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 Biondi: Le nozze di Figaro e Così fan tutte

Biondi: Le nozze di Figaro e Così fan tutte

di Maria Agostinelli D. Le nozze di Figaro inaugura l'incontro artistico tra Lorenzo Da Ponte e Mozart. Ci può tratteggiare in breve la vicenda descritta nell'opera e i suoi personaggi principali? R. La trama, nelle sue linee essenziali, è semplice. Da una parte c’è la coppia di Figaro e Susanna, i due servitori in procinto di sposarsi; dall’altra, il conte Almaviva, loro padrone, che vuole impedire queste nozze perché è innamorato della ragazza. Tuttavia, lo svolgersi della vicenda è alquanto intricato, in quanto la controffensiva studiata dall’astuto Figaro, prima di andare a buon fine, è destinata a passare attraverso vari rovesciamenti di fronte e rocambolesche complicazioni. Non mancano neppure tipiche trovate del teatro comico: gli scambi di persona, i travestimenti e, perfino, l’agnizione che porta allo scioglimento finale (qui si scopre addirittura che la madre di Figaro è Marcellina, l’attempata governante che pretendeva di sposarlo!). Ma, al di là degli aspetti più farseschi, la vicenda propone anche ombreggiature dolorose che si addensano soprattutto sul personaggio della Contessa, donna profondamente ferita dalla volubilità del marito. Più che un’opera comica, le Nozze sono davvero un’opera “senza aggettivi”, una creazione capace di cogliere la vita nella suoi aspetti più diversi. E a caratterizzare questo complesso universo drammaturgico concorrono tutti i personaggi, anche quelli in apparenza più marginali. Come il paggio Cherubino, adolescente in preda ai suoi primi turbamenti sentimentali ed erotici. Perché anche un personaggio così semplice e ingenuo è parte essenziale di quella grande fenomenologia dell’amore che sono le Nozze di Figaro. D. Cosa rappresenta Le nozze di Figaro all'interno dell’opera mozartiana nel suo complesso? R. Innanzitutto, l’opera è la realizzazione di un grande sogno. Grazie all’incontro con Da Ponte, Mozart trova finalmente quell’ “araba fenice” tanto cercata, cioè un libretto capace di soddisfare in pieno le sue aspirazioni di operista. Inoltre, le Nozze segnano il momento forse più felice della sua carriera, scatenando nel pubblico di Praga un entusiasmo del tutto eccezionale. Ed eccezionale, nell’opera, è anche la fusione di colto e “popolare”, il fatto che la musica ammirata dagli intellettuali sia la stessa che la gente fischietta per le strade della città: insomma, uno di quei rari momenti della storia in cui cielo e terra sembrano davvero toccarsi con un dito. L’opera è una grande sintesi (in questo senso assolutamente “classica”) tra generi diversi, tra opera lirica e musica strumentale. Mozart riprende soluzioni già sperimentate nella musica da camera, sinfonica e concertante, fa confluire in quest’opera un intero universo di esperienze compositive. Gli elementi più astratti del pensiero sonatistico (la forma sonata, l’elaborazione tematica, il contrappunto) vengono messi al servizio di una drammaturgia molto concreta e immediata. D. Ne Le nozze di Figaro pare che la messa in scena teatrale assuma una connotazione essenzialmente giocosa: molti duetti, terzetti, molti concertati, complicati da numerosi personaggi e da un fitto intreccio. Uno stile che ricorda una conversazione scherzosa ma che è anche venato di sottile malinconia. Ci può dire qualcosa riguardo al modo in cui Mozart è riuscito ad adattare la musica alla vicenda di Beaumarchais? R. La commedia di Beaumarchais funziona benissimo così com’è, senza nessun sostegno da parte della musica. Ma è proprio qui che Da Ponte e Mozart mostrano la loro grandezza: il primo perché riesce a ricavare dal testo originale un libretto adatto alle necessità della teatro cantato, il secondo perché sa restituire a questo stesso libretto lo spirito del teatro parlato. Qualsiasi altro operista dell’epoca avrebbe trovato difficoltà quasi insuperabili nel padroneggiare una vicenda così viva e incalzante. Mozart, al contrario, ci si tuffa dentro con entusiasmo, la sfrutta per integrare in modo perfetto il piano scenico e quello musicale. Basta citare il celebrato Finale del II atto, questo enorme arco rappresentativo nel quale la musica non solo evita di rallentare o disturbare la rappresentazione, ma si pone anche come sua essenziale controparte. Qui suono e gesto diventano una cosa sola. Inoltre, in molti momenti dell’opera, la musica aggiunge significati che il testo nasconde o non contiene affatto: come nel perdono finale della Contessa, espresso con un tono di tale tristezza e rassegnazione da smentire il commento stesso dei personaggi (“Ah! tutti contenti / Saremo così”). D. Il titolo Così fan tutte nasce da una frase presa da Le nozze di Figaro, tanto che lo stesso Wagner reputò la prima quasi come una copia meno riuscita della seconda. Qual è invece, secondo lei, la bellezza, la forza di quest'opera? R. Per molto tempo Così fan tutte è rimasta la “cenerentola” della trilogia dapontiana e a sua favore si potevano leggere pochi giudizi isolati (penso, ad esempio, a quello di Richard Strauss). Effettivamente, in questo orientamento ha giocato un ruolo molto negativo un certo filone estetico e storiografico di matrice wagneriana. In tempi recenti (diciamo da trent’anni a questa parte) è iniziata una clamorosa riscoperta dell’ultimo capolavoro comico di Mozart. Da allora, l’opera ha trovato una stabile e prestigiosa collocazione nei cartelloni dei teatri lirici, nella musicologia e nella produzione discografica. Addirittura, si è arrivati a rovesciare il precedente punto di vista, collocando Così fan tutte al vertice della produzione mozartiana. Non mi sembra il caso di stabilire una graduatoria. Credo piuttosto che valga la pena di continuare a interrogarsi sulla profonda diversità di quest’opera rispetto alle due precedenti. Volendo riassumere i suoi tratti salienti, parlerei di un approccio più mediato, di uno “sguardo dall’alto”, ma anche di una comprensione umana, di una consapevolezza del dissidio tra verità e illusione (nell’arte, come nella vita), tali da mettere l’opera al riparo dal rischio di uno sterile gioco estetizzante. L’opera più cinica, paradossale e “costruita” di Mozart risulta, in molti momenti, anche la più vera e commovente. D. Molte sono state le rappresentazioni de Le nozze di Figaro, in passato come oggi. Ce ne può ricordare qualcuna che per lei è stata particolarmente felice? R. Anche in tempi recenti mi è capitato di vedere ottime rappresentazioni di quest’opera (musicalmente così difficile, che Brahms, prima di conoscere l’interpretazione di Mahler, preferiva leggersela a casa, piuttosto che ascoltarla in teatro). Ma vorrei citare un allestimento che ho visto da giovane a Londra e che è rimasto sempre molto vivo nella mia memoria: Le Nozze del 1976 al Covent Garden, con la regia di Jean-Pierre Ponnelle, la direzione di Karl Böhm e un cast con cantanti del calibro di Hermann Prey, Dietrich Fischer-Dieskau, Mirella Freni e Kiri Te Kanawa. A cospetto di certe letture moderne, la direzione di Böhm appare oggi a molti un po’ troppo misurata, se non addirittura noiosa: per me resta invece un bell’esempio di equilibrio ed eleganza. Comunque, il mio direttore mozartiano preferito è il grande Ferenc Fricsay. D. La vicenda descritta in Così fan tutte fu presa da un fatto realmente accaduto e scelta dall'imperatore austriaco in persona. Come visse Mozart questa “imposizione”? R. Difficile dire se questo incarico abbia avuto un carattere di “imposizione”. Forse non è neppure importante stabilirlo. Mozart non appartiene certo alla categoria degli artisti prometeici che dettano a tutti i costi le loro condizioni (vedi Beethoven). Al contrario, quello che in lui appare quasi miracoloso è la capacità di adattarsi a ogni genere di situazione esterna, riuscendo a riscattare e trasfigurare anche quelle meno favorevoli. Lo si vede soprattutto negli ultimi anni, quando uno sostanziale declino di consenso da parte del pubblico lo costringe a scrivere balli di corte o musiche per congegni meccanici. Così fan tutte, ovviamente, non appartiene alla categoria dei lavori d’occasione e neppure a quelli che il musicista avrebbe fatto a meno di comporre. Nel desiderio così intenso che l’amico Haydn vedesse l’opera si legge un grande orgoglio artistico: perché Mozart metteva il giudizio di questo musicista al di sopra di tutto. E non c’è dubbio che il libretto di Cosi fan tutte, qualsiasi sia stata la sua genesi, gli aveva offerto un’ultima e straordinaria opportunità in un genere musicale da lui così amato. D. La musica de Le nozze di Figaro presenta una partitura ricca, in accordo con la vicenda frastagliata. Al contrario la musica di Così fan tutte si adatta ad una storia più schematica e diventa quasi geometrica, tanto che Einstein la paragonò ad una partita a scacchi. Ci può dire qualcosa al riguardo? R. La semplificazione musicale e drammaturgica di Così fan tutte è più apparente che reale. Senza dubbio c’è un tratto fortemente stilizzato, un giocare in modo allusivo e distanziato, quasi cerebrale, con le convenzioni operistiche. E tuttavia, questo non esclude il gesto espressivo intenso e complesso. Qui, più che mai, il dominio della materia compositiva si fa estremamente sottile: quasi una dimostrazione di bravura nel “nascondere l’arte con l’arte”. Come Bach o Beethoven, anche Mozart sviluppa alla fine della sua parabola un “tardo stile” dove costruzione oggettiva e tono soggettivo si intrecciano con straordinaria suggestione: Così fan tutte ne è il migliore esempio. E questo fa sì che una creazione dalle apparenze così disimpegnate possa riassumere in modo emblematico la complessa natura del “dramma giocoso” mozartiano. D. Ci può descrivere il modo in cui Mozart riuscì a drammatizzare e a rendere in musica i personaggi dell'opera e, in caso, ci può fare qualche esempio in proposito? R. Non mi soffermerei su un personaggio in particolare, dato che in Così fan tutte le singole figure hanno connotati forse un po’ più astratti rispetto a quelle di altre opere mozartiane: e ciò vale anche per le donne, presenze altrimenti così vivide di questo teatro. Qui non c’è un’aria femminile paragonabile al “Deh, vieni, non tardar” di Susanna, a quel capolavoro di intimismo psicologico e di poesia interiore che ci introduce al finale delle Nozze. Ma mi sembra che risultati creativi di simile levatura si trovino in brani d’insieme come il Quintetto “Di scrivermi ogni giorno”, il Terzettino “Soave sia il vento”, il Quartetto a canone “E nel tuo, nel mio bicchiero”. In simili momenti, Mozart tocca apici di lirismo e di rapimento estatico che non sembrano avere eguali in tutta la sua musica. E non sembra neanche che la verità del sentimento, così intensamente espressa dalla musica, sia offuscata dalla falsità della situazione (cioè dal fatto che Alfonso e i due giovani stiano solo simulando per mettere alla prova le loro amanti). Anzi, l’elemento della finzione rende ancora più assoluti questi momenti. D. Anche in questo caso, come nel Don Giovanni e ne Le nozze di Figaro, si tratta di una commedia. Però, sia in Don Giovanni che in Così fan tutte, la cornice comica è stemperata nel primo caso dal carattere titanico, “romantico” del protagonista, e nel secondo da un certo cinismo di fondo verso la bontà del genere umano. Ci può dire qualcosa riguardo a questa ambivalenza? R. La comicità, da sempre, implica sempre una messa a nudo dei vizi e delle debolezze umane. Lo stesso succede in Così fan tutte, opera così legata a un ben sperimentato repertorio di convenzioni e di formule teatrali (che, a volte, sembrano citate come tra virgolette). Di solito, però, le opere buffe stemperano l’asprezza della denuncia con l’atteggiamento, in fondo benevolo e tollerante, del “così va il mondo”. Nel caso di Mozart, invece, l’opposizione tra cinismo e bonarietà non viene mediata fino in fondo: la crosta galante dell’opera viene a volte frantumata da punte di autentica crudeltà. Peraltro, la passione e il dramma sono sempre pronte a lacerare il velo della mistificazione e a prendere un carattere del tutto autentico (come nel finale del I atto, al momento del finto suicidio da parte dei due giovani). Non sorprendere che un gioco drammaturgico così ambiguo e sfaccettato sia restato indecifrabile per molto tempo. Il caso del Don Giovanni è molto più semplice: l’Ottocento, ad esempio, poteva interpretare l’accostamento di comico e tragico richiamandosi al modello di Shakespeare. Così fan tutte, invece, dissolve la tradizione da cui proviene e non sembra costruirne un'altra. Ma tra i molti motivi del fascino esercitato da quest’opera c’è appunto anche quello della sua natura assolutamente unica.

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