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 Con gli occhi del nemico

Con gli occhi del nemico

di Andrea Monda La storia, si sa, la scrivono i vincitori. I “vinti”, dal troiano Ettore ai Malavoglia verghiani, sono una categoria della letteratura, soggetti cui la storiografia riserva ben poco spazio. Ogni tanto però si trovano dei romanzi, che sono ad un tempo bei romanzi e anche degli ottimi testi di storia. È questo il caso de I fuochi dei Kelt, appena uscito dalla penna di Giovanni D’Alessandro, avvocato pescarese al suo secondo romanzo dopo l’intenso Se un dio pietoso di oltre sette anni fa. La scelta di D’Alessandro è stata a dir poco audace in quanto si è posata sul caso più “classico” di “storia scritta dal vincitore”: il De Bello Gallico di Giulio Cesare e ne ha rovesciato la prospettiva. Non ha raccontato la conquista della Gallia realizzata dalle legioni di Cesare, ma l’occupazione della Gallia subita dai Galli e ha accompagnato il suo racconto con una puntigliosa “glossa”, punto per punto, del testo originale di Cesare (i brani dell’opera latina accompagnano ad intervalli più o meno regolari lo sviluppo del romanzo), una glossa romanzata ma precisa, a tratti poetica ma sempre puntuale, in virtù di una ricostruzione meticolosa e dettagliata di quel mondo e di quel tragico momento storico. Ne è uscito fuori un testo “anfibio” che è appunto vero romanzo ma anche un’occasione per studiare la storia, con altri “occhi” non quelli dei Romani ma dei Galli, anzi, dei Celti, i Kelt come vengono indicati, nel titolo e nell’intero libro, l’insieme di tutte quelle popolazioni che un tempo abitavano i territori dalle Alpi fino alla Manica. L’effetto è simile a quello provato dagli spettatori del cinema americano quando incominciarono a diffondersi film sulla conquista del West che sposavano il punto di vista degli Indiani: non più i trionfi delle giacche azzurre contro i “selvaggi”, i protagonisti non erano più solo i cow-boy ma erano i nativi, le vittime di quell’immane genocidio che segnò la fine di 500 nazioni, tribù, culture, idiomi. In questo senso è emblematica una pagina, un po’ dopo l’inizio del romanzo, che è dedicata alla descrizione dei 100.000 soldati che, guidati dall’arverno Vercingetorige, si trovano a fronteggiare le legioni di Cesare, un vero e proprio “catalogo”: davanti agli occhi del lettore scorrono le decine e decine di popolazioni che l’autore, con una scrittura epica e commossa, ci indica con il loro nome originale, dagli Arwern, “i padroni, con l’insegna della doppia testa di lupo”, agli Haidwen, l’altro grande popolo dei Kelt, e poi ci sono i Seqwen, gli Awlereik del piano e quelli del mare, “con destrieri cresciuti sulla sabbia, dalle folte criniere e code, donate loro dalla dea Epona, perché il vento della corsa abbia gloria in esse”; i Brannweik dalle spade con le impugnature dorate, i Parieis (abitanti di Lutes, l’antica Parigi), gli Ewreik, “che si dice mangino il cuore dei nemici”, i Kleits e i Namneits e Diableits, invincibili arcieri, i Wewsk dal volto dipinto di verde, i Reuten dalla braccia dipinte di rosso, i Krannut, “i più nobili e appartati tra i Kelt, nelle cui foreste si tiene la riunione annuale dei druidi; parlano gli dei, non coi guerrieri degli altri popoli; prima di lanciarsi in battaglia, non gridano, pregano; e non conoscono né la paura, né il sorriso”… E il catalogo continua, appassionato e appassionante, fino ai Belk che combattono i Romani ma non seguono i comandi di Vercingetorige (anzi Werkinketrix), ma che tuttavia “hanno un merito immenso, che li fa apparire degni di onore agli occhi di tutti: sono gli unici ad aver sconfitto finora i Romani”. Alla vividezza, concreta e carnale, con cui D’Alessandro, amandola, ci presenta questa “galleria dei vinti” (e amando soprattutto il protagonista della sua storia, Hocham, l’auriga di un capo Arwern), si contrappone l’alone mitico che circonda il nome e la figura di Cesare, Kaisar, il grande genio militare, il nemico implacabile e invincibile che i Kelt (e quindi i lettore) mai vedono o incontrano di persona. C’è solo un attimo in cui l’incontro sembra poter avvenire, quando i due eserciti si trovano uno di fronte all’altro, divisi solo da un fiume, e i capi dei Kelt riescono a scorgere da lontano l’odiato-stimato nemico: “Kaisar. Tutti i principi guardano nello stesso punto adesso, senza staccare gli occhi da lui. È la prima volta che lo vedono, o meglio che lo intravedono. Ammirano il fatto che parli direttamente agli uomini. Vuol dire che sa infiammarli con le sue parole; alla sua vista infatti s’intensifica il battito degli scudi. …Non è che un uomo a cavallo, vestito da guerriero e per giunta a testa scoperta! È calvo, per quanto si riesce a vedere, dato che la sua guardia lo protegge…” Ma se il mito di Cesare emerge addirittura accresciuto da questo romanzo (che pure non tralascia, dalla prima all’ultima pagina, di descrivere tutte le atrocità della guerra da Cesare voluta e condotta), a D’Alessandro non interessa Cesare, che appunto rimane un’ombra, mitica quanto vaga e lontana; all’autore stanno a cuore i vinti, forse perché consapevole che ogni guerra è una sconfitta, per tutti. La scelta del protagonista è in questo senso emblematica: il protagonista non è il vinto Werkinketrix, il capo dell’esercito dei Kelt e non è nemmeno Werksswellauns, suo cugino e grande capo degli Arwern, ma l’auriga di quest’ultimo, il giovanissimo Hocham, del popolo dei Wellaf, già sottomessi dagli Arwern prima dell’arrivo del conquistatore romano che porrà tutti i Kelt sullo stesso piano della schiavitù. Hocham è un “ultimo”, anzi è l’ultimo tra gli ultimi, un giovane morto “ante diem”; egli appartiene alla “gente meccanica e di piccolo affare” che per Manzoni erano i degni protagonisti della storia che interseca la grande Storia, ma d’altra parte egli è anche un adolescente, uno che ha l’età dalla sua parte, uno che è tutto sogni e futuro e il lettore segue con trepidazione le oscillazioni del suo animo che si muovono di pari passo con le alterne vicende della guerra, le sue ambizioni e le sue illusioni, i suoi amori e i suoi scorni, fino all’ultima sconfitta che finisce per dominare la scena e oscurare la tragica disfatta di Alesia che segnò le sorti dei Kelt di Verkinketrix e dell’intera Gallia. Il finale, in linea con un romanzo “lirico” e cruento, altamente intenso e drammatico, ricorda per umanità e grandiosità i film di Kurosawa e il lettore non può non chiudere con occhi umidi e grati l’ultima pagina di questo romanzo che restituisce alla letteratura italiana ciò di cui essa aveva e ha, da molti anni, urgente bisogno: una storia, una storia vera, grande, ricca di spessore, che come ogni vera storia umana possa stagliarsi anche nell’orizzonte della Storia con la S maiuscola. L'intervista I fuochi dei Kelt è il suo secondo romanzo e come il precedente è un romanzo storico: perchè questa ossessione della storia? L'attualità non l'attira? Oppure parlare di Cesare o del 1700 è un modo per parlare della contemporaneità? Il fatto che I fuochi dei Kelt sia un romanzo storico, come Se un Dio pietoso, è un caso. Quando nel 2004 ho iniziato a scriverlo, come una parentesi in un'altra narrazione, ero infatti impegnato nel romanzo cui sto lavorando ora, ambientato in piena contemporaneità; inoltre nel frattempo avevo scritto vari racconti ambientati al giorno d'oggi. E meno male: se tutti i romanzi richiedessero uno sforzo di documentazione e/o ricreazione (culturale, socioeconomica, organizzativa e soprattutto linguistica) del contesto di altri tempi, finirei per scriverne uno a ogni morte di papa. O per diventare un mezzo storico-saggista. In effetti, ogni romanzo così mi trasforma in un mezzo storico e la cosa rischia di essere... gravis. Scherzi a parte – e per rispondere alla seconda domanda – la dimensione storica crea una "finitudine" del contesto, narrativamente preziosa. Consente infatti a un certo tipo di scrittura di declinarsi nell'hortus conclusus di un’esperienza definita da precise coordinate. Dà quindi allo scrittore un ring, dai lati ben squadrati, dove ingaggiare il suo match mortale con le parole – perché questo è lo scrivere, un combattere – e un numero definito di round in cui svolgere questo combattimento. Senza esclusione di colpi. A parte questo, non c'è alcuna preclusione per la contemporaneità. Anzi. È il mio terreno prediletto. Il suo modo di scrivere romanzi sorprende per la meticolosità della ricostruzione dell'ambiente e del contesto storico in cui è avvenuta la vicenda da lei narrata, una cura "manzoniana" che, nel caso dei Kelt, diventa anche cura della lingua. La precisione del dettaglio non fa correre il rischio di "appesantire" la narrazione? Forse. Non sta a me dirlo. Dalle reazioni dei lettori, appartenenti a target abbastanza diversificati, direi di no. Produce anzi un innamoramento, proprio per la connessione di questa meticolosa rigenerazione contestuale con la "fiction"; ovverosia "della storia con l'invenzione", se si preferisce usare le parole di Alessandro Manzoni. Il quale – si parva licet – veicolava addirittura finti documenti e atti amministrativi, come le gride, nella sua narrazione e a supporto di essa. Comunque sia, il set storico è un terreno minato. Ancora oggi, nei neopeplum cinematografici e letterari, si assiste a cose stridenti, per difetto di documentazione: come i romani in giro per casa con la corazza (che pesava tra i dieci e i quindici kg!); o che montano in sella infilando il piede nella staffa. Non esistevano né sella né staffe, fino al medioevo! Sfido chiunque a trovarne traccia in una scultura della classicità o in un qualunque passo scritto. Insomma, se si parla di un certo mondo, bisogna prima (tentare, quanto più si può, di) conoscerlo, con grande umiltà e dedizione. Ne I fuochi dei Kelt c'è un uso particolarissimo della lingua: l'autore si rivolge al suo protagonista con il "tu", come se gli stesse scrivendo una lunga lettera... perchè ha scelto questo espediente stilistico? È un "tu" evocativo-rievocativo. Richiama a vita i morti. Parlando con Hocham (il giovane protagonista del romanzo), lo scrittore lo rianima. Considera non ancora perduta la sua identità. Non è stato ardito scegliere proprio la guerra gallica, su cui già esisteva un testo della grandezza letteraria come il libro di Cesare? Cesare per altro riesce a non cadere nella trappola della "storia scritta dai vincitori" quindi lei non ha voluto solo riscrivere la storia della conquista della Gallia dal punto di vista dei vinti, o sbaglio? Qual era la sua intenzione? Arditissimo. Non era una guerra qualsiasi. Era una guerra d'importanza fondamentale per la storia della romanità e dell'Occidente. Era una guerra di proporzioni colossali. Era una guerra mitica, rappresentata dalla penna di uno scrittore come Cesare, la quale ha affascinato nel corso dei secoli i più grandi condottieri e strateghi, e ha generato il testo-base di ogni trattatto militare. E tanto per finire di complicare il tutto, quell'eccezionale scrittore ne era anche il vincitore. La dettatura da parte sua del De bello Gallico fu, però, un'operazione auto-agiografica, assolutamente. Fu per lui – una volta tornato a Roma da trionfatore – un'operazione di consolidamento del suo (già altissimo) culto della personalità. Von Clausewitz diceva che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Per Cesare vale il contrario: la politica è una continuazione della guerra con altri mezzi, culturali, ma non per questo meno aggressivi, rispetto alle forme veterorepubblicane che si avviava a dissolvere, per traghettarle verso il principato. Dunque proprio l'importanza di questa guerra la rendeva funzionale al mio scopo. Mi occorreva una guerra paradigmatica per tutte le guerre. Non è tuttavia una "guerra dalla parte dei Kelt", se non come ottica prescelta per narrare. I Kelt sono spietati e sanguinari quanto i Romani (basti pensare alle scene iniziali e finali del romanzo), perché le logiche della guerra non distinguono tra i contendenti e li omologano su un piano di (necessaria) ferocia. Il protagonista, il giovanissimo Hocham (che è un "vinto al quadrato": già schiavo dei Kelt vincenti, ora sconfitto anche dai Romani) ha qualcosa in comune con Masino, il giovane raccontato ne Se un dio pietoso: tutti e due hanno vite e sogni spezzati sul nascere, sono dei morti "ante diem", inoltre hanno una vita sentimentale turbolenta, in quanto amano donne irraggiungibili. Però se Masino è quasi un fantasma, un'icona, che vive all'ombra del padre Bernardo, qui, al contrario, la grande guerra e la grande storia (con i vari Cesare e Vercingetorige) sono solo "ombre" che lasciano lo spazio al protagonista: il cuore e la mente di Hocham. C'è un nesso tra Hocham e Masino, e questo nesso è la gioventù come sogno, promessa (spezzata)? Sono d’accordo con la sua analisi. Il tema della morte giovane è letterariamente forte. L'amore serve a creare una contrapposizione eros/thanatos. Hocham, come Masino, deve palpitare nella giovinezza, per essere credibile. I suoi romanzi sono un'eccezione rispetto al panorama letterario italiano, anche rispetto ai libri storici che pur esistono e negli ultimi anni magari sono anche aumentati. Lei si sente un outsider? Cosa pensa dell'attuale situazione della letteratura italiana? Di recente Matteo Covacich ha dato il via a un dibattito sul tema: "alla letteratura italiana mancano le storie". Cosa ne pensa? La scrittura è una cosa seria. Una disciplina impegnativa. Rispetto al clownismo di certi autori, direi che sono proprio un outsider, e felice di esserlo. La maggior parte degli autori non è tuttavia composta da clown. Mio proposito sarebbe, piuttosto, di tentare – insieme con tutta questa schiera di outsider – un... insider trading, nel senso positivo del termine, per moralizzare in piccolissima misura la terra desolata della narrativa odierna. Che scrive Covacich? Che mancano le storie? Ha ragione; pochi autori sanno ancora inventare un plot di tenuta. Ma non manca solo quello, che è la base della costruzione; mancano le mura, il tetto e tutto il resto. I libri di narrativa oggi in vendita sono in massima parte illeggibili, in quanto costruzioni sgangherate, in termini di fruibilità e piacere per il lettore. Ritorniamo all'inizio: rifugiarsi nel passato (pur così perfettamente ricostruito) non è un rischio di "escapismo"? Era l'accusa mossa a Tolkien. Come risponde? Io lavoro sullo storico, Tolkien animava una realtà fantastica. Poco "escapica" e molto simbolica. Borges diceva che la letteratura era uno dei nomi della felicità (e indicava in Chesterton e Stevenson alcuni esempi di "incarnazione" di questa affermazione): lei è d'accordo? E quali esempi potrebbe portare per "nominare" la sua felicità? Molto bella la frase di Borges… Forse la letteratura sarebbe uno dei nomi della felicità se ci si potesse dedicare totalmente alla creatività. Non so quanti scrittori possano permetterselo. Comunque, se dipendesse da me, che sono un pigro (costretto all'iperattività), dormirei e viaggerei molto, prima di scrivere. E perderei tempo nell'assenza di propositi e azioni, riscoprendo, dopo anni di trend contrario, un po' d'otium rispetto al nec otium. In effetti anche adesso me le invento tutte per non sedermi davanti al computer. E cercherei di riscoprire la gioia di vivere anche nel fare qualcosa, in più, di utile agli altri, perché questo è il vero sale della felicità terrena.

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