato ai detenuti anche la testimonianza di lettori importanti come il Cardinal Tonini o persone che hanno animato dei reading. Cosa si aspettano i detenuti da un libro o da qualcuno che legge loro una poesia o un racconto? I detenuti amano la poesia e questa scoperta in un luogo che così poco rappresenta la poesia mi ha stupita e emozionata fin dal primo incontro con il poeta dello Zaire Kama Kamanda, un poeta che ho conosciuto proprio grazie a un detenuto che mi regalò i versi da lui preferiti e che porto ancora con me: Le idee mangiate dalle termiti – lasciano nella polvere – ogni messaggio d’addio . L’alba in preda ai tormenti – ha più rimorsi della mia anima . Ah! Impotenza di mortale. Ho sulle mie terre – ereditato più cimiteri che templi. Come cambia la realtà nei diversi carceri a proposito di biblioteche e quanto la creazione di una biblioteca dipende dalla cultura di chi amministra l’istituto di pena? Fino a qualche anno fa non era facile far comprendere a chi prende le decisioni “fuori” e “dentro” il carcere il significato del Manifesto UNESCO che sollecita la creazione di biblioteche in luoghi insoliti come gli istituti di pena, ma l’introduzione della biblioteca in carcere è un impegno che ormai coinvolge personale del Ministero di Grazia e Giustizia sia centrale che periferico, soprattutto da quando sono stati verificati gli effetti positivi di questi servizi sul comportamento dei detenuti. Ho conosciuto Direttori e Direttrici, così come Ispettori, Comandanti ed Educatori di istituti di Pena che hanno una grande sensibilità verso le attività di promozione della lettura a beneficio dei detenuti e di tutto il personale. Partecipazione e consapevolezza che purtroppo è minore nei professionisti delle biblioteche fuori dal carcere, molti dei quali sono ancora convinti che i libri in carcere non servano e neppure la biblioteca. Hai organizzato anche dei laboratori di scrittura per detenuti. Come è andata questa esperienza? Molti laboratori condotti sia da me che da esperti hanno visto la grande partecipazione dei detenuti. Gli elaborati prodotti durante un laboratorio di scrittura intitolato “Poetando mi LIB(e)RO” sono stati stampati in formato cartolina così da poter essere spediti a familiari ed amici. I laboratori sono come le ciliegie per cui “una tira l’altra”. La scrittura è importante per i detenuti. E’ uno dei tre mezzi a disposizione per comunicare con l’esterno e con le famiglie. Gli altri mezzi sono i colloqui e le telefonate. La scrittura però non è più solo in lingua italiana e ho dovuto chiedere ai mediatori culturali di partecipare ai laboratori che avevano detenuti iscritti non italiani.

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