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 Intervista a Farian Sabahi

Intervista a Farian Sabahi

di Alfredo Radiconcini Farian Sabahi, di padre iraniano e madre italiana, insegna “Islam e democrazia” alla facoltà di Scienze politiche di Torino e al Master di International Human Rights dell’Università di Siena. Ha pubblicato diversi libri, fra i quali il prestigioso Storia dell’Iran, la cui seconda edizione è uscita l’anno scorso, dedicato alle vicende iraniane dell’ultimo secolo; ha collaborato con diversi quotidiani. È ora uscito questo suo libro-reportage, che è il risultato di due viaggi a Teheran nell’estate e nell’autunno del 2006. La professoressa Sabahi è una delle voci più equilibrate ed autorevoli sull’Iran di oggi, e ha gentilmente accettato di rispondere alle nostre domande. D: Nell’ultima edizione della sua più volte ristampata Storia dell’Iran, lei ricorda di aver concluso l’edizione del 2003 con un riferimento al premio Nobel per la pace assegnato a Shirin Ebadi, che poteva far sperare in una estensione delle libertà. Nel 2006 l’ultimo capitolo di aggiornamento del suo libro è dedicato all’elezione del presidente Ahmadinejad. Quali ritiene siano le prospettive del paese in questo momento? R: Oggi le prospettive sono positive sia in politica interna sia in politica estera. Sul fronte interno la società civile e i giovani (50 milioni di iraniani, su un totale di 70 milioni, hanno meno di 35 anni) premono per ottenere maggiori libertà e migliori opportunità di lavoro. In politica estera è possibile un riavvicinamento con gli Usa, soprattutto dopo il fallimento dei neocon americani e in questi giorni in cui ha luogo la conferenza di Sharm el-Sheikh. Dopo anni di ipocrisie, in cui gli americani si sono alleati al Pakistan e all’Arabia Saudita, e cioè a quei paesi che appoggiano il terrorismo dal punto di vista ideologico, logistico e finanziario, forse Washington si sta rendendo conto di avere obiettivi comuni all’Iran. Insomma, meglio avere l’Iran alleato che nemico. Gli iraniani ritengono che il disgelo con gli Usa sia fondamentale per la democrazia e quindi per la società civile, ma anche per la liberalizzazione dell’economia: un riavvicinamento con Washington farebbe venir meno le sanzioni, promuoverebbe gli investimenti stranieri in Iran e permetterebbe quindi di tamponare i danni della politica economica, fallimentare, del presidente Ahmadinejad. D: L’aperta offensiva politico-culturale del presidente Ahmadinejad contro Israele e la Shoah quale ascolto ha in Iran? L’Iran è il paese che mantiene la più numerosa presenza ebraica tra i paesi islamici del Medio Oriente: qual è attualmente il rapporto degli iraniani con questa minoranza? R: L’Iran è un paese complesso e quindi le reazioni dell’offensiva di Ahmadinejad sono state diverse. Molti ritengono ingiusta la politica del governo israeliano verso i palestinesi, un’opinione peraltro condivisa da molti italiani ed europei. Per il resto gli iraniani sono consapevoli che gli attacchi verbali del presidente Ahmadinejad contro Israele sono stati controproducenti e hanno creato ulteriore isolamento internazionale. A proposito della Shoah, ridimensionata da Ahmadinejad secondo cui sei milioni di ebrei morti sarebbero troppi, tanti iraniani condividono con il loro presidente l’affermazione secondo cui l’Olocausto è un crimine compiuto dagli europei in Europa e sarebbe quindi stato ingiusto imporre uno stato ebraico in Medio Oriente. Ci sarebbe molto da dire a questo proposito (le radici di Israele non sono solo nell’Olocausto ma antecedenti) e sarebbe quindi opportuno fare maggiore informazione su questo tema, soprattutto nelle scuole e certo non solo nella Repubblica islamica. In merito alla comunità ebraica in Iran, i suoi membri sono circa 30mila (prima della creazione di Israele nel 1948 erano 80mila e tantissimi sono emigrati nello stato ebraico sessant’anni fa), hanno decine di sinagoghe (aperte, in cui possono professare liberamente la loro fede) e un loro deputato in parlamento. In occasione delle dichiarazioni di Ahmadinejad sulla Shoah, il loro rappresentante aveva protestato e scritto una lettera di cui tratto nella nuova edizione del mio saggio Storia dell’Iran. D: L’opinione pubblica iraniana, nonostante le restrizioni della repubblica islamica, sembra mantenere, per molti aspetti, uno degli atteggiamenti più filo-occidentali del medio oriente: ritiene che tale carattere possa persistere nelle attuali condizioni? R: Sì, anche se con qualche difficoltà. Il sentimento filo-occidentale ha resistito alla rivoluzione del 1979, gli iraniani non sono arabi e si sentono vicini all’Occidente sia per cultura sia perché parlano una lingua indoeuropea (il persiano). Le difficoltà sono legate, dopo l’11 settembre 2001, alle restrizioni che gli iraniani incontrano quando decidono di viaggiare in Europa e negli Stati Uniti. Anche se nessun iraniano è tra i terroristi che hanno colpito negli USA, a Londra o Madrid, la Repubblica islamica è stata inserita nell’Asse del male e i suoi cittadini segnati di conseguenza. D: Come è suggerito anche dal racconto di Azar Nafisi, la narrativa sembra essere parte essenziale della cultura sciita iraniana: c’è una ricezione in patria dei libri pubblicati all’estero come quelli della Nafisi, di Kader Abdolah o Azadeh Moaveni? R: Non mi risulta che Azar Nafisi, Kader Abdollah e Azadeh Moaveni siano tradotti in persiano (ho appena verificato) ma forse lo saranno nei prossimi mesi. In ogni caso in Iran si traduce di tutto, da sempre. I titoli censurati, o passibili di censura, sono venduti sottobanco. Non esiste copyright e questo favorisce le traduzioni e la vendita dei volumi a pochi euro, in linea con il potere d’acquisto degli iraniani. D: C’è stata una diaspora che ha portato tanti iraniani fuori dal loro paese e che ha una forte presenza nella vita culturale occidentale, con libri, spettacoli, insegnamento: che tipo di rapporto permane con il paese d’origine? R: Gli iraniani sono eredi di popoli nomadi e, da secoli, si spostano. La diaspora esiste quindi da generazioni e non è legata soltanto alla rivoluzione del 1979. Il legame con la patria resta e si alimenta attraverso la lingua, il cinema, le arti figurative, la musica, il cibo. Il legame resta vivo anche tra coloro che, per decenni, non osano tornare. D: Le donne iraniane hanno in questi anni catturato l’attenzione del mondo intero. La situazione è stata descritta nella letteratura, ma anche da artisti come Shirin Neshat o nel cinema da autori di grande risonanza come Kiarostami e Panahi. Cosa sta succedendo da questo punto di vista? R: Le donne sono protagoniste, in Iran. E non solo nella famiglia. Anche nella società, nella politica (hanno il diritto di voto e di essere elette dal 1963), e nell’economia (nel settore pubblico e privato, nelle Ong). È quindi ovvio che l’arte rifletta questa realtà che non ha pari con i paesi arabi che con l’Iran confinano. Detto questo, le iraniane non godono di una vera parità e lottano per ottenerla. D: Dal suo Un’estate a Teheran, come da altre cronache, traspare il permanere della grande importanza della famiglia nella cultura iraniana, anche nei settori maggiormente secolarizzati, per motivi giuridico-religiosi. È cambiato qualcosa all’interno delle famiglie, che sembrano talvolta essere un rifugio dalla rigidità delle leggi? R: È vero, la famiglia resta un’istituzione. Anche se sempre più spesso i figli non vivono con i genitori quando si sposano. E quindi le giovani coppie hanno problemi nella gestione dei figli perché non hanno i nonni vicini cui affidarli. Andare ad abitare da soli è però sempre più spesso prerogativa dei benestanti perché, con disoccupazione e inflazione al 25%, non è facile avere la disponibilità finanziaria necessaria. La famiglia non è, a mio parere, sempre un rifugio dalla rigidità delle leggi ma vi si possono elaborare gli escamotage necessari per sfuggire le discriminazioni, per esempio nei confronti delle donne. Capita infatti, tra i benestanti, che i padri intestino degli immobili alle figlie femmine fin da piccole, in modo da evitare che alla morte dei genitori ereditino soltanto la metà rispetto ai fratelli. In Iran non esiste infatti, a differenza dell’Italia, l’istituto giuridico della collazione dell’eredità e cioè il diritto spettante al coniuge e ai discendenti concorrenti nell’ambito di una stessa successione di conferire alla massa attiva del patrimonio ereditario le liberalità ricevute in vita dal defunto. D: Rispetto all’approccio del suo libro di storia, che tende a definire il quadro della situazione, l’Iran da lei raccontato nel suo recentissimo reportage appare come un caleidoscopico paese pieno di contraddizioni. Anche lei, come molti degli autori iraniani in Occidente, ritiene che l’immagine dell’Iran data dai media sia stereotipata e falsa? R: L’obiettivo di Storia dell’Iran era tracciare gli episodi che hanno segnato il Novecento. Ma si tratta di un testo accademico che si legge agilmente solo nell’ultima parte, dedicata alla presidenza di Ahmadinejad. È un libro su cui gli studenti possono preparare un esame universitario e gli appassionati possono documentarsi. L’obiettivo di Un’estate a Teheran è invece offrire al lettore di lingua italiana uno strumento di comprensione di una realtà complessa, proprio per sfuggire gli stereotipi tanto diffusi nei media italiani. Ho adottato lo stile del reportage, raccontando ventidue storie da Teheran e dalla città santa di Qum, in modo da permettere al lettore di affrontare un tema complesso anche sotto l’ombrellone. D: La quantità di contrasti talvolta assolutamente inattesi (come nel caso della possibilità di cambiamento di sesso) suscita stupore e allo stesso tempo un senso di familiarità per l’affinità con certi caotici aspetti italiani. La sua esperienza di italo-iraniana le fa trovare dei punti di contatto fra i paradossi presenti nei due paesi? R: Sì, l’Iran e l’Italia si assomigliano per tanti aspetti. Non so se è il mio essere binazionale oppure sia vero in senso assoluto. Le contraddizioni ci sono, anche in politica. E da laica sento, in entrambi i paesi, il peso della religione (cattolica in Italia e sciita in Iran) che vorrebbe e spesso riesce ad imporsi nella sfera privata. Ci sono poi altre comunanze, piacevoli, come il senso dell’ospitalità, la bellezza dei due paesi, la ricchezza della cucina (che non si limita al riso pilaf e ai kabab che si trovano nei ristoranti dove vanno i giornalisti occidentali!), la musica. E, come in tanti altri casi, ci vuole tempo per conoscere. Farian Sabati Un’estate a Teheran prefazione di Sergio Romano Laterza, 2007 pp. 143, euro 14,00

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