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 Intervista a Mario Caramitti

Intervista a Mario Caramitti

intervista di Claudia Bonadonna Nuova lingua, nuovo sentire, improvviso rapporto con le leggi di mercato. Mario Caramitti, slavista e traduttore, curatore dell’antologia di Fanucci Schegge di Russia, ci fornisce un commento preciso e appassionato alle nuove tendenze della letteratura del dopo perestrojka. D. Dopo il crollo del regime, liberata dalle necessità di propaganda o dissidenza, la letteratura russa è diventata, per dirla con Viktor Erofeev, "a-sovietica". E' d'accordo con questa dizione? E come giudica la sua evoluzione durante gli anni Novanta? R. Era un’illusione generale, un’impressione che anch’io condividevo nei primi anni Novanta. Poi hanno rifatto capolino alcuni malvezzi del recente passato, come l’enfasi patriottica e la riproposizione dei classici dell’Ottocento come anacronistico modello estetico; e peggio ancora, l’intera eredità culturale sovietica non è stata sottoposta a ostracismo, ma quasi a nostalgico rimpianto. È però importante chiarire che non tutta, ma solo la parte peggiore e più superficiale della letteratura in lingua russa era inscrivibile ai tempi dell’Urss nei criteri di propaganda o dissidenza. Tutti i prodotti letterari più significativi del secondo Novecento esulano in modo più o meno radicale da queste ingombranti direttive. Molti geniali scrittori, da Venedikt Erofeev a Saša Sokolov o Asar Eppel’, potrebbero, a giudicare solo dalle loro opere, aver scritto in un qualsiasi altro paese del mondo. Altri scrittori di sicuro rilievo, che, senza sfidare né incensare il regime, hanno coltivato soprattutto valori estetici inattuali ora come allora, continuano a subire il dramma dell’oblio, e i loro testi, oltre a rimanere nella stragrande maggioranza inediti, rischiano addirittura di scomparire fisicamente assieme ai loro autori. È d’obbligo segnalare alcuni nomi, che direbbero poco o nulla anche al lettore russo, ma che meritano assolutamente di essere riscoperti: Pavel Ulitin, Rid Gračëv, Leon Bogdanov, Boris Vachtin, Evgenij Charitonov. Se prima però la letteratura russa si evolveva in rivoli sommersi, incomunicabili l’uno con l’altro, oggi è innegabile che si sia creato un nuovo indirizzo unitario, per intero sottoposto alle leggi dell’economia di mercato. Leggi prima assolutamente ignorate da quanti: scrivevano a gloria del PCUS; descrivevano in Occidente - e non senza incoraggiamento economico occidentale - gli orrori dell’Urss; affidavano le loro opere al meraviglioso tam tam dei dattiloscritti ciclostilati, il samizdat (di cui a torto in passato si è sottolineata esclusivamente la connotazione politica); scrivevano consapevolmente per il proprio cassetto. Venute meno (grazie a Dio) tutte le circostanze di cui sopra, si è oggi alle prese con le leggi del mercato, ed è naturalmente con questa nuova spada di Damocle, più che con le grandi idealità, che hanno dovuto fare i conti gli scrittori russi negli ultimi dieci anni. D. A me pare che, rispetto alle alte necessità didattiche e morali del passato, si vada verso una dissacrazione del testo e delle fonti. Possiamo parlare di una sdrammatizzazione in senso "pop" dell'attitudine letteraria? (penso per esempio a certe cose di Pelevin o al caso di Sergej Bolmat...) R. È vero fino a un certo punto. Mentre con l’aria che tira sarebbe del tutto logico che a nessuno passasse più per la testa di farsi vate o, come vuole la tradizione letteraria russa, “poeta che è sempre più che poeta”, e cioè ammaestratore delle coscienze e attore prioritario delle dinamiche sociali, invece è successo proprio questo. E del sempre più acceso dibattito politico e sociale si sono fatti campioni ancora una volta i letterati: da Oleg Pavlov, uno degli autori di Schegge di Russia più apprezzati dai lettori e dai recensori italiani, ad Aleksandr Prochanov, che in un pessimo romanzo ha efficacemente denunciato le responsabilità dei servizi segreti nei terribili attentati del ’99 di cui si sono strumentalmente accusati i ceceni. Ma quello che veramente sorprende è che il pubblico continua a starli a sentire, e la letteratura tutta continua a rimbalzare sui mass media più attuali e vincenti con una frequenza e un risalto che nel nostro velinario nazionale farebbe drizzare i capelli in testa a qualsivoglia gestore dei multimilionari secondi di etere. Per altri versi è però innegabile che l’introduzione dell’economia di mercato abbia radicalmente mutato il panorama letterario russo. È sorto dal nulla un intero sistema di case editrici, il commercio librario ha subito drammatici soprassalti in termini di prezzi e quantità, anche se oggi appare parzialmente stabilizzato. Ma il brutto è che la letteratura come professione è ritornata possibile in Russia in un momento in cui difficilmente può garantire il sostentamento a chicchessia. Molti scrittori si sono così dovuti “riconvertire”, come i mastodonti dell’industria bellica sovietica, improvvisandosi giornalisti, pubblicitari, portaborse dei politici e dei mafiosi e non di rado commercianti. Per continuare a scrivere con un minimo di ritorno economico è stato perciò inevitabile adeguarsi ai modelli occidentali e a un postomodernismo in ritardo sui tempi che ha costituito per tutti gli anni Novanta un dominante quanto confuso punto di riferimento, con le ovvie propaggini trash e AvantPop. Accanto agli epigonismi di bassa lega c’è stato però anche chi i modelli occidentali li ha riproposti vistosamente rivisti e corretti. Basti guardare Generation P di Pelevin, che riflette in maniera penetrante il travaglio del letterato in via di copywriterizzazione di cui sopra. Mentre il caso Bolmat ha mostrato tutte le potenzialità di quella che potrebbe essere la vera grande novità in arrivo dalle steppe dell’Est, e cioè l’impatto potenzialmente rivoluzionario della rete sul discorso letterario: attraverso una campagna abilmente orchestrata e gestita per intero su Internet, che prevedeva anche la pubblicazione integrale in anteprima, il romanzo I ragazzi di San Pietroburgo è stato trasformato nel più grande successo di vendite cartacee del 2000. D. Mi spingo più in là: possiamo parlare di "occidentalizzazione"? R. Come ho già detto una forte dose di occidentalizzazione è più che ovvia, anche se il suo speso specifico è superiore nei prodotti che importiamo di quanto non sia in termini assoluti. E senza dubbio c’è molta più occidentalizzazione nella società che nelle lettere russe. D. Nell’introduzione a Schegge di Russia scrive: "...Altra vocazione radicale delle lettere russe è quella che, sulla scorta di Celine o Doubrovsky, ma senza suggerire alcune ascendenza diretta, potremmo chiamare autofiction...” . Può illustrare il concetto? R. Anche questa, guarda caso, non si è affatto insabbiata con l’avvento della nuova era. E di nuovo siamo di fronte a un fenomeno originale, pur se affine a un impalpabile fermento capillarmente diffuso in Occidente tra gli anni Sessanta e Ottanta. Anche se nessuno leggeva Céline o Doubrovsky ha cioè attecchito con grandissima rapidità sul suolo russo quel sentimento che, davanti alle sempre più scarse attrattive della forma romanzo, convogliava le energie creative sul canovaccio autobiografico dell’autore, trasformandolo nell’oggetto primario e quasi esclusivo di una narrazione totalmente inattendibile. Esattamente quello che Serge Doubrovsky ha definito autofiction. Da spunti del tutto analoghi sono nati alcuni capolavori assoluti, come Tra Mosca e Petuški di Venedikt Erofeev, che Fanucci sta per ripubblicare in una mia nuova traduzione, e Buonanotte! di Sinjavskij. Ma la vitalità di questa forma è impressionante, da Evgenij Popov a Jarkevič, Sergeev, Sapgir, Klimova fino alla giovanissima Irina Denežkina. Fare se stessi protagonisti esclusivi della propria arte da un lato perpetua, nella dissimulazione e nell’autoironia, l’antica vocazione del vate, dall’altro pone questa forma estetizzante ed elitaria di prosa in diretta continguità con la grande vittima dell’evoluzione letteraria del secondo Novecento: la poesia. D. La lingua letteraria russa è notoriamente carica di sottotesti e riferimenti che ne rendono difficile la traduzione. Com'è stata quella di Schegge di Russia? E come si è trasformata la lingua (letteraria e non) nell'ultimo decennio? R. Ammettiamo che un russo sia emigrato - caso non raro - alla fine degli anni Ottanta, e da allora se ne sia stato buono buono a Roma o a Sidney, senza leggere né sentire nulla della madrepatria. Se oggi aprisse a caso un giornale russo o ascoltasse due ventenni che conversano tra loro, resterebbe di sasso. Non escludo che potrebbe avere anche serie difficoltà di comprensione. Il fatto è che la letteratura, pur dispersa tra i vari rivoli della resistenza individuale, della dissidenza e dell’emigrazione, non si era mai realmente insabbiata nelle malsane paludi del realismo socialista. La lingua comune invece aveva subito dei radicali processi di involuzione, e nella tarda era sovietica lo standard era rappresentato non dal parlato, ma da un’orripilante lingua scritta, impacciata e carica di stereotipi. Demolendola e demolendoli, si è aperto un vaso di Pandora, stracolmo di neologismi, espressioni gergali, termini popolari. L’impatto è stato così forte che traballano non solo le norme del “buon gusto”, ma le stesse strutture tipologiche della lingua. Muta cioè persino l’uso dei casi, sotto un diluvio di parole straniere indeclinabili, in ogni angolo di un testo cirillico si annidano in posizioni di prestigio sempre più parole scritte in caratteri latini. Di fronte a tanto cataclisma può apparire davvero secondario accertare quanto e in che direzione sia mutata la lingua letteraria. Che da un lato si è industriata per tener testa a tante novità, comunque indigeste o poco digerite, dall’altro ha visto interrompersi ed esaurirsi molte delle strade percorse in precedenza. Dopo la necessaria sedimentazione c’è però da aspettarsi che proprio da questo sfrenato caos linguistico possano scaturire nuovi e avvincenti percorsi artistici.

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