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 Ena Marchi: Simenon e la lingua tradotta

Ena Marchi: Simenon e la lingua tradotta

Intervista a Ena Marchi, editor e tratuttrice di George Simenon presso l'editore Adelphi, per scoprire il "dietro le quinte" della sua scrittura.

Di Francesca di Mattia

 

Quando ha incontrato Simenon per la prima volta? Ed è stato un coup de foudre o una conoscenza più dilatata nel tempo?

Ho cominciato a leggere Simenon quando ero ragazzina. Mia madre me lo proibiva, poiché con con la sua pruderie cattolica aveva colto nei grandi volumi raccolti da Mondadori sul commissario Maigret – all’epoca Simenon era Maigret per la maggior parte degli italiani - tutto ciò che vi è di torbido e inquietante in questo autore. Io leggevo i suoi libri di nascosto con il piacere della trasgressione, per cui ho avuto modo di confrontarmi molto presto con il côté sensuale della sua scrittura, proiettata nella figura di Maigret: quando entra in un posto, per esempio, sente subito gli odori, che Simenon abilmente descrive, e questo mi colpiva moltissimo. Ma dopo i dodici-tredici anni ho smesso. Poi sono arrivata in Adelphi, ho cominciato ad occuparmene anche professionalmente, e soprattutto ho cominciato a scoprire Simenon nella sua interezza: ho avuto una folgorazione, per cui ho letto quasi tutto quello che era stato tradotto e molti dei romanzi non ancora tradotti. Me ne restano altri, è chiaro: come dice giustamente lo studioso Jacques Dubois, nessuno può dire di aver letto tutto Simenon.

 

Qual è il lavoro che fa attualmente su Simenon? E quali sono le particolarità linguistiche del francese nei suoi libri?

Il lavoro che faccio è lo stesso che io e i miei colleghi facciamo per tutti gli autori. Ogni volta che dobbiamo pubblicare un libro straniero cerchiamo il traduttore giusto. Non è sempre facile, e per Simenon ancora meno. Il nostro sogno è quello di formare una specie di “squadra di traduttori”, ma è un’impresa non da poco. Abbiamo ereditato Simenon dalla Mondadori, che lo ha pubblicato per cinquant’anni, e non mi pare che dedicasse alle traduzioni una particolare cura editoriale. Di primo acchito, infatti, la scrittura di Simenon è il massimo della trasparenza: si prende sottogamba, invece, la difficoltà nel trasformare questa apparente assenza di stile in una lettura piacevole in italiano: la lingua di Simenon è piena di trappole. Lo scrittore usa moltissime espressioni idiomatiche e ha una sua lingua, piena di idiomatismi propri, che bisogna rendere in modo né piatto né falsato rispetto all’originale. Tutte le traduzioni vengono rilette. Le fasi sono tre: all’inizio c’è una prima revisione della traduzione, che viene fatta da revisori esterni “addestrati” da noi. Poi c’è la lettura delle prime bozze da parte di un redattore interno esperto di Simenon. La terza fase invece è quella della nostra lettura: tutti i romanzi di Simenon (esclusi i Maigret) sono letti da me, mentre dei libri di Maigret ce ne occupiamo io e Giorgio Pinotti, dividendo il lavoro a metà. Il fatto che ci siano delle persone che lavorano da dodici anni su questo autore è una garanzia: noi siamo profondamente impregnati della sua scrittura.

 

Avete compiuto, dunque, una ricerca progressiva sul suo linguaggio.

Direi proprio di sì: un lavoro di acquisizione continua della scrittura di Simenon, quindi anche dell’autore, della sua biografia, dei suoi personaggi. Io convivo quotidianamente con lui. Ma se lo avessi conosciuto e avessi dovuto cenare con lui, non penso che mi sarebbe stato molto simpatico. Facendo questo mestiere ho imparato che gli scrittori è meglio leggerli che frequentarli.

 

Nell’universo di Simenon, ha molta importanza la fase immediatamente precedente la scrittura.

Simenon, com’è noto, aveva la straordinaria capacità di scrivere in fretta, perché si identificava totalmente nei suoi personaggi e scriveva in una sorta di trance. Ma c’è una differenza nel modo di scrivere i romanzi e i libri di Maigret: questi ultimi venivano scritti a macchina, fischiettando, con una certa disinvoltura. La struttura ben definita del giallo – diceva Simenon – costituita dal triangolo delitto-investigatore-assassino, impone delle regole fisse: e quindi, anche se il primo capitolo del libro non è scritto benissimo, è certo che il lettore andrà avanti per sapere come va a finire. Diverso è per il romanzo. In questo caso il processo era più lento. Simenon non partiva da una storia, ma da una sensazione. Il suo era un rituale fisso, codificato. Diceva di non inventare mai niente. Iniziava col mettere insieme cose e persone che aveva conosciuto e situazioni che intrecciava e sovrapponeva, rimescolandone le sfumature e i caratteri. Penso per esempio a quando Monsieur Sim partì per fare dei reportage in Africa, e in due mesi visitò città, villaggi, deserti. Dalle sensazioni che provò nacque un romanzo, quello che pubblicheremo a giugno, intitolato Colpo di luna.

 

E dopo la sensazione iniziale, come continuava il processo di scrittura?

Dopo aver trovato la sua atmosfera, la sensazione, l’intuizione – cosa che gli accadeva spesso durante una passeggiata - tornava a casa e prendeva una grande busta gialla, su cui cominciava a descrivere il suo personaggio. Questo per ragioni scaramantiche, perché fin dal suo primo romanzo aveva fatto così. Ogni volta aveva bisogno di individuare un personaggio-guida, che sarebbe diventato il personaggio centrale del libro. Questi personaggi-guida, anche se sono diversissimi l’uno dall’altro, hanno un grande punto in comune: la struttura è molto simile. Simenon diceva: l’importante è prendere un personaggio, metterlo in una certa situazione e farlo andare ai limiti di sé stesso. Per cominciare doveva trovare il nome adatto, e ci poteva passare delle ore, perché per lui il nome aveva un’importanza fondamentale: che si chiamasse Michel o Joseph faceva una gran differenza. Per questo studiava gli elenchi telefonici. Scriveva tutto di lui, una sorta di biografia dettagliatissima, appuntando anche cose che spesso non entravano nei romanzi: chi erano i nonni, la storia della sua infanzia, il comportamento della madre. Tanti particolari, insomma, che lo definissero nel suo contesto. In seguito decideva il luogo d’ambientazione del romanzo, cercava la piantina della città in questione e si informava sulle strade, i nomi dei ristoranti, le stazioni ferroviarie, i mezzi di trasporto, la disposizione dei monumenti e dei palazzi… una sorta di iperrealismo esasperato. Arrivato a questo punto scriveva a tutta velocità, e si calava totalmente nel personaggio.

 

Una tecnica narrativa molto raffinata.

Assolutamente. E la cosa più impressionante è che, pur partendo da tutti questi elementi realistici, la sua scrittura diventa molto spesso onirica: i suoi personaggi-guida hanno un’ossessione che nel novanta per cento dei casi li porta al delitto e talvolta alla follia. Un’ossessione fatta di stati d’animo, odori, percezioni tattili: un’accumulazione di dati sensoriali che creano la celebre “atmosfera” tipica dei suoi romanzi - Simenon è infatti definito uno scrittore “d’atmosfera”. E nello stesso tempo è uno strano scrittore realista: da una parte racconta fatti concreti, reali, ma poiché il punto di vista è rigorosamente quello del suo personaggio che vede la realtà attraverso i suoi occhi, Simenon ne racconta anche i malesseri, i tormenti, le contraddizioni, i sogni, i deliri. La sua scrittura potrebbe sembrare strettamente connotativa, ma in realtà è una scrittura che sfonda continuamente il realismo, che va oltre il realismo.

 

Tutto questo implica sicuramente una certa difficoltà nella traduzione, a cui lei prima accennava.

Verissimo. Con Simenon non si può sgarrare: se è vero da un lato che usa un lessico abbastanza ristretto (non più di duemila parole), è anche vero che quando sceglie un sostantivo, un aggettivo o quando un personaggio fa un gesto o ha un certo tipo di sguardo, deve essere precisamente e assolutamente quello. A volte si capisce subito, addirittura leggendo il libro solo in italiano, che il traduttore ha frainteso il senso profondo del testo. Questa scrittura così trasparente e semplice è fatta di una scelta “per sottrazione”: una volta scritto il testo, lui interveniva pochissimo. Ma quando lo faceva era per eliminare aggettivi inutili o per sostituire una parola letteraria con una meno letteraria. L’obiettivo costante di Simenon sono quelle che lui chiama le mots-matière, le “parole-materia”, quelle meno ricercate, che abbiano un’eco immediatamente materiale. Vi sono poi altri inconvenienti nella traduzione: in Simenon si trovano espressioni idiomatiche che oggi in francese non si usano più. C’è il problema della scansione: lui non usa mai il punto e virgola, che è la punteggiatura della grande prosa francese - quella di Flaubert e Stendhal -, mentre fa un grande uso dei puntini di sospensione, che non vanno assolutamente eliminati, e dei punti, che accentuano le sue frasi secche: bisogna quindi evitare che i traduttori scrivano lunghi periodi con frasi subordinate.

 

Come si concilia l’aspetto privato del suo essere lettrice di Simenon con l’aspetto professionale? 

Bella domanda. Credo che non vi sia nessuna scissione. Ho la straordinaria fortuna - che non capita spesso per chi fa questo mestiere - di amare moltissimo Simenon e di potermi dedicare a lui anche dal punto di vista professionale. Sono una Simenon-dipendente, sempre contenta di lavorarci, anche dodici ore di fila. Mi ritengo fortunata anche perché sono colei che si occupa della revisione dei suoi romanzi tradotti in italiano, e nello stesso tempo rappresento il “lettore perfetto”: comincio a leggere Simenon e, come il più accanito dei lettori, non riesco più a smettere.

 

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