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 L'avventura de La pace come un fiume

L'avventura de La pace come un fiume

Intervista di Andrea Monda D: Peace like a river può essere definito il suo romanzo un'opera realista? Nel senso che, anche se Lei parla di miracoli, al centro della sua storia c'è la realtà, l'azione e non il flusso di coscienza? R: Lo considero una storia realistica perché il suo impatto sul lettore trova la sua forza, come Lei intuisce, nel dramma e nell’interazione dei personaggi, senza di cui nessun elemento di contenuto spirituale o soprannaturale conterebbe. In questo senso è una storia “vecchio stampo”, un romanzo d’avventura influenzato più da Jack London e da Owen Wister che da Garcia Marquez. D: J.L. Borges una volta ha detto che "Hollywood, seppur per motivi commerciali, ha salvato e fatto rinascere l'epica". Quanto del cinema, americano e straniero, l'ha influenzata nella composizione del suo romanzo? R: Non ho visto molto cinema straniero, principalmente perché è raramente disponibile per le persone del rurale Midwest Americano, ma non voglio sottovalutare l’influenza dei film nella mia scrittura. Di sicuro le mie idee sui miti e le leggende del western (i cowboys, i fuorilegge, l’idea di onore, sacrificio e indipendenza) fanno parte di me, sono come inculcate nella mia sensibilità al punto che mi hanno spinto o comunque influenzato a esporre un po’ alla maniera dei film western da John Wayne in poi. Anche in termini di metodo, i film raccontano storie in modo così efficace – nell’entrare in scena tardi e nell’uscire presto - che la loro tecnica è filtrata quasi automaticamente nella composizione dei romanzi. Le tendenze contemporanee spingono quindi verso la brevità e l’episodico invece che verso la lunghezza e il descrittivo. James Fenimore Cooper oggi vivrebbe tempi terribilmente duri per pubblicare qualcosa. D: Oltre al cinema mi sembra che abbia esercitato su di Lei una certa influenza la musica ed in particolare il folk americano. Penso per esempio alle ballate di Bob Dylan, anche lui del Minnesota come Lei. Sbaglio? R: Non avevo pensato molto a questo aspetto ma forse si può andare ancora più indietro rispetto a Bob Dylan, per esempio alle ballate western di gruppi come i “Sons of the Pioneers” o anche ai blues di Robert Johnson, canzoni di solitudine, dolore, a volte di tradimento, canzoni così dolenti che possono solo farti felice. Dylan, beh, direi di sì, anche perché lui è di una città, Duluth, che è solo a due ore dalla nostra fattoria, e inoltre mi appare come un erede di quella musica, di quell’atmosfera, ma il mio collegamento con quegli antichi suonatori è più profondo. D: Gilbert Keith Chesterton ha scritto nel suo saggio Ortodossia che "Il cristianesimo eccelle nel romanzo narrativo esattamente perché questo si basa sul libero arbitrio teologico". Graham Greene ha scritto che "La letteratura non ha niente a che fare con l'edificazione spirituale". Nel suo romanzo l'elemento religioso è dominante. Cosa vuol dire per Lei scrivere romanzi cristiani? Esiste lo scrittore cristiano? R: L’espressione “romanzo cristiano” non mi sembra particolarmente utile, applicata come spesso viene fatto per libri che sono, per la loro natura, puramente evangelici, soprattutto se poi viene pensata come a voler convincere il lettore ad una fede. In America il “Romanzo Cristiano” è troppo spesso quello per bene, pulito e mai provocatorio, finalizzato a incoraggiare (o almeno a non offendere) il lettori cristiani. Questo da una parte è un mercato legittimo, ma mi piacerebbe andare oltre. Sospetto che ciò che rende particolarmente interessante la storia di Reuben per molti lettori, cristiani o no, è che egli semplicemente registra ciò che ha visto, senza tentare di forzare artificialmente il significato agli occhi del lettore. “Il potere e la gloria” di Greene, che anch’io come lei amo profondamente, è un potente romanzo di fede ma che, tuttavia, potrebbe rischiare di non essere mai pubblicato da un editore cristiano per il suo particolare contenuto umano… e quindi rispondo sì, esiste uno scrittore cristiano e, direi, anche in una varietà vasta e sorprendente. D: Lei è Reuben? R: Per certi versi, suppongo di sì. Molto del suo carattere e del suo dover sempre lottare l’ho preso da mio figlio Ty, il più grande, che, soprattutto nei primi anni, ha avuto grandissimi problemi di asma. D: Ha nuovi progetti per il prossimo futuro? R: Sto lavorando ad un nuovo romanzo ambientato tra il 1915 e il 1916, quando il mitico e romantico West sta ormai rantolando gli ultimi respiri e gli Stati Uniti affrontano il dramma della guerra mondiale. E’ leggermente differente da “La pace come un fiume”, ma con alcuni elementi facilmente riconoscibili: fuorilegge, ladri di cavalli, storie d’amore improbabili e di fede messa alla prova.

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