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 Certificato di esistenza in vita

Certificato di esistenza in vita

di Tullia Fabiani Quando si dice che la letteratura è ‘fare esperienza dell’io e della vita’ il rischio è di rimanere incantati su una definizione suggestiva, ma vaga: una caratterizzazione critica come tante altre la cui veridicità è difficile da verificare o dogmatizzare e perciò sovente lasciata al gusto o alla visione personali. Poi però capita di imbattersi in un testo che prima di ogni altro piacere letterario, dà al lettore la ‘grande occasione’: lo distoglie dall’atmosfera sospesa di una teoria e lo rende presente alla sua storia, corpo, soggetto gravido di esperienza, capace di mutare ed estendere il suo sguardo. Il libro di Geraldina Colotti, scrittrice, redattrice del quotidiano ‘Il manifesto’ condannata a 27 anni di carcere per la sua militanza nelle Brigate Rosse, in tal senso è una opportunità. Venti racconti raccolti in un’antologia, che già nel titolo porta con sé il bisogno di identità umana e la sua negazione. La richiesta di un riconoscimento esistenziale sociale e culturale, che finisce per essere relegato a un Certificato di esistenza in vita, senza il quale non si è. In queste storie i protagonisti affrontano amare prese di coscienza: scontano scelte di vita, ma senza rimpianti verso ciò che non è stato, con la dolente consapevolezza che il perdono rimanga comunque un credito mancante. D: Geraldina, quando hai cominciato a dedicarti alla scrittura narrativa? R: La scrittura – dapprima in forma poetica, poi in prosa -, mi appartiene da sempre. Ho scritto poesie e brevi prose fin da giovanissima. Sono nata a Ventimiglia. Ho avuto un’infanzia solitaria e molto povera, traboccante, però, della natura rigogliosa del Ponente ligure: mare e collina e sguardo di frontiera. D: Parliamo dei racconti: in alcuni l'io narrante è forte e protagonista, in altri scompare lasciando il posto a uno sguardo esterno ma comunque decisivo nella narrazione. Come incide questa differenza sui personaggi? R: Certificato di esistenza in vita è più un romanzo a storie che una successione di racconti. Propone un dentro/fuori spazio temporale (trame del carcere e trame del fuori), ma anche un dentro/fuori dell’individuo proteso fra desiderio di libertà e alienazione, o – se si vuole – il dentro/fuori dell’essere “gettato nel mondo”, sospeso fra necessità e caso. L’incidenza del caso nella Storia è d’altronde un tema che per me ricorre, sia nelle raccolte poetiche, che nella prosa (Per caso ho ucciso la noia – Voland - , Sparge rosas – Piero Manni -, Il segreto – Mondadori). I personaggi, spesso loro malgrado, dopo un incontro o un inciampo inatteso, incappano infatti in qualche strana presa di coscienza dentro cui rivisitano i propri sogni e, seppur senza finale edificante, intravedono un barlume di speranza. Sono figure del post- Novecento, inquiete, incerte o sconfitte, che annaspano in un presente che li esclude o li respinge. Lo sguardo dal dentro o dall’esterno – uno sguardo sempre autoironico e disincantato – vuole anche esprimere il tentativo immediato del linguaggio (del romanzo), sospeso tra Storia e frammento. Il libro è percorso da alcuni temi ricorrenti (alcuni leit motif) che articolano il lascito delle grandi speranze novecentesche: il sogno, la comunicazione fra donne, la comunità alternativa, l’autenticità, l’amore e la passione politica, la scelta e la libertà… D: C’è anche il carcere come topos del libro. Che importanza ha avuto la trasfigurazione letteraria nella tua esperienza autobiografica? R: Il dato reale fa da sfondo all’universo poetico. Il carcere è il “dentro” a cui accennavo prima, il mondo capovolto che mostra la faccia in ombra del nostro esistente. Le storie che racconto, però, per quanto trasfigurate in forma letteraria, sono vere. Il libro è stato anche un modo di portar fuori sguardi e silenzi, volti sfiorati e perduti di tante donne – cifre inerti di statistiche o allarmi massmediatici– che ho conosciuto in carcere e perduto. D: La politica, la memoria, la rivendicazione di senso: come entrano nelle storie che racconti? R: La memoria è parte del presente, spesso ne è motore (a volte ingolfato dalla rimozione o da una visione “complottarda” e dietrologica della Storia). Nel libro – ma anche nelle altre cose che ho scritto -, la memoria è uno dei principali fili conduttori: principalmente si tratta della memoria “dura” (dunque politica) del Novecento, che attraversa i personaggi e a volte li frantuma. D: La lingua narrativa è segnata da accenti lirici. E regolata da una punteggiatura che raramente dà lungo respiro, piuttosto lo spezza. Come hai lavorato su questo stile? R: Anche la lingua è spesso in frammento, a singhiozzo. In generale esprime il tentativo di trattare una materia ancora incandescente – il rimosso degli anni ’70 – vissuto in prima persona, ma anche l’indicibile di chi ha visto il fondo del fondo – come quasi tutti i personaggi del libro – e per questo ne ride o ne ha pudore. D: "Il certificato" è il racconto che dà il titolo al libro. È una storia amara di violenza e solitudine. Gli sbagli producono più condanne che carità umana e i personaggi o si ripiegano su loro stessi, sulle loro vite disfatte, o vagano come 'anime in pena' senza trovare riparo... forse non sono capaci di chiedere davvero aiuto? R: Il certificato di esistenza in vita è un documento burocratico che viene richiesto agli anziani che vanno a ritirare la pensione. Nel caso del protagonista – un vecchio militare dell’aeronautica in pensione – il certificato sembra l’ultima beffa in una vita (un tempo onesta e ordinata) sconvolta da fatti imprevedibili. Il dolore del vecchio, lo stesso tentativo prometeico dei suoi ragazzi e la sconfitta a cui vanno incontro, sono così eccedenti che solo l’irruzione del surreale getta su di loro (sull’essere umano) un velo di pietas. L’immagine di copertina, il quadro di Ben Shahn “Liberation, 1945” racchiude il senso del libro: mostra una giostra di bambini invecchiati sospesi su un cumulo di macerie ma comunque proiettati verso il cielo. I personaggi del romanzo sono figurine sconfitte e spesso mute, ma comunque capaci di un qualche risveglio. D: Quale significato dai all’espressione 'essere prigionieri del proprio ruolo' ? R: Viviamo un presente di maschere e simulacri, che crediamo rassicuranti, mentre sono solo armature inutili e ingombranti. Si è prigionieri del proprio ruolo se si rimane incollati a un’identità asfittica, a un passaporto falso per falsi viaggi di frontiera. D: Nel racconto che chiude il libro, il sogno dei delfini, si parla di una 'clessidra impazzita' e della speranza di un amore che rendesse liberi. Un sogno o un'illusione? Qual è per te la differenza? R: Il sogno dei delfini è una fiaba che condensa i temi dell’intero libro: il tentativo rivoluzionario, la sconfitta, il sogno dell’uomo nuovo nato dal ’68. Oltre il velo della fiaba, dice il racconto, c’è la dura realtà della sconfitta, ma anche l’amore concreto e disilluso che, seppure in trappola e accerchiato, resiste. Per dirla con De André: dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori. Geraldina Colotti Certificato di esistenza in vita Bompiani, 2005 pp. 178, euro 7,50

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