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 Il piacere di raccontare

Il piacere di raccontare

di Giancarlo Susanna Se si prescinde dai vari generi in cui la narrativa e i romanzi vengono suddivisi - dal noir alla spy story, dalla fiction storica alla fantascienza - sembra che molto autori contemporanei abbiano perso la capacità di costruire una trama, inserirvi personaggi credibili e raccontare una storia. Anche per questo ci è subito piaciuto Un delitto fatto in casa di Gianni Farinetti. Al centro di questo bel romanzo - vincitore fra l'altro di un Premio Grinzane Cavour come miglior esordio - c'è un fatto criminoso, è vero, ma già dopo poche pagine si comprende che Farinetti non ha nessuna intenzione di portare il lettore nella classica atmosfera di un giallo. Come leggerete più avanti, tra gli autori che Farinetti ama spiccano i nomi di Georges Simenon e Patricia Highsmith, ma nei suoi libri non troverete un eroe sia pur particolare come il commissario Maigret o un antieroe come Ripley. Troverete al contrario la descrizione di un ambiente e una schiera di personaggi che farebbero venire il capogiro a un sociologo o a un esperto di genealogie. Che Un delitto fatto in casa non fosse un'atipica meteora nel cielo della letteratura italiana, lo hanno poi dimostrato gli altri romanzi, tentativi perfettamente riusciti di allargare la panoramica sulle famiglie di questa sorta di saga piemontese/internazionale (i personaggi si muovono, vedi lo scenario nordafricano di In piena notte). La conversazione che segue illumina alcuni aspetti del lavoro di Farinetti, che può essere considerato senz'altro un autore di successo (e di grande talento) pur non essendo un presenzialista della stravagante scena letteraria del nostro paese. D. Intanto vorrei sapere qualcosa di più su di te: famiglia, studi, lavoro... so che fai il copywriter e hai esordito tardi, come scrittore. R. Da piccolo mi piaceva disegnare. La cosa rientrava nella tradizione familiare: mio nonno aveva un'impresa edile. Così ho fatto il liceo artistico e poi architettura ma senza imposizioni familiari, sono stato io a scegliere questa strada. Ma c'era la scrittura che premeva. Abbastanza per caso sono entrato in una grossa agenzia pubblicitaria e ho imparato a fare il copywriter. Mi sono anche occupato per molti anni di regia, soprattutto documentari, e di sceneggiatura. Tutte esperienze che sono sfociate nello scrivere narrativa. Lavorare a un racconto, a un romanzo, è un po' come progettare un edificio: fondamenta, muri, tetti, interni, dettagli, arredamento. Soprattutto la casa deve stare su e con crollare su se stessa. Mi ha aiutato moltissimo anche il lavoro di copy: impari ad apprezzare la sintesi e a buttare via ciò che non serve. Per quanto riguarda l'età dell'esordio, quaranta, un esordiente in quanto tale è sempre un giovanotto. E' una questione di tempi personali di sedimentazione e di urgenza, ognuno ha i suoi. Quando si è pronti si va. D. Avevi già pubblicato qualcosa prima di Un delitto fatto in casa? R. Qualche raccontino molto anni '80 in una rivista ormai introvabile, Sodoma, edita dalla Fondazione Sandro Penna di Torino. Probabilmente a tredici anni ho scritto qualche mielosa poesia. D. Ti è costato molto tempo creare questo affresco della borghesia "illuminata" piemontese? Quella che colpisce subito è la tua padronanza nel muovere tanti personaggi. R. E' stato - e lo è ancora - soprattutto molto divertente e per niente faticoso. Avevo nel tempo appuntato storie e personaggi, molti dei quali si riferiscono a situazioni che ho conosciuto. Ma nessun personaggio corrisponde interamente a persone realmente esistenti. Come si dice, ogni riferimento è puramente casuale e trovo inoltre molto noioso riprodurre la realtà tale e quale. E' la vita che imita l'arte, l'arte rende semplicemente la vita più sopportabile. Non è casuale però un certo mondo piemontese, una certa, chiamiamola così, specifica atmosfera molto torinese. Ho lavorato circa un anno alla trama del primo romanzo. Quando mi è parso che reggesse l'ho fatto leggere a un editor che si è a sua volta molto divertito. Il resto è venuto da sé. D. Qual è stato il tuo modello per questo romanzo? C'è il noir, certo, ma il tuo registro narrativo è molto differente da quello di altri scrittori italiani che hanno esordito in quello stesso periodo. R. A me piacciono i romanzi, mi piacciono le storie, trame, dialoghi e tutto. E anche le guide, gli atlanti, gli elenchi di nomi, di luoghi. Mi piacciono la provincia francese raccontata da Simenon e gli squarci londinesi di Forster. Ma anche una certa disperazione americana. Più che un modello un grande amore sono ad esempio i romanzi nerissimi di Patricia Highsmith come L'amico americano. . Qualcuno ha scritto che si entra nei romanzi della Highsmith con un senso di pericolo, mi piacerebbe lo si dicesse anche dei miei anche se il mio sguardo a volte è più benevolo. Nei miei romanzi è protagonista l'assenza, la perdita di qualcuno che si ama o di qualcosa che non si ha più. Nel Delitto il grande assente è Gioacchino, amato da Anna, ma anche, in senso affettivo, l'ingegnere che è "assente" con i figli. In Lampi nella nebbia è Bianca, protagonista fantasma della storia. E così via. Si potrebbe costruire un bell'affresco dell'assenza in letteratura. D. Fruttero e Lucentini? R. Molto amati, eleganti, spiritosi, per niente italiani, cioè per niente accademici. E limpidi. A rileggerli La donna della domenica e A che punto è la notte fan fin tenerezza: quella Torino lì non c'è più, negli ultimi anni la città è completamente mutata, molto meno grigia, molto meno Fiat, meno male. Sopravvivono, immutate, le belle signore nel foyer del Regio e certi tic locali. Ma il loro romanzo che preferisco è L'amante senza fissa dimora, una suprema storia veneziana di amabili spettri. D. E ancora, cosa pensi di chi anni fa ha decretato la "morte del romanzo"? Un delitto fatto in casa ha sì una struttura molto classica, ma ha anche una voce molto personale e riconoscibile. R. Fa sbellicare dal ridere questa faccenda: il romanzo è vivo e vegeto. E insostituibile. E' una polemica molto provinciale. D. Ti aspettavi il successo che ha avuto? Non mi pare tu sia un "presenzialista", il libro si è mosso da solo... R. Ci speravo, naturale. E' stato un romanzo molto fortunato, ha fatto - continua a fare - la sua bella strada spesso da solo, anche se i primi passi li abbiamo fatti insieme per mano. La parte mondana della faccenda è quella che mi piace meno. Uno deve promuovere i libri, e va bene, deve prendere l'automobile per andare, metti, in luglio fino a Salsomaggiore Terme a presentare il romanzo, e va bene. Ma io sono di una pigrizia disdicevole, è molto più piacevole andare a spasso a fare sopralluoghi, con la testa che ronza per una nuova storia che mettersi la cravatta e trovarsi davanti a trecento persone. O a quattordici. Nel qual caso viene un bel nervoso. E rivendico il diritto alla solitudine, se si sta sempre in mezzo alla gente non si scrive una riga. D. L'isola che brucia mi è piaciuto perfino di più e per gli stessi motivi (penetrazione psicologica, ironia, controllo dei personaggi, trama). Come fai a coordinare questa sorta di grande saga familiare in cui tutti i personaggi sono legati tra loro? Hai disegnato un albero genealogico? R. Certo, un grande albero a colori. Personaggi e luoghi sono decisivi per una storia. Ci penso per anni, per anni mi tengono compagnia. Poi se un personaggio prende forma inizia a muoversi da sé, mi suggerisce la lingua che parla, le cose che desidera fare, gli abiti che indossa. Nell'Isola c'è un personaggio che si è fatto da solo in modo esemplare: è la signora Elide, la moglie del bieco cavalier Persutto. All'inizio c'era lui al quale stava bene come "spalla" una moglie qualunque. Col tempo è diventata lei la vera protagonista della coppia e non solo. E' uno dei miei personaggi a cui voglio più bene, un ritratto di signora niente affatto qualunque che intuisce col cuore, con la sensibilità, gli avvenimenti. E' la signora Elide la vera vittima - in senso sentimentale - del fosco ribollire di Stromboli. D. La saga è sempre centrata su Torino e sul Piemonte, anche se gli scenari cambiano. Mi sembra che tu ami molto la tua regione - per una serie di motivi io sono molto affezionato a Bra e mi ha colpito ritrovarla raccontata in un libro con tanta ironia e tanto disincanto. R. A Bra ci sono nato e cresciuto, vivo a Torino fin da ragazzo, ho un bel rapporto con la campagna, le Langhe. E' una terra questa così ricca di umori, di suggestioni, di storia anche letteraria: Arpino, Primo Levi, la Ginzburg, tanti altri anche delle ultime generazioni (nessun'altra città italiana ha registrato tanti esordi come Torino negli ultimi anni). Soprattutto il più amato, Beppe Fenoglio. Ogni autore darebbe anni di vita per saper scrivere un racconto come il suo "Ferragosto". E poi si deve scrivere di cosa si conosce. Le vicende dei miei Guarienti sono universali (amore e morte, denaro e infelicità, gioventù e vecchiaia), ma di certo ambientate in Piemonte acquistano un sapore molto personale. I piemontesi sono curiosi di natura e portano con sé la loro piemontesità anche in Cile, per dire. D. E' possibile che negli altri due libri - soprattutto con In piena notte - il tono si sia fatto più cupo come se nella tua scrittura si riflettesse qualche evento esterno? La vicenda si chiude in modo disperato e fino all'ultimo il lettore spera che Andrea ricompaia. R. E' possibile. In Lampi nella nebbia e nell'Isola c'è la solidarietà dell'altra famiglia, quella degli amici; in In piena notte c'è anche il fallimento della famiglia tradizionale. Una riflessione: cerchiamo continuamente una famiglia dalla quale poi magari desideriamo fuggire. Le famiglie più felici sono quelle che sanno allargarsi oltre i legami di sangue e quelli burocratici. I meccanismi di coppia, anche, sono sempre i medesimi eppure continuano ad essere i più misteriosi e appassionanti. A me, nella vita e nella scrittura, piace indagare questo eterno pendolo: necessità degli altri e bisogno di solitudine. Non dico che la famiglia tradizionale non sia più un modello possibile - anche se Chiesa, potere e società ci fanno ogni giorno una testa così per affermare che è l'unico degno - dico che spesso è un modello limitativo. D. Stai lavorando ancora su questo grande affresco familiare o dobbiamo aspettarci qualcosa di completamente diverso? R. Ancora tribù, nuove apparizioni mischiate a vecchie conoscenze. Appunto i Guarienti, i Lauriano. E anche singoli personaggi: Sebastiano, Charles e Franzo, la principessa Consuelo Anche loro sono la mia famiglia, sono i miei Guermantes e anche i miei Maigret, e lo sono anche per molti lettori che mi scrivono chiedendomi come stanno. Sono in gran forma, ve lo assicuro. Ma ci sarà spazio anche per qualcosa di completamente nuovo. In questi anni globaltelevisivi tutto diventa "di genere". La malattia è il sequel. Un film funziona? Facciamone il seguito. Che sovente è un fallimento. Un romanzo piace? Scrivine uno uguale. All'interno di se stessi, dei proprio temi - delle proprie ossessioni - un autore deve potersi muovere con libertà. Io non penso al pubblico mentre scrivo, neppure al mio editore. Questo mi dà molta libertà d'azione. E l'inebriante possibilità di sbagliare. D. Un'altra cosa molto importante nei tuoi libri - ribadita dal bellissimo racconto dell'antologia Men On Men - è la capacità di descrivere l'omosessualità come un fatto "normale", senza tragedie o maledettismi di maniera. R. L'omosessualità è normale. Finalmente anche nei romanzi, forse più che nella vita reale. Ho seguito molto negli ultimi anni la cosiddetta letteratura gay. Esiste, in parte è una moda che l'editoria corteggia, in parte una bella, sostanziale rivoluzione non solo di costume. Se letteratura gay vuol dire storie nelle quali i personaggio omosessuali non vengono usati con i vecchi stereotipi del povero diverso disgraziato, voglio una bella etichetta di scrittore gay. Ci sto. Purtroppo è diventato un genere pure questo. Un romanziere vorrebbe essere riconosciuto come tale e non come giallista o gay o scrittore ebreo, tanto per fare qualche esempio calzante. Invece, nel caotico bisogno di catalogare di oggidì, finiamo tutti infilati in qualche genere, nelle cosiddette nicchie di mercato. Ma ci riscattano i lettori che sovente se ne impippano e cercano da sé in libreria un bel romanzo da portarsi in vacanza o a letto. Se ci trovano - e si divertono - il gioco è fatto.

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