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 Due e' il contrario di uno

Due e' il contrario di uno

di Stas' Gawronski D. Il tuo ultimo libro è dedicato all’esperienza di ritrovarsi improvvisamente in due. Da dove nasce il desiderio di fermare questi momenti e perché questo viaggio nel mistero dell’incontro tra due persone? Guarda e ascolta la risposta R. Tutto nasce da una ostinata permanenza in solitudine. La mia solitudine non è triste, ma molto affollata, molto rumorosa. Mi ci sono sempre trovato bene, ma la possibilità di trovarsi in due, di trovare un’alleanza, un legame – con una donna ad esempio – è la scoperta di una possibilità di intesa, la opportunità di creare una sorta di nodo tra due persone, che non coincide con una saldatura, ma con qualcosa di solubile. D. Da dove nascono le storie di questi incontri? Guarda e ascolta la risposta R. Riguardano strettamente la mia vita. Io racconto solo storie che mi sono capitate o che si sono svolte nei miei paraggi, e dunque non ho la fatica dello scrittore che deve inventare: semplicemente d’improvviso mi ricordo, e questo è il tratto comune di tutte le mie storie. Quello che poi le fa diventare “tante” storie è il fatto che sono recidivo e che continuamente questo nodo si scioglie. D. Il protagonista dei racconti de “Il contrario di uno” è uno che nella vita “va avanti senza riparo”, senza un legame affettivo che possa essere “casa”, come se, alla fine, il richiamo della solitudine sia piú forte. E' cosi'? Guarda e ascolta la risposta R. La solitudine mi ha sempre accarezzato con una lingua di madre generosa, non mi ha mai fatto sentire delle desolazioni. D. Si avverte una nostalgia di fondo nella voce narrante, come se il presente riuscisse solo a rigenerare il passato e a rievocare l’incanto di attimi che, senza l’essere raccontati, andrebbero persi per sempre. Di che tipo di nostalgia si tratta? Guarda e ascolta la risposta R. Si inizia a scrivere con un proprio ricordo, una propria storia accaduta che improvvisamente torna alla mente. Chi scrive sta di nuovo lì, si trasferisce completamente in quel tempo e con quelle persone intorno. E allora la nostalgia può trasformarsi in un effetto, ma mentre il tutto sta avvenendo è una specie di festa, anche se si tratta di storie brusche, brutali, che finiscono male. Quando riesci a rimettere intorno a te quelle persone di prima è come se dessi alla vita e alle stesse persone, attraverso la scrittura, una seconda possibilità di rincontrarsi: sei una specie di piazza dove i protagonisti di quel momento si incontrano di nuovo. D. Nei tuoi testi, il protagonista spesso si trova in un punto di osservazione del passato che gli consente una lettura critica di quanto ha vissuto. Come gioca la memoria nella tua scrittura? Guarda e ascolta la risposta R. La mia scrittura nasce sempre da un ricordo, e quindi da una cosa che è accaduta. Ma prima devo aver sempre dimenticato. La mia memoria non è frequentabile, non vi ho un accesso diretto come ad un archivio o ad un album di fotografie che posso sfogliare. Sta di là, da un’altra parte. Di tanto in tanto mi concede una reliquia, un rimasuglio di ricordo che io sono contento di prolungare con la scrittura. D. Molti fatti raccontati in queste pagine sono episodi della tua partecipazione alle lotte sociali dal sessantotto in poi. E’ possibile raccontare la ribellione verso i mali del sistema sociale e della cultura dominante non solo come lotta di moltitudini e conflitto di idee, ma come esperienza profondamente umana che, al di lá della storia con la S maiuscola e delle idee, modella la personalità e la storia delle singole persone? Guarda e ascolta la risposta R. Per ciò che riguarda quelli della mia generazione il sentimento fondante – da un punto di vista politico - è stato quello della vergogna per ciò che succedeva intorno. Un sentimento di responsabilità verso quello che stava accadendo non a noi, alle persone di quella età, ma in giro per il mondo. E dunque anche un sentimento di collera e una volontà di risposta. In quanto ad educazione sentimentale, quella generazione è stata unita più dal sentimento dell’ingiustizia e della lesione dei diritti che dall’amore. Un sentimento di vergogna verso i poteri costituiti che ammettevano questa ingiustizia e questa lesione. D. C’è spazio per la speranza nei tuoi racconti o la vita si risolve ne “la notte di ognuno che porta il corpo in una cripta magazzino finale” e in un tempo in cui le età si susseguono come “maglie di catena”? Guarda e ascolta la risposta R. A me non piace la parola speranza. La speranza che, come dicevano i latini, è l’ultima dea, è anche ciò che ti fa stare fermo, in attesa, che ti fa aspettare, che ti dà un tempo di inciampo e di intralcio perché intanto speri che qualcos’altro indipendente da te faccia avvenire qualcosa. Io non amo la speranza e non amo le attese. D. Non ami le attese e infatti i protagonisti dei tuoi libri non si fermano mai... Guarda e ascolta la risposta R. E’ proprio colpa mia: non sono mai stato capace di fermarmi. Ma molto di più ho sentito di intralciare il cammino di qualcun altro. Quindi c’è stato anche il sentimento di farsi da parte. D. Anche nella lettura di un testo di narrativa avviene un incontro. Si crea un’alleanza tra l’autore del testo e il lettore che “crede” a quanto viene narrato. Legami si creano anche tra i personaggi e il lettore. Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori durante la scrittura? Quale il rapporto negli incontri pubblici come questo di stasera? Guarda e ascolta la risposta R. La scrittura prevede la distanza. Uno sta da una parte – in una sua stanza, in un suo tempo – e qualcun altro leggerà - magari una generazione dopo, un secolo dopo, mesi dopo, dipende dal libro che ha preso in mano – quello che il primo ha scritto a distanza di tempo e luogo. Questa distanza è prescritta, ci vuole, e così funziona la comunicazione. Perché la comunicazione è un ponte, uno scavalcare la distanza di tempo. Io sono più lettore che scrittore e, parlando in questa veste, dico che il lettore “compie” l’opera di libro, lo porta a finitura, persino nel caso di un capolavoro come Guerra e pace. Il singolo lettore trasferisce il libro nella propria intimità e lo fa diventare una parte del proprio tempo. Dunque, nel momento in cui lo legge, combina la propria vita con quella storia lì. Si fa tenere compagnia e nel frattempo infetta quel libro con la sua lettura. Come lettore sono abbastanza esigente: pretendo che quel libro mi porti via con sé. Quando si presenta un’occasione come quella di stasera (il reading de Il contrario di uno, n.d.r.) questa distanza viene annullata: io sono lì, responsabile di quello che ho scritto, delle mie storie, dei fatti miei, e di fronte ci sono delle persone che le stanno ascoltando. Ecco, questo è il contrario della lettura, ed è una cosa assolutamente abusiva che commetto deliberatamente. Riesco a trovare qualche risposta, qualche “ricevuta di ritorno” da parte di un lettore quando lo incontro in una sala a parlar di libri: allora lui dice qualcosa a me, mi dà una sua testimonianza di qualcosa che gli importava, che lo ha ferito o che lo ha commosso. In quel momento riesco ad avere qualcosa indietro. Ma in una serata come questa io sto sovraccaricando, approfittando però di una scena teatrale che smaltisce la mia presenza insieme alle musiche e alle immagini, ad una comunità che si forma attorno a questo ascolto. D. Uno dei tuoi personaggi afferma: “Mi hai messo in bocca tutte le parole”. Non è questo ció che fa uno scrittore nel momento in cui, attraverso la propria interpretazione della vita, schiude orizzonti al lettore e questi, a loro volta, diventano parola? Guarda e ascolta la risposta R. I miei testi non so nemmeno se sono racconti, romanzi o novelle: ancora non so dire esattamente di che roba si tratti. Sono delle storie, sono abbastanza dei fatti miei. Il mio compito di scrittura, dal mio punto di vista, è di scrivere quelle pagine nella maniera migliore che mi è possibile. Quindi avere la responsabilità di qualità nei miei confronti: meglio di così non so fare questa storia. Devo avere tale consapevolezza prima di consegnarla, congedarla, affidarla. E poi il mio compito è quello di tenere compagnia con la mia storia ad un’altra persona, che è lontana e che la sta portando con sé nel suo tempo migliore, o se la porta in treno per difendersi dal suo viaggio quotidiano, oppure se la porta in ospedale, o anche in una cella di prigione, o in viaggio, o in vacanza. Insomma, sta sprecando il suo tempo migliore – quello in cui vuole stare da solo, appartato per farsi raccontare una storia – con me, sta collegando il suo tempo con una storia mia. In qualche occasione ho la possibilità - vedendo le facce delle persone, incontrando, parlando – di sapere chi sono. D. Alcuni critici hanno detto delle tue traduzioni di alcuni libri della Bibbia che i testi, pur rivelando un coinvolgimento forte del traduttore, soffrono di una patina estetizzante che rischia di smorzare, velare o addirittura nascondere il senso profondo dei testi. Come rispondi ad una simile critica? Guarda e ascolta la risposta R. Nelle traduzioni dall’ebraico antico, l’italiano per me è una lingua di servizio: sta spiaccicata sotto l’ebraico antico, sotto il suo formato sintattico. Ad esempio, in ebraico antico viene prima il verbo del soggetto, e dunque l’italiano che emerge dalle mie traduzioni è brutto e antiestetico, proprio perché calpestato dall’ebraico antico, dalla sua presenza, dalla sua prepotenza di lingua madre del sacro. L’italiano è una bella lingua morbida e duttile, mantiene elasticità nella formazione della frase e quindi può soffrire bene un’operazione come questa. Il tedesco, ad esempio, sarebbe massacrato da una traduzione di questo genere, perché finirebbe completamente scomposto da una traduzione ultraletterale come quella che faccio io. L’italiano invece si presta. Il mio italiano non è estetico in nessun caso: è deliberatamente, malauguratamente brutto, viene calpestato dall’ebraico. Per me conta, nelle mie traduzioni, rispettare al massimo possibile e dare l’idea migliore di come era la lingua che ha ospitato questa potentissima e catastrofica rivelazione del monoteismo. Monoteismo che piombava in mezzo al luogo più fertile di idoli della terra: il Mediterraneo, ossia il posto di massima invenzione teologica, dove erano presenti tutti gli altari e tutti gli dei. In mezzo a questa anarchia teologica, in questo magnifico politeismo incombe una rivelazione monoteistica che distrugge tutto il resto. Esiste un solo dio e si impianta nel posto più scomodo in cui impiantarsi. Quella lingua contiene la forza, il calco, di questa volontà di imposizione, oltre che di trasporto, di rivelazione, consegna di compiti, affetto, anche amore. D. In “Montedidio” e “Tu mio” i due adolescenti protagonisti della storia sono accompagnati da due figure, Don Raffaniello e Nicola, che, pur non avendo il peso istituzionale di un genitore, sono indispensabili nel loro percorso di maturazione. Credi che ci sia ancora bisogno di maestri? Guarda e ascolta la risposta R. Si, anche fuori della famiglia ci vuole una figura di riferimento verso la quale provare ammirazione. Ammirazione non è invidia. L’invidia ti fa dire: “vorrei essere come quello”, e quindi ti spinge a rubacchiare. Mentre l’ammirazione è sconfinata, è pura, perché sai che non sarai mai come quello. Riesci a godere di ciò che lui ti trasmette senza alcun tornaconto, senza mai pensare che devi essere in competizione o in similitudine, non ti poni proprio come termine di paragone. L’ammirazione è un bellissimo sentimento. Nell’adolescenza serve il colpo di fortuna di avere qualcuno da ammirare così, gratuitamente, e che magari non sta nella tua famiglia. D. Nel tuo racconto intitolato "In alto a sinistra" c'e' un padre con una casa piena di libri . E' forse in quella casa, tra quei libri, che è nato l’Erri De Luca scrittore? Guarda e ascolta la risposta R. Sono debitore dei libri a mio padre: un grandissimo, appassionato lettore. Lettore in quantità e in qualità, che riempiva la casa di libri. Lui non era un letterato, faceva tutt’altro mestiere: si occupava di pomodori. Però era un appassionato di libri. Io dormivo nella stanza dei libri e ho respirato quell’aria, quella polvere, quell’isolamento. I libri sono stati il suo legato. Ho ereditato da lui i libri, la sua passione per leggerli, e dunque mettermi a scrivere le storie mi è sembrato naturale sin da ragazzo. E mi sono tenuto nella migliore compagnia: con la lettura e con la scrittura. D. Quali sono i tuoi principali scrittori di riferimento? Guarda e ascolta la risposta R. L’ho avuto moltissimo nel Pratolini letto da ragazzo. Mio padre non ha mai voluto che io leggessi libri da ragazzi, non me li ha mai comprati: avevo i suoi e potevo leggere i suoi. I libri che lui leggeva allora sono stati importanti, ad esempio gli americani. Lui non leggeva i russi, i russi li ho incontrati molto dopo, ma leggeva molto la storia contemporanea. È toccato a lui e alla generazione di mio padre essere stati contemporanei del più grande massacro della storia dell’umanità, che si è svolto qui in Europa, a casa nostra. Lui voleva conoscere quella storia che era passata addosso alla sua gioventù e che fortunosamente lo aveva scansato dalla sua macchina di distruzione. Era quindi pieno di libri di storia contemporanea. Questa per me è stata una fortuna, perché la storia, quando la studiavamo noi, si fermava molto pudicamente all’inizio del Novecento, si affacciava alla Prima guerra mondiale e taceva sul resto, come se fosse una cosa di cui non si poteva parlare. Aveva a che vedere con una sorta di “pornografia della storia”: quella parte lì non si poteva scoprire. I libri di mio padre mi hanno permesso di scoprire, anzi di scorticare, questa nudità. D. E le sacre scritture? Guarda e ascolta la risposta R. Da moltissimi anni leggo la scrittura sacra. Leggo in ebraico antico. Mi risveglio con quella lingua e mi faccio aprire la testa con delle martellate. Ho un sonno così pesante che ogni mattina mi sembra di avere una resurrezione, e subito avviene questo martellamento attraverso quelle lettere, che mi aprono la testa e che mi preparano al giorno. Io non sono credente: le uso come un grimaldello, una forza di scassinamento di una testa chiusa. Questa è la mia lettura. Al di sotto ce ne sono di minori, di infinitamente minori, ma in ciò è la mia potenza di lettore. D. Che rapporto esiste tra un mestiere molto concreto e faticoso come quello del muratore e l'artigianato della scrittura? Guarda e ascolta la risposta R. Ho fatto per molti anni quel mestiere, che si mangiava tutta la mia giornata e quasi tutte le mie risorse. Per me la scrittura è sempre stata il tempo salvato da quel mestiere, messa a contrappeso di quella giornata, che se ne andava quasi tutta venduta e scaricata in quel modo per necessità. Da una parte restava una nicchia piccola – mezz’ora, quaranta minuti, quello che riuscivo a racimolare alla fine – per coesistere in quel mio tempo migliore, in quel mio tempo salvato. Dunque per me la scrittura non è mai stata un’attività che avuto a che vedere con il lavoro e con i verbi del lavoro. È stato sempre il contrario: il tempo migliore, il tempo salvato dal lavoro. D. Dunque, nella tua esperienza, esiste una netta separazione tra il lavoro del muratore e quello dello scrittore. Nessuna analogia? Guarda e ascolta la risposta R. Ho fatto per tanti anni il muratore, e quando lo facevo mi occupavo di muri: di buttarli giù e di costruirli. Invece scrivere è percorrere, avviarsi in un sentiero e lasciare una traccia che poi qualcun altro potrà seguire. Un’andatura, un’andarsene al largo percorrendo un tratto. Non alzare un muro.

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