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 Le parole della precarietà di Orly Castel-Bloom

Le parole della precarietà di Orly Castel-Bloom

intervista di Wanda Marra Orly Castel-Bloom è nata a Tel Aviv nel 1960 ed è autrice di numerosi romanzi (Dolly city, Mona Lisa, Les Radicaux libres). Ha studiato cinema, ma poi ha deciso di dedicarsi alla scrittura. Scrive in ebraico, anche se la sua lingua materna sarebbe il francese. È considerata una delle migliori scrittrici israeliane della sua generazione. D: In Parti umane, ci sono tre coordinate entro cui si muovono le vicende dei protagonisti: l'inverno, l'influenza saudita e il terrorismo. Orly, ci puoi spiegare la metafora dell'inverno? R: Ho scritto il romanzo in estate. Conoscete l'estate torrida e soffocante di Israele? Ho cominciato ad agosto…Ho inventato l'inverno, un po' per raggiungere una distanza epica dalla realtà, per raccontare una storia che fosse simile a una leggenda, ma anche per dare l'idea del movimento nella temperatura, come nella situazione politica. Tutto è variabile, nulla è sicuro: neanche l'estate o l'inverno. D: Nel tuo romanzo il terrorismo, la guerra, il pericolo sembrano allo stesso tempo lontani e vicini…sembra di vivere in una quotidianità surreale e normale a un tempo… R: Ho scritto il romanzo durante l'Intifada, durante gli attacchi terroristici. L'ho finito l'11 settembre 2001. Il mondo è cambiato, non esiste più sicurezza, il dubbio è ovunque. Non posso venire a patti col terrorismo. Ricordo un attacco non molto lontano da Tel Aviv, dove vive mia sorella. Quel giorno, lei doveva comprare alcune cose nel centro commerciale. Io guardavo la televisione. Vidi che l'attentato era vicino casa sua, la chiamai, ma tutte le linee erano occupate. Poi raggiunsi mia madre, che mi raccontò che il marito era andato proprio in quel centro commerciale ad affittare un film, per non far andare i figli al cinema. La bomba scoppiò mentre lui era al telefono con mia sorella e lei sentì l'esplosione contemporaneamente fuori dalla finestra e dentro la cornetta. Ma nonostante tutto, dobbiamo tentare di rimanere sani di mente. Sai che stai rischiando la tua vita, quella dei tuoi figli. Ma cosa devi fare? Non posso lasciare Israele. Capisco gli ebrei durante il Nazismo: non lasciavano la Germania, perché non potevano credere che sarebbe successo quello che poi è accaduto. Io racconto cose quotidiane, banali. Prendiamo, per esempio la scena di Iris Ventura nella lavanderia: lei legge un giornale che racconta gli attacchi terroristici del giorno prima, ma pensa che non sono più attuali; si alza con stanchezza, sposta il giornale. Sono gesti quotidiani, che si ripetono tutti i giorni, esperienze che definiscono un po' la natura e il ritmo della nostra vita. I media raccontano tutti i giorni ciò che succede, ma io penso spesso che non posso più ascoltare i notiziari. Mi ricordo una volta, qualche tempo fa. Ho sentito di un attentato e sono andata a fare la siesta. Ho chiesto: 'Quanti morti?' Mi hanno risposto '10', e ho pensato che sarebbero stati 15 quando mi fossi svegliata. D: Con il tuo stile contemporaneamente realista e surrealista, quale risultato volevi raggiungere? R: Volevo scrivere un libro che fosse piacevole da leggere, fosse un conforto per gli spiriti. Molte persone mi hanno chiamato per ringraziarmi, dicendo che ciò che racconto nel mio libro non è poi così diverso dalla realtà. È un po' come una favola, ci sono degli automatismi che permettono alle vicende di scorrere… D: Nel tuo romanzo ci sono una serie di figure femminili, tutte molto vive e molto diverse tra loro. Quale preferisci? R: Mi piacciono tutte le mie protagoniste. C'è una parte di me in tutte loro. D: Cosa pensi della situazione politica di Israele? R: Dal giorno in cui sono nata, tutti mi chiedono cosa penso della situazione politica. La prima volta che mi hanno fatto questa domanda è stato alla licenza liceale. Ma si può veramente pensare? Si può sentire. Io provo disperazione. Tutto quello che vuoi è che finisca. Vuoi la pace. Vuoi vivere e lasciar vivere. Ho votato per il partito Liberale, ma non potrei farlo di nuovo. È stato un tale fiasco. D: A quali scrittori ti ispiri? R: Franz Kafka, i russi, Calvino, James Joyce, Cechov. Ma mi ispiro anche a molti registi, come Antonioni, Fellini ed altri. Infatti, ho studiato cinema, ma mi hanno detto che ero troppo bizzarra per fare cinema. Ma questo non vuol dire essere artisti?

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