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 I miti degli altri

I miti degli altri

di Simone Barillari Canadese, docente di storia delle religioni, Wendy Doniger è una delle più importanti studiose occidentali nel campo della mitologia orientale e dell’induismo, erede della tradizione di studi antropologici di Mircea Eliade. In Italia ha pubblicato, sempre per Adelphi, Siva, Le origini del male nella mitologia indù e più recentemente I miti degli altri – La caverna degli echi, nel quale affronta i diversi rapporti che Oriente e Occidente hanno con i loro miti, e con quelli degli altri. D. Una delle grandi funzioni del mito, nella storia di tutte le culture, è sempre stata tentare di dare una risposta all’esistenza del male. Come viene affrontato questo tema nella mitologia indù? R. La questione dell’esistenza del male nel mondo è qualcosa che probabilmente ogni essere umano e di sicuro ogni cultura si sono posti. E nessuno, naturalmente ha saputo dare una risposta. Ecco perché si tratta di un grande mito. Perché ognuno può raccontare la propria storia, ma quella storia non è comunque la risposta. Allora racconti un’altra storia, e nemmeno quella è fino in fondo la risposta, e ancora un’altra, e un’altra. Ci sono molti tipi di risposte nella mitologia indiana, o piuttosto molti tentativi di rispondere. Non c’è un’unica soluzione, ma molti tentativi, a volte falsi, di trovare una soluzione. A volte danno la colpa a qualche demone, ma non tanto spesso. A volte hanno un mito delle origini come quello cristiano ed ebraico della cacciata dall’Eden, a volte è colpa degli dei. Gli dei non sono perfetti, falliscono, peccano, a volte gli dei indiani muoiono. Il mito più importante è quello di Indra, che ha ucciso il dio del male, e così facendo Indra si è a sua volta riempito di male. Allora per molto tempo sulla Terra non è cresciuto nulla, perché Indra era il dio della fertilità e anche le donne non partorivano. Questa sterilità e siccità sono continuate fino a quando gli uomini non hanno accettato di prendere su di loro il male che era dentro al dio, dividendolo tra le donne, gli alberi, le acque, così che il dio potesse essere libero, tornare di nuovo un dio e far di nuovo andare avanti il mondo. È un mito di salvezza al contrario, un mito assolutamente stranissimo per un ebreo o un cristiano. Ed è solo una delle storie che parlano delle origini del male: ma ogni volta il male appare di colpo, prima non c’è poi sì – il che è un altro modo di dire in forma di storia che non ne sappiamo come spiegarlo. D. Qual è oggi il significato e il valore dell’esistenza dei miti? R. La parola mito ha oggi molti significati, spesso indica una bugia o una storia stupida, come quando si dice “il mito della pace nel mondo”. Il mito è invece per me una storia della massima importanza. È una storia condivisa da un vasto gruppo di persone, raccontata innumerevoli volte, una storia che affronta un grande problema ma non lo risolve, perché non può essere risolto, ed esistono per questo molte diverse versioni di uno stesso mito. È importante che la gente sia consapevole dei miti, che ne conosca il significato e la reale importanza, altrimenti si rischia di assumere il mito come qualcosa di reale, oppure si tende ad acquisire un certo modo di pensare che prende come date le verità di certi miti: un modo di pensare che dipende dai miti di una certa cultura senza che questo sia consapevole, senza conoscerli davvero. Perciò conoscere i miti degli altri è estremamente importante: molto spesso non riusciamo più ad ascoltare veramente i miti della nostra cultura, più o meno come non riusciamo più a considerare nostra moglie una donna dopo trent’anni di matrimonio. Li diamo per acquisiti, fanno parte del nostro patrimonio culturale, e non riusciamo più a cogliere il messaggio che realmente contengono. I miti degli altri costringono a riflettere sui propri, e spesso affrontano gli stessi problemi da altri punti di vista, o da prospettive leggermente diverse: come minimo fanno riflettere sul fatto che quello che è vero potrebbe non essere vero. Su quello che potrebbe essere lo scopo della vita umana, sul perché il dolore esiste, e danno così agli uomini più consapevolezza del mondo di quanta ne ricevano dai miti della cultura in cui sono cresciuti. D. Da dove è nato un interesse così forte per l’India? R. Dai tempi della mia adolescenza mi interesso all’India, alla storia delle religioni, anche se vengo da una famiglia comunista: mia madre era rigidamente comunista, e la religione era completamente bandita da casa mia. Così il mio interesse si spostò sulle storie, o almeno su certe storie fantastiche e antirealistiche, ma non mi era permesso di interessarmi alle grandi storie della mia tradizione religiosa. Fin da piccola, mi accorsi allora che l’India aveva le storie migliori, e lo penso ancora: Le Mille e una notte sono storie che vengono dall’India, sono fiabe orientali. Ho cominciato allora a leggere con sempre maggior interesse quelle storie. Avevo imparato presto il latino e il greco, ma a diciassette anni decisi di imparare il sanscrito, per avvicinarmi all’antica cultura indiana. Naturalmente mi piaceva anche l’India contemporanea: mi piacevano i tessuti e i colori indiani, avrei dovuto vestire in nero e grigio e invece indossavo spesso il viola, il giallo, il rosso. Qualcuno mi diceva che non potevo indossare quei vestiti, ma se le donne indiane potevano, allora potevo anch’io. Mi piace l’arte indiana, i colori e gli animali e l’immaginazione che la anima, mi piace il cibo indiano, la musica. E’ una cultura che ha una sorta di vibrazioni di semplicità, violenza e complessità che mi attrae. Sono le stesse vibrazioni che ritrovo nella cultura religiosa. Quando mio padre morì, sono stata a lungo disperata, e né l’approccio cristiano alla morte né quello ebraico mi hanno saputo dare consolazione. Era come se non fossero adatti al mio temperamento, al mio tipo di dolore. I miti indiani che spiegano, che tentano di dare i motivi alla morte mi sono stati invece di enorme aiuto, e mi hanno permesso di ritrovare una pace. La religione indù non è la mia religione, non prego nei templi indù, ma penso spesso attraverso le storie della tradizione indiana. D. Qual è la differenza nel modo in cui l’India e l’Occidente si rapportano ai loro miti fondanti? R. Il modo in cui la gente indiana usa i suoi testi classici, il rapporto che ha con loro, è estremamente diverso da quello occidentale. Noi abbiamo la Bibbia, e questo è quanto, tutto risale alla Bibbia. Nella tradizione indiana c’è il Rg Veda, che è il loro testo capitale, ma la maggior parte degli indiani non legge il Rg Veda, il linguaggio non è più accessibile, la lingua è troppo vecchia. Per quasi tutti è un libro troppo difficile da leggere. Al suo posto, ci sono una serie di altri testi, come il Mahabharata, vari testi scritti in lingue diverse. Non esiste un papa o qualcun altro a dichiarare che questo è il testo in cui tutti crediamo e che quello invece deve essere considerato falso. Quelle storie vengono continuamente raccontate e ancora raccontate, acquistano particolari, cambiano di tono, in due versioni della stessa storia lo stesso personaggio può essere l’eroe e il cattivo. Queste storie si rinnovano. C’è una grandissima componente di creatività e di immaginazione in queste narrazioni, perché i classici non appartengono a nessuno. Tutti conoscono le storie del Mahabharata, ma nessuno pensa di impararle a memoria parola per parola: ognuno può raccontare la storia di Krishna con le sue parole, ogni volta che vuole. Vengono spesso aggiunti certi dettagli, omessi certi altri. Per questo è una sorta di paradosso il fatto che gli indiani conoscano le storie della loro tradizione molto meglio di quanto gli occidentali conoscano le loro, anche se non c’è un testo in particolare che conoscono, un canone. E questa è proprio la ragione per cui la gente conosce i classici: perché possono essere aggiornati e resi attuali, perché c’è libertà di narrarli ogni volta secondo la proprio voglia di racconto, e così restano vivi.

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