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 <b>Mirzoeff</b>: guardare la guerra

Mirzoeff: guardare la guerra

di Claudia Bonadonna D. Cominci il tuo saggio con una dichiarazione d’intenti impegnativa e forte: “analizzare il consolidamento del potere come modello visuale della globalizzazione reazionaria e il ruolo giocato dagli individui all’interno di tale sistema”. E inevitabilmente infatti parliamo di Stati Uniti e Iraq e della produzione di consenso intorno a questa guerra, perché di guerra ancora si tratta… R. Il libro si apre con il ricordo di un episodio occorsomi all’inizio della campagna shock and awe (colpisci e terrorizza, qualcuno lo ricorda ancora?) dell’invasione in Iraq. Guardavo la tv dalla cyclette di una palestra di Long Island. Di solito sono sintonizzati su vari canali, ma quel giorno le immagini erano semplicemente le stesse: lampi di luce bianca e arancione. Bombe. Vicino a me un bianco sulla cinquantina in maglietta militare e cappellino dell’esercito applaudiva e incitava le esplosioni. Il perfetto spettatore della guerra nell’esercizio delle sue funzioni. Nell’esercizio del suo potere. La guerra estremizza le distanze e taglia netto sui distinguo. E così le immagini che la rappresentano: il soldato americano che abbatte la statua di Saddam Hussein contro i video degli ostaggi occidentali minacciati e uccisi. Non c’è più distinzione, non c’è più raziocinio. Tutta una nazione abituata a pensare come il suo presidente in una guerra giusta e necessaria. Un bombardamento televisivo che crea induzione, controllo, consenso… che diventa una sorta di colonna sonora, di rumore di fondo, non più avvertito ma invasivo, inevitabilmente invasivo… Io trovo un che di… fascista in questo, un appeal emotivo totalizzante e massimalista che ha la meglio su ogni forma di ragione. Il punto di oggi è che i mass media non si limitano più a cavalcare l’onda. L’hanno già fatto. L’hanno ampliata così tanto da venirne a loro volta abbattuti, travolti in una corsa all’allarmismo, alla spettacolarizzazione che ha scavalcato qualsiasi significato materiale, che vive di per sé, al di là del contenuto e del senso. D. Eppure noi, il pubblico, non sembriamo così indifesi nei confronti di quello che vediamo, verso le immagini di guerra. Sembriamo invece diventati scettici, consapevoli della loro falsificabilità o anche solo assuefatti, indifferenti. E se fosse una forma di rimozione? R. Quello che accade è un paradosso. Siamo così abituati e così consapevoli dei meccanismi della comunicazione e del potere al punto che è possibile mostrare scene orribili come le torture dei detenuti di Abu Graib e non convincere. Si è perso il legame emozionale. Sappiamo che quelle sono foto di guerra ma le percepiamo come effimere, lontane, immerse in un mare di altre immagini che rapidamente si succedono spiegando il nulla. In questo overload di dati senza peso specifico niente ci informa più, perché di niente riusciamo a ricostruire la collocazione, con niente riusciamo a stabilire una suggestione duratura. Come ha ben insegnato la prima guerra del Golfo, il massimo della visibilità significa il massimo dell’invisibilità, il più perfetto meccanismo di mascheramento. Se c’è un effetto psicologico di rimozione? Credo sia vero soprattutto per il pubblico americano, almeno per quanto riguarda la situazione irachena. Quella è una nazione e un popolo che esistono solo come cliché, come idea generale e non come realtà vivente. Sono un’entità astratta verso cui convergono aspirazioni, vendette e frustrazioni. Un vizio di percezione da cui non sono esenti le stesse istituzioni. A tal punto è fallace – drammaticamente fallace - la macchina informativa governativa che il primo bombardamento a Falluja è stato diretto verso l’ospedale locale scambiato appunto per uno dei quartieri generali dello status husseiniano. D. E poi c’è anche l’interpretazione dell’arte. Nel tuo saggio citi le storie a fumetti di Marjane Satrapi e Joe Sacco: dall’Iran alla Palestina una forma del racconto che riscopre l’emozione e il significato. Hai anche dichiarato che la graphic novel è la nuova declinazione dell’epica… R. Una premessa teorica, innanzitutto. Sono convinto della necessità di dialogo tra accademia e cultura pop. Credo nell’iniezione di energia e rinnovamento che deriva dalla commistione di fonti “alte” e “basse”, credo anzi che in basso si annidino molti sintomi illuminanti del nostro presente e molte possibili cure. Di qui l’idea della graphic novel come ultima forma di epica. Perché anche l’arte patisce il morbo globalizzante della riduzione di significato, anche qui assistiamo ad una sorta di metalinguaggio generale che annulla specificità e differenze. Invece la cultura mutuata dal fumetto, con la sua immediatezza e semplicità, recupera il potere della comunicazione, dell’emozione. Svicola da sotto ai cliché e ci riconsegna una forma deprivata e per ciò stesso doppiamente efficace del racconto. Una sorta di alfabetizzazione primaria. Di più una narrazione interattiva che coinvolge “mano, occhio e anima”. Ovvero quella che, di fronte alla crisi di significato prodotta dall’eccesso di informazioni sulla prima guerra mondiale, Benjamin invocava come epica. Nelle nove puntate di Palestina Joe Sacco rappresenta l’interminabilità di ogni evento all’interno di un campo profughi: interminabili tazze di tè, interminabili racconti di sventura, interminabili attacchi e resistenze... Non credo esista descrizione più decisiva e persistente di questo tipo vita delle due pagine senza testo che raccontano il campo di Jabalia. La scena è, contrariamente alle aspettative, invernale: ci sono profonde pozzanghere di fango e i bambini vanno a scuola muovendosi prudenti nella confusione di veicoli abbandonati, carri trainati da cavalli, sacchi di sabbia, barricate e mucchi di spazzatura. Qua è là ci sono scatolette vuote di cibo per cani e grovigli di fili telefonici. Siamo in effetti in un paese sviluppato… appena sotto l’ombra cupa del Primo Mondo… Nel tratto di Marjane Satrapi invece c’è tutta la nettezza e la semplicità del suo sguardo di bambina curiosa, fiduciosa e presto delusa. E tutta la drammatica ambiguità di una storia che da nazionale si fa intima, infinitesima, familiare. Dopo il bombardamento di Teheran, nel momento in cui la guerra tra Iran e Iraq è al suo culmine, Marjane Satrapi si disegnasi seduta con i piedi su un tavolino da caffè mentre grida in grassetto: “Bisogna bombardare Baghdad!”. Suo padre le dice che è impossibile perché il governo islamico ha fatto arrestare tutti i piloti. Ma quando la tv annuncia il raid e comincia a trasmettere l’inno nazionale prerivoluzionario l’intera famiglia rimane interdetta. Marji e suo padre si mettono a ballare intorno al tavolo; la madre è in disparte, piccola come una bambina emarginata dai festeggiamenti degli adulti. Il sottile riferimento ai sottesi psicanalitici della famiglia emerge direttamente dai disegni senza che né i personaggi né la narratrice abbiano bisogno di proferire verbo. Nicholas Mirzoeff Guardare la guerra Meltemi, pp.216, euro18,50

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