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 Eredità e attualità di Sant’Agostino

Eredità e attualità di Sant’Agostino

a cura di Andrea Monda Per celebrare la conclusione della monumentale raccolta dell’opera omnia di Sant’Agostino (più di 70 volumi), dopo oltre 38 anni di lavoro, la casa editrice Città Nuova ha organizzato, presso l’Università “La Sapienza” di Roma, un convegno dal titolo “Universalità cristiana e pluralismo delle culture: attualità di Sant’Agostino”. Al centro del dibattito il capolavoro agostiniano: Le Confessioni. L’impatto e l’influenza che questo testo ha esercitato nella storia dell’Occidente sono incalcolabili. Nel Medio Evo forse solo l’Imitazione di Cristo può competere con Agostino, mentre in epoca più recente si possono accostare anche altri testi, ma dalla portata “geografica” comunque molto più limitata, come il Pilgrim Progress di John Bunyan e la Storia di un’anima di S.Teresa di Lisieoux. Con il teologo agostiniano Antonio Lombardi e con Luigi Pizzolato, docente di Letteratura cristiana antica all’Università “Cattolica” di Milano, abbiamo cercato di delinearne la grandezza. Un problema già per niente piccolo è cercare di definire questo testo: è un’autobiografia? Antonio Lombardi: Non si tratta di una vera e propria autobiografia. Con Le Confessioni Sant’Agostino realizza una rilettura della propria vita dall’alto di un approdo, la fede, cercato per anni; una rilettura alla luce di questa fede che illumina retrospettivamente tutta la sua esistenza e la sua vicenda umana. L’unico precedente accostabile è quello dei Vangeli, in cui gli autori rileggono la vicenda di Cristo alla luce della resurrezione, senza per questo omettere gli elementi storici. Stiamo dentro la categoria della teologia della salvezza. Dal punto di vista contenutistico, l’importanza di questo testo è immensa: penso al quesito sottostante l’intero libro: l’uomo è artefice della propria felicità? Penso al rapporto tra Dio e l’uomo, tra la grazia e la libertà. Sono temi che hanno attraversato la storia della teologia e della chiesa: penso alle controversie di Pelagio e a quella della Riforma luterana. Ma penso anche alla storia della letteratura: al Faust di Goethe, alla sua sete di bellezza e felicità, e al curato di Bernanos per cui “Tutto è grazia”. Penso infine all’incipit dedicato al tema dell’inquietudine dell’uomo e all’affermazione dell’interiorità: “in interiore homine habitat veritas”. Luigi Pizzolato: Se la letteratura è arte propria degli animi inquieti allora uno dei padri della letteratura mondiale è proprio Agostino con il suo “cor inquietum”, con cui si aprono Le confessioni, testo che, in effetti, ha avviato un nuovo genere letterario. Un nuovo genere letterario in che senso? Luigi Pizzolato: Non nel senso che prima non c’era chi dialogava con se stesso, ma Agostino fa una cosa nuova: non parla bensì confessa. Oggi s’intende per confessare un parlare al fine di giustificarsi. Ma non è esatto. In Sant’Agostino, più propriamente, confessare è parlare di fronte a Dio, il rivelarsi dell’uomo nella sua nudità. Quindi direi più un auto-accusarsi che un auto-difendersi. La confessione di Sant’Agostino si declina nei tre casi classici: la confessio fidei, cioè la professione di fede; la confessio peccatorum, che si avvicina alla confessione propria del sacramento della penitenza e, infine, la confessio laudis: la lode a Dio perché si è inserito nella storia dell’uomo riscattandola. Ora proprio questa è la più importante, non solo per Sant’Agostino. Le prime due confessioni infatti tendono e sfociano nella terza. Spesso questo è un aspetto che si dimentica. Quindi un atto d’accusa più che di difesa. Se pensiamo ad altri esempi successivi, mi viene in mente Rousseau, abbiamo l’opposto: Rousseau confessa per autogiustificarsi. Agostino invece confessa e racconta come si è comportato per comprendere, definire, descrivere i meccanismi di grazia e peccato. Il binomio grazia-peccato: non sono due categorie alla base di gran parte della letteratura? Luigi Pizzolato: Senz’altro. Ma già Aristotele diceva che il male nell’arte può essere rappresentato e che l’eticità dell’arte non è rappresentare solo il bene, ma al contrario far verità sul bene e sul male. Anche sul male, appunto.

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