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 L'intervista a The Believer (parte III)

L'intervista a The Believer (parte III)

BLVR: Secondo i lettori di Believer più appassionati di scienze, oggi c'è un'ondata di libri sulla nuova matematica "pop". Quali sono quelli che pensi vadano letti? Ti piace Flatland? Gödel, Escher, Bach? Mi sembra tu abbia detto che ti è piaciuto A mathematical apology DFW: Dipende da cosa intendi per "pop". L'Apology di Hardy è pop nel senso che è accessibile a chiunque abbia una preparazione liceale, ma non è pop nel senso che solo chi è in grado di considerare anche la psicologia e l'estetica della matematica pura può veramente appassionarsi all'argomento. G, E, B è un bellissimo libro, ma tosto. Personalmente penso che Hofstadter tralasci quei concetti fondamentali che, invece, danno un senso alle sue argomentazioni e ai suoi dialoghi per le persone che al college non hanno avuto molte basi di logica e di teoria della ricorsività. (Negli anni ottanta ho vivamente consigliato questo libro a gente che poi mi ha detto che era una palla; è venuto fuori che gli mancava la preparazione). Andiamo avanti. Allora, i tuoi lettori "scientifici" vorrebbero sapere da me una sorta di bibliografia di base. Generalmente, tutte le cose che si vendono abbastanza bene, per esempio i libri di Aczel, sono stronzate. E in effetti la maggior parte della roba pop-tech di della serie Four Walls Eight Windows è una porcheria. Ciò in cui sono veramente bravi è il marketing della stronzata. Ma non tutto quello che fanno le case editrici più importanti è brutto. Il libro di Seife sullo zero, uscito per Viking qualche anno fa, era sorprendentemente buono, sebbene quanto a complicazione fosse un inferno. In generale, penso che l'intero filone della matematica pop sia confuso e "confondente", perché nessuno sa esattamente quale sia il pubblico di riferimento o quale sia il nodo cruciale della discussione. BLVR: Ho qui tra le mani una bella domanda, piena di implicazioni, di Gideon, un nostro copyeditor e assistente di redazione: nella storia (e per estensione anche nella filosofia, e filologia e simili) della matematica, il concetto di infinito è stato non solo ambiguo & confuso & "confondente" in relazione alle varie tassonomie matematiche, ma assolutamente pericoloso: la cosa più vicina al concetto d'infinito che i Greci avessero era, essenzialmente, l'idea del disordine, di una caotica, dionisiaca disorganizzazione. Così l'infinito si scontrava con le loro rigorose idee di logica e ordine. I cristiani e gli scolastici avevano paura del concetto di infinito in matematica perché, in qualche modo, metteva in discussione l'onnipotenza e l'unicità dell'unico Dio. Ma dopo, nella seconda metà del diciannovesimo secolo, quando finalmente si fa un tentativo concreto, interessante e coraggioso di capire e definire il concetto di infinito, ne viene fuori che è affascinante, intelligente, matematicamente rivoluzionario ed è anche una spaventosa scoperta poetica, però, come credo di aver capito, questo concetto non ha molta rilevanza al di fuori del ristretto mondo della matematica, e non è neanche particolarmente pericoloso. Quand'anche fosse importante e/o pericoloso, non si saprebbe comunque in che campo delle scienze extra-matematiche applicarlo. Hai qualcosa da dire a riguardo? Ci sono delle implicazioni delle scoperte di Cantor relative all'infinito davvero interessanti al di fuori di quelle matematiche? DFW: Probabilmente il più veloce e concreto modo per risponderti è dire che questa domanda porta dritto dritto al cuore del perché i libri di matematica pop debbano avere una specifica utilità nella cultura odierna. La grande differenza è che le cose sono molto più segmentate oggi di quanto non lo fossero durante, che so, il Rinascimento. E anche più specializzate e più appesantite con ogni sorta di specifico contesto. Non possiamo aspettarci di trovare oggi un matematico grandioso, ai massimi livelli, che sia anche un filosofo e un teologo grandioso, ai massimi livelli ecc. (questa è una risposta molto molto semplice certo, forse al limite del semplicistico). Quando Cantor, nel 1870, si misurò con il concetto di infinito, questo apparteneva a una disciplina tecnica estremamente specialistica che richiedeva decenni per essere compresa a fondo e per consentire di produrre dei contenuti innovativi. Per Cantor e R. Dedekind (e da qui in poi è tutto solo una sorta di condensato del libro (condensato di cui fa parte anche la domanda)), la matematica dell'infinito deriva da uno dei modi di risolvere certi problemi spinosi riguardanti l'analisi post-calcolatoria (vale a dire, rispettivamente, le espansioni delle funzioni trigonometriche e le rigorose definizioni dei numeri irrazionali), problemi che derivano essi stessi dalle soluzioni di K. Weierstrass a certi problemi più recenti, e così via. E' tutto così astratto e specialistico che larghe parti di E&M finiscono per dedicarsi semplicemente alla scomposizione dei problemi in maniera sufficientemente chiara da permettere a un lettore generico di farsi almeno un'idea realistica di dove derivino la teoria degli insiemi e la topologia dell'Equatore, matematicamente parlando. Credo che la questione abbia a che fare con qualcos'altro che finisce per essere citato velocemente solo nell'ultima versione del libro. Viviamo oggi in un mondo in cui la maggior parte degli sviluppi veramente importanti in qualsiasi campo, dalla matematica alla fisica, dall'astronomia alle politiche sociali, dalla psicologia alla musica classica, sono così astratti, così complessi dal punto di vista tecnico e così legati ad uno specifico contesto di riferimento che è praticamente impossibile per una persona comune capire quanta importanza abbiano nella sua vita quotidiana. Quando persino due persone in due sotto-sotto-campi di specializzazione molto vicini tra di loro fanno fatica a comunicare perché le loro rispettive scoperte richiedono così tanta competenza e conoscenza e così via, allora la scrittura tecnica-pop può avere un valore (oltre al semplice valore in dollari di un libro) come parte di una più ampia frontiera di comunicazione tecnica chiara, lucida e libera. Forse uno dei problemi veramente significativi della cultura di oggi è quello di far dialogare tra di loro le persone superando la barriera della specializzazione radicale. Suona un po' stucchevole ma penso che in fondo sia vero. E non solo il chimico polimerico che parla al semiologo, ma gente con un'esperienza particolare che acquisisce la capacità di parlare sensatamente con noi sciocchi. Alcuni esempi: pensa al brivido di trovare un tecnico informatico competente e brillante che è anche in grado di spiegarti quello che sta facendo in modo da farti credere che stai capendo quello che si è guastato nel tuo computer, e perfino che sei in grado di poterlo aggiustare da solo la prossima volta. O pensa a un oncologo in grado di parlare chiaramente e umanamente con te e tua moglie di quali sono i possibili trattamenti per il suo neoplasma e di come agiscono effettivamente le diverse terapie elencandone esattamente i pro e i contro. Se sei uno come me praticamente ti inginocchi e abbracci le gambe di quel tecnico informatico, se lo trovi. Ma ovviamente questi casi oggi sono rari. In realtà non esiste nemmeno una bella parola univoca che esprima questo tipo di genialità, che abbia proprio quel significato. Forse ci dovrebbe essere una parola; forse bisognerebbe insegnare a comunicare con gli altri al di là della propria sfera di competenza, bisognerebbe parlarne e considerarlo come un requisito di competenza di qualità… In ogni caso, credo che questo tipo di concetti fosse ciò a cui alludeva la tua domanda ed è un argomento incredibilmente interessante. BLVR: Noto che non stiamo granché parlando del tuo insegnamento. Ho incontrato degli studenti che frequentano Pomona soprattutto perché tu insegni là. Come si chiama la tua materia? Cosa prevede il tuo programma didattico? Usi il gesso o i pennarelli cancellabili? DFW: Questa domanda contiene l'idea che io stia dicendo che le persone in grado di comunicare attraverso le diverse specializzazioni diventino insegnanti migliori, anche se non sono sicuro che stessi effettivamente dicendo questo. Insegnare è diverso, penso, poiché gli studenti sono lì volontariamente, e perché sono giovani, plasmabili, e pre-specializzati. Comunque so che non è quello che mi stai chiedendo. A Pomona faccio una specie di lotteria-premio: i doveri formali sono leggeri, gli studenti hanno tutti voti migliori di quelli che avevo io e io posso fare più o meno quello che voglio. Attualmente sto facendo "Introduzione alla Narrazione" che è divertente perché hai l'opportunità di prendere ragazzi con molta esperienza di critica letteraria e di scrittura e mostrargli che ci sono modi a volte diametralmente opposti di leggere e di scrivere. Ci vorrebbe troppo per parlarne, comunque per la maggior parte del tempo mi diverto molto e adesso che non mi interrompo ogni due minuti per sputare marrone in una tazza da caffè, la mia credibilità presso i ragazzi è cresciuta un sacco e penso che finché non farò qualcosa di veramente egregio potrò star lì fino a quando mi pare.

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