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 <b>Lopez</b>: in cerca di radici

Lopez: in cerca di radici

a cura di Francesca Garofoli Comincia così il libro di Beppe Lopez, romanziere esordiente ma giornalista di lunga data – da cronista politico ha partecipato alla fondazione del quotidiano la Repubblica. Capatosta – questo il titolo del suo romanzo, pubblicato da Mondadori nel 2000 – non ha faticato, appena uscito, a conquistare la testa della classifica dei libri più venduti. Una storia d’altri tempi, quella di Iangiuasand’ ribattezzata “Capatosta”, e una lingua che rimanda a suoni e accenti di cui si sono smarrite le origini. Teatro delle vicende di questo esemplare personaggio femminile – nata per errore, cresciuta per dispetto e viva per orgoglio – è la Bari popolare, la “Bari Vecchia” degli artigiani e delle prostitute: Bari fra gli anni Quaranta e Sessanta. E si respira aria di terra e di polvere, odore di bucato e di pesce, rumore di risate e di grida. L’occhio scorre sulla pagina e già si prefigura una strada assolata, l’ombra misteriosa di una casa, il rumore di pentole e coperchi, echi lontani di bambini che giocano. A compiere il miracolo è la scrittura, una scrittura particolare, quella scelta dall’autore, che attraverso il dialetto – ma attenzione un dialetto “lavorato” comprensibilissimo anche a coloro che di Bari non sanno nulla – ci restituisce il sangue e la carne di quei personaggi e di quell’epoca. A Beppe Lopez abbiano dunque chiesto di raccontarci “il lavoro dello scrittore su se stesso”. Perché hai scelto il dialetto? Precisiamo innanzitutto che Capatosta, più che in dialetto, è scritto in un idioletto, da me ricavato attingendo a un materiale linguistico centro-meridionale di origine pre-latina e forse pre-greca, così come si è fissato col tempo presso la comunità barese, e intrecciandolo con l’italiano comunemente parlato per la voglia/necessità di farmi leggere e capire da un pubblico nazionale e, ovviamente, di far leggere e capire quel dialetto, insieme a tutto il “mondo dialettale” e a uno specifico modo di essere e di fare dal quale un dialetto viene prodotto e che in un qualche modo il dialetto conforma. Del resto, un dialetto scritto è una contraddizione in termini. Il dialetto è quello parlato, esiste per la stessa ragione per cui si parla. Il suo trasferimento sulla pagina scritta è di per sé, inevitabilmente, un’operazione letteraria. Il risultato della mia operazione linguistica mi pare di fatto un italiano con aspetti, insieme, di arcaicità e di classicità. Quali sono le particolarità del dialetto barese? La prima particolarità è quella che lo accomuna a tutti i dialetti: consente l’espressione e la descrizione degli stati d’animo, degli istinti, dei sentimenti e della materialità dei comportamenti e dei rapporti interpersonali in maniera decisamente più forte, efficace e immediata rispetto alla lingua ufficiale, appresa a scuola e nei rapporti sociali, utile e ovviamente indispensabile per l’evoluzione culturale, il ragionamento, le scienze, il diritto, eccetera. Il barese, di suo, è connotato da una notevole arcaicità soprattutto fonetica, che lo rende praticamente “inscrivibile” e che è in un qualche rapporto di causa ed effetto con la sua mancata fortuna letteraria, anche se ovviamente una lingua diventa “letteraria” – o rimane, com’è successo al barese, ai margini del sistema comunicazionale – innanzitutto per ragioni storico-socio-economiche. E allora, perché non hai scritto il tuo romanzo in italiano, bensì nel tuo “idioletto” dialettale? Per molti motivi, incarnati da un lato nella specificità (e nell’anomalia, nella “novità”) della storia raccontata e dall’altro nel mio personale rapporto (da scrittore non professionista, da outsider) con la forma-romanzo. Avevo tra le mani la possibilità, quasi l’urgenza di descrivere un mondo forse mai descritto nella narrativa italiana – un Sud geostoricamente specifico e ignoto (Bari fra gli anni ’40 e ’60) – eppure emblematico di uno stato esistenziale e sociale universale, un’umanità sospesa, non cittadina e non più paesana, né operaia né contadina, né magica né contaminata dalla modernità, apparentemente senza memoria ed estranea alla Storia, animata si direbbe da un microvitalismo fine a se stesso, eppure strutturato da spinte istintuali decisive nei comportamenti di tutti, sempre e dovunque. Si trattava di un materiale linguistico, quello proprio di quel mondo, anch’esso totalmente ignorato dagli scrittori e dai lettori italiani. Del resto avevo in mente un romanzo, per così dire, di identità e di riscatto. Il dialetto, quando è lingua madre (e, a maggior ragione, nel mondo culturalmente arcaico di Capatosta), costituisce in assoluto un fortissimo fattore “identitario”, di costruzione e coscienza identitaria prima ancora che di comunicazione. Comunque quei personaggi non potevano non parlare quella lingua, in termini possibilmente comprensivi per il lettorato “nazionale” (compresi l’editore nazionale e la critica nazionale) presso il quale rivendicare appunto identità e possibilmente “riscatto”. Per quello che riguarda in maniera specifica me, l’uso del dialetto o, meglio, di quel materiale linguistico aveva ed ha attinenza con la riscoperta, il bisogno di un ultracinquantenne di rovistare finalmente fra le proprie radici dopo una vita vissuta di corsa, e con una mia convinzione di tipo socio-politico (appunto da scrittore non professionista, da outsider della narrativa) per cui vale la pena di scrivere un romanzo, se solo tu puoi scrivere quella storia, in una lingua non convenzionale o standard ma strettamente connessa ai fatti e ai personaggi narrati, tanto più se la lingua e la cultura ufficiali sono rimaste nel tempo orfane del suo specifico apporto. Condividi l'idea di Pasolini secondo cui il dialetto è una forma di appropriazione del reale? Il dialetto è la lingua del reale, se si intende per reale il mondo materiale e soprattutto quello istintuale. Siccome la lingua di un popolo ha formidabili interconnessioni e interdipendenze con la sua storia e la sua evoluzione, è chiaro che la storia e l’evoluzione di un dialetto promosso a lingua ne consente e ne impone una progressiva complessità, tale da abbracciare e soddisfare via via le sempre nuove e diverse esigenze di comunicazione (e di descrizione, analisi e rielaborazione della realtà) scritta e anche parlata. Nel rapporto tra persone e dialetto si pone, perlopiù, una questione di “reimpossessamento” del reale istintuale e per molti aspetti anche materiale. L’organizzazione della società – lingua ufficiale compresa – ha notoriamente assunto da tempo caratteri accentuatamente alienanti e omologanti per l’individuo. Non dico che la riscoperta del dialetto sarebbe la panacea per uomini e donne che hanno perso il contatto profondo con se stessi e con la realtà, ma se essi ed esse parlavano dialetto quando erano “innocenti” (e autentici) è chiaro che se vogliono salvarsi debbono andare alla riscoperta delle proprie radici, debbono tornare alla radice della propria personalità, e quindi riavere a che fare con la lingua di quelle radici, la lingua madre… Semmai credo rimanga un mistero, non solo antropologico, come questo intreccio fenomenico (istintualità e ragione, alienazione e realtà) si ponga nel caso della prima o delle prime due generazioni di italiani, che non hanno avuto da bambini un dialetto come lingua madre ma direttamente la lingua della Tv e dei libri… Ritieni dunque che il dialetto non sia una forma secondaria di lingua? Ogni dialetto è una lingua (spesso, ma non sempre, non evoluta) e ogni lingua è stata un dialetto. La “secondarietà” del dialetto rispetto alla lingua è determinata da eventi storici, sociali, economici e politici, e riguarda essenzialmente la scrittura. Sul piano letterario, proprio la storia italiana – col suo straordinario, duplice sviluppo, da un canto in toscano e poi nella lingua nazionale, e dall’altro nelle lingue regionali o comunque locali – sta lì a testimoniare della inesistenza di ragioni intrinseche al dialetto che ne inchiodino la “secondarietà” sul piano qualitativo. So che ci sarà un seguito alla storia di Iangiuasand'. Me ne puoi accennare qualcosa? Ho in corso la riscrittura del mio secondo romanzo. Non si tratta di un “seguito”, anche se la storia raccontata, un po’ complessa, ha numerosi intrecci, perlopiù non esplicitati ma fondamentali, con le vicende di Iangiuasand’. Si tratta in sostanza della vita di un uomo, che ha le sue origini e le sue radici (anche linguistiche) nel mondo di Capatosta, raccontata attraverso il suo rapporto con le donne: quella che lo ha messo al mondo, quella che lo ha amato, quella che lui ha abbandonato, quella che da lui è stata messa al mondo… Un uomo che ha imparato e usa sia l’italiano che il dialetto.

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