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 Estasi e saudade, C. de Caldas Brito

"Estasi e saudade", C. de Caldas Brito

di Claudia Bonadonna Della sua vita in giro per il mondo (da Rio de Janeiro a Roma via Austria e Argentina al seguito del marito italiano), della sua passione per la scienza (è psicologa), della sua urgenza di inventare e raccontare storie (racconti brevi, pièces teatrali, un romanzo di prossima pubblicazione), della malinconia sottile di chi ha lasciato la sua terra, Christiana de Caldas Brito ci dice poco più sotto. Tra le righe - per una volta scritte di suo pugno e non trascritte da una conversazione - ci racconta anche la difficoltà e l’ebbrezza della sfida nel piegare al proprio immaginario un’altra lingua… D. Lei è molte cose: psicologa, narratrice, drammaturga; è nata in Brasile ma vive e lavora a Roma. Mi racconta la sua storia verso la letteratura e verso l'Italia? R. "Essere molte cose" ha un senso solo perché dietro alle tante strade (studi, viaggi, attività differenziate), si nasconde la ricerca di me stessa. Credo di poter affermare che sono finalmente felice nell'identità di scrittrice. È nel narrare che mi sento più libera. Scrivo da quando ero piccola. Sono cresciuta in mezzo ai libri. Mia madre era una scrittrice e giornalista, autrice di vari romanzi e libri di viaggi. Fortunatamente ho vissuto un'infanzia senza televisione. Mamma e nonna raccontavano molte storie a me, mia sorella e mio fratello. Le grandi fiabe europee e brasiliane hanno riempito il mio immaginario infantile. A scuola, nelle elementari, i momenti più belli erano quelli in cui la maestra di portoghese ci metteva davanti ad un "librone" di stoffa, poggiato su un cavalletto, e ci diceva di scrivere una storia basata su una di quelle immagini stampate: scene della vita in campagna o in città, di una famiglia riunita intorno a un tavolo, di animali che correvano in verdi prati, e così via. Per me era una gioia inventare storie. A volte, nel tempo datoci dalla maestra, ne scrivevo più di una. Oggi, in un processo inverso, prima scrivo, poi mi metto ad immaginare come potrebbero essere rappresentati i miei racconti in pagine di stoffa… Sono venuta in Italia per studiare. Ho sposato un italiano e, per ragioni del lavoro di mio marito, ho vissuto in altri paesi: Argentina, Austria... Il destino mi ha riportato in Brasile per alcuni anni, il tempo di diplomarmi in arte drammatica. Sono rientrata a Roma nel 1989 e ho cominciato a scrivere. Era solo per piacere personale e sempre in portoghese. Poi, nel 1995, ho inviato il racconto Ana de Jesus al Concorso Eks&Tra di Rimini. Era la storia di una colf che parlava in una lingua ibrida: il "portuliano". Ho vinto il secondo premio di narrativa. Il racconto è stato pubblicato nell'antologia Le voci dell'arcobaleno (Fara Editore). Tre anni dopo, grazie all'interessamento di Armando Gnisci (professore associato di Letterature comparate presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università La Sapienza di Roma, ndr), usciva il mio libro di racconti Amanda Olinda Azzurra e le altre (Lilith Edizioni, oggi esaurito). Nel 2000 ho pubblicato con le edizioni Il Grappolo La storia di Adelaide e MarcoD. Ha scritto raccolte di racconti brevi e atti unici teatrali. Da dove nasce questa predilezione per la forma breve? R. Non è una scelta. I miei racconti e le pièces teatrali nascono così. Forse dipende dal mio carattere, sono poco paziente e faccio le cose in fretta. Se con poche pagine sento di aver detto quello che volevo, mi fermo. Un buon esercizio, non solo letterario, verso una maggiore corposità e una maggiore pazienza, è stato scrivere un romanzo (attualmente in esame presso una casa editrice). Ha avuto il valore di una sfida. La soddisfazione è stata doppia. D. E perché soprattutto storie di donne? R. Le donne hanno più conflitti, si aprono facilmente alle trasformazioni, vivono con intensità i propri sentimenti. Offrono più spunti ad una narratrice. Non scrivo solo storie di donne, ma mi piace cogliere l'evolversi della donna nella società. Scrivere di donne è anche sviluppare una forma di autoconoscenza. D. Una volta ha detto: "Lo scrittore migrante ha abbandonato tre madri: la madre biologica, la madre terra e la madre lingua." Mi racconta il suo rapporto con quello che lei stessa ha definito "triplo abbandono"? R. Sono tre dolori che vanno affrontati da chi lascia il proprio paese per vivere altrove. La madre biologica rappresenta il mondo degli affetti. La madre terra, invece, sono le tradizioni, i costumi, le abitudini che foderano i sentieri percorsi, come foglie che attutiscono i passi. La madre lingua, infine, sta per la struttura mentale. Abbandonare la lingua dell'infanzia per sostituirla con una lingua imparata da adulti significa operare un cambio nella qualità della comunicazione. La mia esperienza mi ha fatto capire che le parole non entrano in modo meccanico nella mente. Ci vuole un po' di tempo perché una lingua nuova possa penetrare nel nostro tessuto interiore. Bisogna sentirsi legati affettivamente anche alle parole. Solo allora possiamo essere creativi in una nuova lingua. D. Nei suoi racconti ricorre spesso il concetto di "saudade", mentre il suo misterioso rimedio, la sfuggente figura dell'"ammazza-nostalgia", entra ed esce di scena senza lasciare traccia o spiegazioni nel racconto Tre silenzi... R. Esiste una forma di colmare l'assenza delle persone care? Ogni rimedio lascerà lacune, sarà sempre vago, permeato dal mistero. Non vorrei che la figura dell'ammazza-nostalgia perdesse la sua nebulosità. Difatti il racconto finisce senza chiarire se il suo rimedio funziona, i lettori neanche sanno se l'ammazza-nostalgia tornerà per continuare la sua "terapia"… Grazie alla facilità delle comunicazioni tecnologiche, la saudade oggi è più sopportabile, ma per una persona che lascia molti affetti nel lontano, rimane un dolore costante. Noi brasiliani, poi, siamo il prodotto di tre razze nostalgiche: i portoghesi (con il fado), i neri africani (che, venuti in Brasile per lavorare come schiavi, si ammalavano di banzo, una saudade tanto forte da uccidere) e gli indios (con eterna nostalgia del loro territorio conquistato dagli europei). Come impedire che la malinconia della saudade ogni tanto mi prenda per il petto? D. Scrivere in un'altra lingua significa non solo fare i conti con un'altra sintassi e grammatica, ma anche confrontarsi con un diverso immaginario. Com'è il suo rapporto con l'italiano? R. La sua affermazione è valida e suppone giustamente che le mie basi linguistiche poggino su un altro immaginario. E credo davvero che la forza linguistica della letteratura della migrazione si trovi proprio nell'incontro di più immaginari… Nuove parole potranno entrare a far parte della lingua italiana. Questo significa maggiore ricchezza ed è la prova della vitalità di una lingua… D. Si è mai trovata a dover difendere quella che Davide Bregola ha definito "grammatica meticcia" dalle necessità dell'editing imposto dalle case editrici? R. Fortunatamente no. L'editing intelligente dovrebbe essere un aiuto, non un'intrusione. Non dovrebbe alterare la creatività di un autore, ma con delicatezza favorire la chiarezza e il ritmo della sua narrativa.

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