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 Lipperini: Mozart e Don Giovanni

Lipperini: Mozart e Don Giovanni

di Florinda Fiamma Uno dei miti più usati, e abusati, dalla letteratura, dalla musica, dall’arte in generale e spesso anche dall’eloquio comune è senz’altro quello di Don Giovanni. Loredana Lipperini, giornalista, scrittrice, autrice radiofonica e televisiva e grande appassionata di musica classica, nella nuova edizione (Castelvecchi) del suo Introduzione al Don Giovanni (Editori Riuniti, 1987), ripropone la storia del seduttore più famoso al mondo. La lettura che ne dà è quella di una maschera incredibilmente plasmabile che riesce ad adattarsi alla sensibilità di ogni epoca, dal Settecento ad oggi. Quando quest’affascinante maschera incontra la genialità musicale di Mozart esplode un’alchimia unica, in grado di trasmettere anche le più piccole sfumature della natura umana. D: Chi è Don Giovanni e perché è diventato il mito dei miti? Come il Don Giovanni mozartiano costituisce la vetta dell’evoluzione di un personaggio cardine della modernità? R: Con ogni probabilità, perché tocca gli argomenti costitutivi del mito, in assoluto: l’amore e la morte. La vicenda di Don Giovanni, a differenza di quanto si può ritenere ad una sua conoscenza superficiale, non è mai riconducibile alla sola trasgressione amorosa. Che non ha senso (né richiederebbe una punizione celeste) se disgiunta dalla trasgressione metafisica: laddove Don Giovanni non riconosce la possibilità di un castigo oltre alla morte, nega la stessa trascendenza. È davvero demone e diabolus, genio sovrumano e, insieme, colui che divide. Quanto all’opera di Mozart, motivo della sua eccezionalità, e tesi centrale del mio libro, è l’incontro fra un mito straordinariamente plasmabile ed un compositore in grado di riconoscere e di elevare ad altezze impensate le componenti simboliche dell'antica leggenda. Per dirla con Sören Kierkegaard, il mito dongiovannesco trova la sua più compiuta espressione nella musica in quanto capace di esprimere il mondo dei sensi prescindendo dal giudizio etico su di esso. E non molti anni fa, il filosofo Umberto Curi sosteneva che la musica è il linguaggio che più a Don Giovanni si attiene, perché più idoneo ad “esprimere l’irriducibilità dell’eroe a qualsiasi assioma di chiusura, a qualunque parola che voglia dirne definitivamente l’essenza, a qualsivoglia voce che pretenda di esprimerne la personalità in maniera autentica: il vero Don Giovanni è destinato a restare in ogni caso senza voce. .. una “figura del possibile”, non imprigionabile né riconducibile, ma al tempo stesso aperta “al problema” dell’indicibile e del suo mostrarsi – al problema di quel limite che fa della composizione grande forma”. D: Quali sono le caratteristiche di questo mito che, secondo te, hanno attratto Mozart? Perché proprio Don Giovanni? R: Comincio dalla seconda domanda: perché era una vicenda popolarissima nel mondo del teatro musicale, proprio grazie allo sfruttamento del mito fatto dalla Commedia dell’Arte. Nei primi anni del Settecento assistiamo ad una tale proliferazione di opere buffe sull'argomento da portarci ad ammirare una volta di più la capacità mozartiana di trasformare in capolavoro assoluto una vicenda che già nella sua epoca doveva apparire trita e ritrita. Sui motivi dell’attrazione bisognerebbe soffermarsi molto a lungo: in breve, fu proprio la commistione di tragico e di comico della storia, probabilmente, ad affascinare Mozart. Che in questo modo poteva agire all’interno delle convenzioni dell’opera buffa superandole dall’interno. Come quasi tutta la musica di Mozart, si tratta dunque di un'opera assolutamente ambigua: che cos'è infatti Don Giovanni? Un'opera buffa? Una tragedia? È totalmente comica come vuole il Dent o totalmente seria come la vedevano i romantici ed alcuni altri commentatori? «Dramma giocoso», la definisce il compositore, e quindi opera buffa: giustamente, si dirà, sia per la derivazione della vicenda dalla commedia dell'arte, sia per il totale snaturamento che ne sarebbe derivato con l'innesto nel preziosismo aulico dell'opera seria. Scegliendo il genere buffo Mozart può tradurre musicalmente la costante mitica dell'azione continua (si pensi agli «zoccoli che volano» di Tirso), che in questo genere viene portata avanti dalla musica, mentre nell'opera seria quest'ultima si limita all'effusione lirica; l'opera buffa, infine, consentiva al librettista di trarre i suoi personaggi dalla vita quotidiana e non, come altrove, dalla mitologia. Eppure Don Giovanni è eroe già mitico, eppure c'è l'avvenimento centrale dell'intervento soprannaturale dellа Statua, inammissibile in un'opera completamente «buffa»: mentre, a complicare le cose, l'azione viene più volte interrotta per consentire pause di puro lirismo. Infine, e soprattutto, sembra assai poco consono alla comicità quel soffio di morte che pervade dall'inizio all’ultima nota il Don Giovanni, che non a caso venne immediatamente considerato demoniaco e terribile. In questa commistione di tragico e di comico, che Mozart presenta come due aspetti della stessa realtà, sta il maggior pregio dell'opera, ricca di contrasti proprio per questo suo fondere e proporre congiuntamente elementi che vengono da fonti diverse, senza che nessuno prevalga fino in fondo sull'altro. D: Come mai Mozart scelse di affidare il compito della stesura del libretto dell’Opera all’abate Lorenzo Da Ponte? R: Perché erano reduci dal successo de Le nozze di Figaro, e perché, stando a quanto dichiara Da Ponte nelle Memorie, fu lo stesso librettista a proporgli il soggetto. D: Come Da Ponte ha “filologicamente” manipolato il mito, per renderlo ancora più potente, più affascinante? R: A mio parere, la maggiore abilità di Da Ponte sta nell’aver fornito a Mozart una galleria di personaggi che si prestavano a perfezione per una serie di grandi caratterizzazioni musicali. Esaminati letterariamente, i personaggi sono una versione appena più poetica delle convenzionali figure del mito, mentre musicalmente vivono di una vita diversa, oscura e profonda, che si intravede grazie agli interventi dell'orchestra. Non più maschere, le creature di Mozart vivono i contrasti che le trasformeranno in individui con una definita e sofferta psicologia. Il tutto, naturalmente, viene proposto con quella mozartiana levità compositiva che rende esente ogni sfogo sentimentale dall'eccesso e ogni colpo di scena dalla violenta drammatizzazione. D: La genialità di Mozart: un esempio tratto dal libretto del Don Giovanni per esprimerla. R: La scena dodicesima del secondo atto, quando Don Giovanni vede la Statua del Commendatore nel cimitero. Difficilmente la grandiosità dei mezzi romantici avrebbe ottenuto un effetto altrettanto suggestivo; mentre alla Statua viene affidato un semplice monosillabo, l'attenzione di Mozart si concentra sul coraggio di Don Giovanni e sul comico terrore di Leporello: gli avvenimenti finali sono presagiti ma non anticipati e, mentre l'orchestra si dibatte fra allegria e tragedia, la solarità delle tonalità maggiori si vena di lampi sinistri, innestando sul buffo mi maggiore dell'accompagnamento drammatiche reazioni vocali. L. Lipperini Mozart in rock Net, 2006 pp. 220, euro 10 L. Lipperini Don Giovanni. Il potere della seduzione, la musica il mito Castelvecchi, 2006 pp. 296, euro 16

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