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L`uomo in rivolta

“Mi rivolto, dunque siamo”. Il nuovo cogito fondato da Albert Camus compare per la prima volta nel 1951 nel saggio pubblicato da GallimardL’uomo in rivolta. Ma chi è l'uomo che dà il titolo al testo che ha sancito la rottura definitiva tra Sartre e Camus? L'uomo in rivolta accetta il supremo sacrificio della morte perché crede in un bene trascendente il proprio destino, difende un diritto, negato, che egli pone al di sopra di sé. Se si rivolta è per preservare qualcosa che è in lui: il ribelle cerca di difendere ciò che l'uomo ed il mondo sono. Camus, lontano dalle ideologie nullificanti del Novecento, ribadisce a gran voce il rispetto per l'essere umano laddove la sua dignità viene calpestata e degradata. Riconosce l'imperfezione dell'uomo, i vincoli imposti dalla natura, e di conseguenza trova abominevole e senza senso il tentativo, folle o lucido che sia, di creare l'uomo nuovo, l'uomo perfetto, annullando l'uomo già esistente con strumenti e mezzi di distruzione fisica, psichica e morale.

Lo «scandalo» de L'uomo in rivolta, dunque, sta nel fatto che un uomo di sinistra e antifascista come Camus abbia denunciato senza ipocrisie e senza mezze parole le devianze della Rivoluzione Russa e i crimini del comunismo sovietico. Il filosofo francese vuole mostrare come Lenin prima e Stalin dopo abbiano distorto il pensiero di Marx piegandolo per scopi che hanno assunto sembianze atroci e disumane.

Nella puntata di Cultbook "L’uomo in rivolta", che andrà in onda in replica sabato 29 novembre alle 20.45 su Rai5, altri due casi letterari ci chiamano ancora a riflettere sul rapporto tra scrittura e ideologia, cultura e potere, letteratura e vita: Koba il terribile di Martin AmisLa paga del sabato di Beppe Fenoglio. Per i classici, Eraldo Affinati lancia le schegge di Michele Kohlhass di Von KleistGiobbe di Philip Roth. Sulla bilancia di Maria Agostinelli, il peso esatto di Dopo (orecchio acerbo) di Laurent Moreau.

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