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 La strage di Bologna

La strage di Bologna

di Tullia Fabiani Un processo dagli indizi forzati, dove “per stabilire l’eventuale responsabilità degli imputati si è partiti dalla certezza a priori di quella colpevolezza” e in funzione di tale visione sono state lette e interpretate le cose. È la “storia nera” di una strage, la “più grave nella storia della Repubblica”: Bologna 2 agosto 1980, ottantacinque morti, più di duecento feriti. E la ricostruzione di una lunga e intricata vicenda giudiziaria. Ma è anche la storia di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, condannati come esecutori materiali della strage e all’epoca a capo dei Nar, i nuclei armati rivoluzionari, la principale organizzazione terroristica di estrema destra. I due ex terroristi hanno confessato numerosi altri omicidi, ma hanno sempre negato responsabilità nella strage. A raccontare fatti e letture, partendo dalle testimonianze dei due protagonisti e da una lunga analisi di testi e documenti è Andrea Colombo, giornalista (il manifesto e Liberazione) e portavoce di Rifondazione comunista al Senato. D: In questo libro lei ricostruisce la vicenda dei Nar e dei due protagonisti di quel nucleo: come si colloca la loro storia personale e politica negli anni di piombo? R: Direi che la vicenda dei Nar e in particolare di Mambro e Fioravanti si colloca in una fase, i tardi anni ’70, nella quale anche la cultura della destra estrema era influenzata da quella dell’estrema sinistra. I gruppi neofascisti si ritenevano rivoluzionari, antagonisti rispetto al sistema e cercavano, sia pure con mille ambiguità, contatti e addirittura alleanze con l’estrema sinistra. I Nar, cioè lo spontaneismo armato di estrema destra sono senza dubbio il gruppo che più di ogni altro, a destra, si colloca all’interno di questa cornice e quello che più drasticamente persegue una rottura con il neofascismo precedente, quello sospettato dagli stessi Nar di essere colluso con i servizi segreti, con le trame golpiste e con le stragi. Non a caso Fioravanti si definisce un “figlio del ‘77” e rifiuta, come anche la Mambro, la definizione di “fascista”. D: Ma ci sono delle differenze sostanziali fra le esperienze eversive di destra, come quella dei Nar, e quelle della sinistra, in particolare delle Br? R: Le Br erano un gruppo molto organizzato, strutturato e gerarchico. I Nar erano l’esatto opposto, quasi un gruppo di amici e basta, del tutto privi di organizzazione, strutture logistiche, vertici riconosciuti e precisa progettualità politica. Di fatto erano una banda di anarchici di destra più che una vera organizzazione terrorista. Inoltre i terroristi di destra sono sempre stati pochissimi, a fronte di un’area di sinistra ben più vasta. Dunque il fenomeno, per definizione, aveva tutt’altre caratteristiche, quelle appunto della banda, tenuta insieme da rapporti amicali oltre e per certi versi più che politici. D: Dunque né rivoluzione, né un preciso piano politico: omicidi ed azioni di lotta mossi da altro. Una lotta interna alla destra, ma anche bisogno di visibilità e di affermazione. Lo stesso Fioravanti parla di paranoie, gesti causali. Lei che idea si è fatto? È sbagliato parlare di personaggi esaltati e nichilisti? R: Da un lato la storia dei Nar si inquadra in quella di una generazione politica segnata dalla violenza e dallo scontro prima fisico poi armato, dall’altro non è comprensibile se non la si inquadra nelle tensioni latenti e nel clima di estrema sospettosità che regnava allora nell’estrema destra. Clima fortemente amplificato dalla dimensione angusta dell’ambiente. Detto questo direi che una componente di esaltazione in casi come questo è indiscutibile. D: Perché in certi casi sembra più il racconto di una guerra di mafia, un regolamento di conti tra faide, che la storia di un movimento 'politico'? R: La conseguenza di questa clima di paranoia e diffidenza diffuse, amplificato dalle dimensioni molto ristrette dell’area terrorista di destra portava inevitabilmente una tensione latente molto forte. I mandati d’arresto per la strage di Bologna dell’estate 1980 ebbero come primo effetto il far deflagrare quelle tensioni latenti. La rivalità e la sospettosità reciproca tra i vari gruppi di destra, e in particolare quelle dei Nar nei confronti di Terza posizione, esplosero. I Nar decisero di “ripulire” il loro ambiente da figure che identificavano come ambigue e di fatto cercarono di sterminare l’intero vertice di Terza posizione. La strage di Bologna dunque con la faida assassina nella destra armata c’entra davvero. Ma non, come hanno ritenuto i giudici di Bologna, perché i Nar volessero “chiudere la bocca a qualcuno”, bensì perché i mandati di cattura che colpirono l’intero estremismo di destra romano furono il detonatore destinato a far esplodere una rivalità che esisteva da tempo, quella tra lo “spontaneismo armato” dei Nar e la gerarchia non priva di legami con il vecchio neofascismo dei primi anni ’70 di Terza posizione. D: La strage di Bologna: il libro ricostruisce la varie fasi, le piste seguite e quelle mai aperte e avanza forti dubbi sulla condanna dei due terroristi. Lei come è arrivato a questa rilettura della lunga vicenda giudiziaria e da quale convinzione è partito? R: Ho conosciuto Francesca Mambro nei primi anni ’90 e mi è sembrato subito impossibile che la disperazione che dimostrava per l’accusa di strage fosse frutto solo di recita e finzione. Come giornalista del ‘manifesto’ ho iniziato a seguire la vicenda e mi ha colpito subito un secondo elemento: l’assoluzione degli imputati da parte della giuria popolare bolognese nel processo d’appello. La lettura delle carte ha poi reso evidente che a Bologna si era seguito un procedimento logico opposto a quello consueto: invece di partire dagli indizi per stabilire l’eventuale responsabilità degli imputati si è partiti dalla certezza a priori di quella colpevolezza per interpretare, quasi sempre forzando oltre misura ogni logica, i vari indizi. D: Dalle testimonianze di Mambro e Fioravanti, salvo qualche breve osservazione, non sembra emergere comunque alcuna riflessione sulla vittime e sulla memoria. Che tipo di atteggiamento è stato il loro, hanno mai incontrato i famigliari delle persone uccise? R: A questa domanda non saprei come rispondere. Riguarda una sfera troppo intima e privata per azzardare ipotesi. La domanda andrebbe fatta a loro. D: Di recente il figlio di Massimo Sparti, testimone chiave al processo, ha rilasciato dichiarazioni che smentirebbero la testimonianza del padre e proverebbero l'infondatezza delle accuse a Mambro e Fioravanti. Lei che ne pensa di questa testimonianza e delle dichiarazioni politiche che l'hanno seguita. R: Le dichiarazioni di Stefano Sparti sono solo un’ennesima conferma dell’assoluta non credibilità di quel testimone, smentito dalla moglie, dalla madre e dalla colf prima ancora che dal figlio, caduto in clamorose contraddizioni, scarcerato con diagnosi di tumore terminale e poi sopravvissuto vent’anni. Non credo però che la resistenza, a mio parere incomprensibile, opposta a qualsiasi ipotesi di revisione del processo possa essere superata da una testimonianza come quella di Stefano Sparti.. D: Oggi come guardano i giovani alle esperienze eversive di quel periodo e ai loro protagonisti? R: Direi che la conoscenza dei fatti di quell’epoca, tra i giovani non politicizzati, è quasi inesistente, come dimostrano puntualmente le inchieste choc in occasione dei vari anniversari delle stragi. Il discorso è diverso per quanto riguarda i giovani più politicizzati, sia di destra che di sinistra. Questi sono certamente molto meglio informati. Il rischio è che si crei una certa “mitologia” della lotta armata, sia nelle aree giovanili estreme di destra che di sinistra. D: I media e la scuola possono fare prevenzione? R: Il solo antidoto sarebbe un’informazione onesta, tale cioè da spiegare anche le motivazioni che spinsero parecchi a una scelta folle come la lotta armata e da sottolineare i risultati fallimentari di quella scelta da tutti i punti di vista, da quello politico non meno che da quello etico. D: Nonostante celebrazioni, pubblicazioni, giorni dedicati, la memoria sembra rimanere contesa. Crede possibile una memoria condivisa di quegli anni? E che cosa possono fare la politica e la classe dirigente in tal senso? R: Per raggiungere una memoria non dico condivisa ma almeno onesta e imparziale bisognerebbe smettere di usare il passato, e in particolare gli anni ’70, come argomento di facile propaganda per lo scontro politico nel presente. La funzione assegnata alla pena di recupero e non di vendetta per tutti i detenuti, politici e non solo politici, è sancita dalla Costituzione. Le levate di scudi contro gli ex terroristi che lavorano con esponenti politici o con parlamentari (e ce ne sono sia a destra che a sinistra) sono appunto uno dei frutti di un uso puramente propagandistico del passato. Andrea Colombo Storia nera. Bologna la verità di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti Cairo Editore, 2007 pp. 366, euro 17, 00

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