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 I silenzi degli innocenti

I silenzi degli innocenti

di Tullia Fabiani “Dopo anni di silenzio, la parola finalmente a loro: a chi non ha mai avuto modo di raccontare la verità”. Così recita il lungo sottotitolo di copertina di un libro costruito sui silenzi, sulla memoria, sull'intollerabilità di certi ricordi. Ci hanno lavorato un giornalista e un’insegnante, Giovanni Fasanella e Antonella Grippo, raccogliendo le parole dei famigliari delle vittime di trenta anni di violenza, da Piazza Fontana a oggi: quasi 600 morti e 5000 feriti. Le stragi nere di Piazza della Loggia e del treno Italicus; le persone rapite, gambizzate, giustiziate dal terrorismo rosso, tutto raccontato attraverso la testimonianza di famigliari e sopravvissuti. Persone che per lungo tempo hanno conosciuto solo il silenzio “perché finora hanno parlato i protagonisti negativi degli anni di piombo”. D: Fasanella, chi sono i protagonisti del suo libro e qual è il percorso che li accomuna? R: Vittime e familiari di vittime delle stragi nere e del terrorismo rosso. Venti storie ognuna diversa dall’altra, ma accomunate tutte dallo stesso percorso di sofferenza ed emarginazione; e dalla protesta nei confronti dello Stato, che non sempre è riuscito a fare giustizia, e del mondo dell’informazione, che ha trasformato i carnefici – gli ex terroristi – in personaggi mediatici. D: La denuncia è di aver lasciato nell'ombra il ricordo e la vita di centinaia di persone, vittime del terrorismo, e aver dato invece ampio spazio ai terroristi. Ma perché è accaduto? R: Per molte ragioni. Ma la più importante, credo, è la “contiguità generazionale” di molti esponenti del mondo dell’informazione e dell’industria culturale con i protagonisti degli anni di piombo e della lotta armata. Ma in molti casi si va anche oltre il legame generazionale: pesano le affinità ideologiche di ieri, trasformate nelle amicizie di oggi. D: La cosa vale anche per la presenza di ex terroristi nelle istituzioni? Molte delle persone da lei ascoltate criticano aspramente questa scelta, la ritengono un oltraggio e un'offesa. Lei che ne pensa? R: In generale penso che chi ha sbagliato, ma ha poi ammesso l’errore ed ha pagato il suo debito con la giustizia, abbia tutto il diritto di reinserirsi. Naturalmente sarebbe auspicabile che il reinserimento avvenisse con discrezione, rispettando il dolore delle vittime e dei loro familiari. Il fatto, però, è che in tutti questi anni c’è stata un’amnistia di fatto e molti ex terroristi si sono riciclati nonostante i molti attentati rimasti senza colpevoli (le stragi sono impunite per definizione). Questo è inaccettabile. D: Il libro parla di silenzi: quali e come si distinguono? Potrebbe farci qualche esempio. R: C’è il silenzio imposto: la parola negata dai giornali a un dirigente della Dc milanese, ferito dalle Br, che vuole spiegare il suo punto di vista sul “perdonismo” facile. C’è il silenzio per scelta: la mamma di una vittima della strage nella stazione di Bologna che si fa suora di clausura. E c’è il silenzio estremo: il nonno di due ragazze morte a Bologna che si getta dal balcone per protesta nei confronti dello Stato. D: Tutti silenzi degli innocenti, ma spesso si parla anche di quello dei colpevoli: la reticenza ad ammettere le proprie colpe, le mancate richieste di perdono ai familiari delle vittime, il lungo silenzio delle istituzioni. R: Sì, il silenzio di chi sa, di chi conosce responsabilità non ancora emerse, e non parla: ex terroristi, che non dicono i nomi dei loro complici mai individuati; ma anche lo Stato, che ha nei suoi archivi la chiave per leggere l’intera stagione della violenza politica in Italia, ma non la vuole utilizzare. Perché succede? Perché si vuole proteggere qualcuno o qualcosa. Perché si ha paura che emergano complicità in ambienti insospettabili, sia sul piano interno che su quello internazionale. D: Quest'anno si è parlato molto del '77. Nei media e nella politica ci sono diversi personaggi che in quegli anni hanno militato in gruppi extraparlamentari. Che differenza registra tra le loro testimonianze e quelle dei familiari delle vittime? R: C’è qualcosa di sgradevole nel modo in cui si è discusso del movimento del ‘77. Molti dei protagonisti di quella stagione di violenza, oggi ben inseriti in punti chiave del potere, soprattutto mediatico, si sono autoassolti e autocelebrati. Un’altra occasione sprecata. D: Cos'è che fa della memoria di quegli anni una memoria contesa? Ci sono azioni, testimonianze, o parole (da parte dei protagonisti della lotta armata, dei famigliari delle vittime o delle istituzioni) che secondo lei potrebbero contribuire a svelenire i dibattiti? Ad esempio il neonato giorno della memoria... R: La giornata della memoria è una conquista importante. A patto che non sia il pretesto per celebrazioni retoriche: il 9 maggio di ogni anno, anniversario dell’assassinio di Aldo Moro, dev’essere invece un’occasione per colmare i vuoti di conoscenza. L’unico modo per svelenire il dibattito è parlare finalmente senza reticenze di ciò che è avvenuto, cercando di capire anche perché è avvenuto. D: Manca perciò una ricostruzione condivisa dei fatti? R: Sì, manca una ricostruzione condivisa dei fatti. La destra ha totalmente cancellato la stagione dello stragismo. Mentre la sinistra si ostina a non voler fare i conti con il mostro generato dalla sua ideologia, le Brigate rosse. Si arriverà a una memoria condivisa solo quando i due schieramenti si decideranno a pronunciare parole di verità. Quando lo faranno, se lo faranno, cadranno anche quelle barriere che hanno finora impedito di leggere il fenomeno della violenza politica e terroristica nel suo giusto contesto interno e internazionale. D: Qual è secondo lei l'immagine che di quella generazione hanno gli adolescenti e i trentenni di oggi? R: I giovani di oggi sanno poco o nulla di quella stagione. Crescono senza la memoria di quegli anni, perché nelle scuole nessuno ha raccontato loro che cos’è stata la violenza politica in Italia. La rimozione ha impedito che si formassero gli anticorpi: è una generazione indifesa. D: Tra gli impedimenti alla ricostruzione dei fatti c’è il segreto di Stato: nei racconti del libro la richiesta di abolirne la durata eterna è una costante. Sono arrivate risposte a questa domanda? R: La durata del segreto di Stato, che in Italia è eterna (a differenza degli altri paesi democratici), è una delle ragioni che hanno impedito di fare chiarezza sulle stragi e sul terrorismo. Oggi è all’esame del Parlamento una riforma dei Servizi che prevede un limite alla durata del segreto. Il giorno in cui sarà approvata, se mai sarà approvata, sarà un bel giorno. Giovanni Fasanella; Antonella Grippo I silenzi degli innocenti Bur, 2006 pp. 256, euro 9,50

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