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 Odissea moderna

Odissea moderna

a cura di Gianni Bonina Quattro amici milanesi arrivano con il loro agente immobiliare nell’entroterra umbro per vedere delle ville che intendono acquistare, ma la loro auto finisce in un fossato e restano appiedati. Trovano ospitalità in casa di una comunità che vive in condizioni pressoché primitive, senza soldi, né elettricità né confort. Ne usciranno cambiati. Giro di vento (Bompiani) di Andrea De Carlo sembra tutto in questa trama che, prevedibile ed esile, è il dato meno rilevante, il romanzo essendo piuttosto ispirato a un giro di metafore. Già il titolo, che indica il luogo teatro della vicenda, spazzato dalla tramontana causa di vortici e veroniche di raffiche, sottende un vertiginoso mutamento imploso interiormente: i quattro milanesi si trovano nella condizione di un conradiano Marlowe, che dal mondo civilizzato si ritrova in quello selvaggio per trovare un Kurtz trasformato in essere primitivo. Altri ancora sono i modelli scoperti: da Gulliver a Robinson Crusoe fino all’epopea del West, a Marco Polo e a Ulisse, la scoperta del mondo ancestrale e diverso, ai primordi e ai precordi della coscienza occidentale, ha costituito il banco di prova sul quale è stata periodicamente verificata la tenuta dei rapporti tra antico e moderno, Est e Ovest, Nord e Sud, civiltà e barbarie. La prospettiva è stata sempre di una globalizzazione da farsi, di una espansione della civiltà tesa a imporre valori e marchi. Anche questo argument si rileva dal romanzo di De Carlo, che soprattutto riprende una polemica, sentita nell’Ottocento degli Ottentoti e dei bibelots, divenuta centrale nella temperie surrealistica tra un Caillois votato alla superiorità dell’Ovest e un Lévi-Strauss schierato contro l’etnocentrismo occidentale, per una battaglia a favore delle civiltà “fredde” e del loro grado di parità. De Carlo è dalla parte di Lévi-Strauss, a fianco dei dropouts che scelgono la vita selvatica, una volta abiuriata la condizione di “cittadini”. Si ripete qui il confronto posto da Todorov tra la “regola di Erodoto”, di chi ritiene barbare le culture diverse dalla propria, e la “regola di Omero”, di chi ammira i popoli distanti e giudica in decadenza quello di cui è parte. È lo sguardo di Omero che De Carlo adotta, vestendo l’abito dell’uomo contemporaneo che, nell’evasione prossemica dal proprio mondo, vede più che un’alternativa, una via di salvezza, la riuscita del desiderio di fuga vagheggiato da Montale verso l’isolamento, desiderio che si realizza strappando la “rete”, qui nelle forme delle “protezioni istituzionali e sociali”. L’esperienza dei quattro “cittadini” dandies (che provano a riscontrare la presenza di elementi del proprio way of live nel costume di vita dei “selvatici”, rinunciando al sentimento di scoperta e di conoscenza suggerito da una visione levistraussiana (dell’etnologo che si sostituisce all’esploratore e al sacerdote), si disarticola in vicende separate che De Carlo ridisegna trasfondendo le scene di gruppo, dove i forestieri si muovono insieme, in incontri bilaterali e sempre più ravvicinati, dove i componenti delle due opposte comunità cercano una corrispondenza intima, fino a uno scioglimento che disvela e ripete lo spirito di Cuore di tenebra, donde il neoprimitivo Kurtz (il decarliano Lauro) rimpiange la città e il rousseauniano Marlowe (Arturo in Giro di vento) e scopre il primato della natura sulla cultura. La scelta di fondo che i diversi personaggi esperiscono in maniera diversa è tra la vita che si fa e quella che si immagina di fare, tra chi si è e chi si cerca di essere. Lo scontro tra il culto della wilderness e il credo della nicciana civilization (di un mondo agognato e di un cascame di mondo) non è mai senza danni: i quattro milanesi, alla fine della loro disavventura, schema di gradus ad parnassum più che di discensus ad inferos, si ritrovano litigati e distanti. Si separano proprio all’uscita del bosco, il confine dei due sistemi terreni, rispondendo in modo contrastante all’interrogativo se l’impulso dell’uomo sia di dirigersi verso il mondo civilizzato o quello selvatico. Per molti versi Giro di vento ricorda Due di due: ma lì la fuga dalla civiltà era ricercata e prefigurava la scoperta di un eldorado, qui invece ha il senso di “un weekend postmoderno”, un’evasione dalla realtà che diventa prima un incubo e poi una rivelazione. Il tema del rifiuto del mondo presente continua a essere una sua ossessione? È un mio tema ricorrente, di sicuro. Ma in questo romanzo volevo mettere a confronto due gruppi di persone che hanno fatto scelte opposte: i cittadini che si identificano totalmente nel mondo presente, e i “selvatici” che lo hanno rifiutato in ogni sua manifestazione. È un modo per riflettere sui nostri comportamenti e su quello che c’è sotto, sui linguaggi e sugli istinti più profondi. Questo romanzo si avvicina anche, e molto, al più recente Pura vita, quanto al significato del viaggio di ricerca e coscienziale. E ricorre uno stesso “accidente”: la macchina finisce in un fosso e determina una stasi, in forza della quale si arriva a una rivelazione. E in entrambi i casi l’ambiente è il bosco. L’idea, in tutti e due i casi, è nell’improvvisa interruzione di contatti, che costringe i protagonisti a venire allo scoperto, fuori dal riparo dei loro atteggiamenti consolidati. È uno degli espedienti narrativi di base, ed è una fonte di sorprese per chi scrive una storia, o per chi la legge. Si può parlare di “scontro di civiltà”, di contrapposizione irriducibile tra quelli che lei chiama “cittadini” e “selvatici”, società di oggi e società di ieri, città e campagna? Direi di sì. Lo scontro è tra chi fa parte del mondo e chi ha scelto di tirarsene fuori perché è disgustato dalla direzione che ha preso. Ma in questo gioco di opposti dietro entrambe le facciate covano oscillazioni, dubbi, rimpianti, domande, attrazioni. Volevo portarli lentamente in superficie e vedere cosa succedeva, come in uno studio comportamentale molto ravvicinato. Lei sembra parteggiare non per i “cittadini” milanesi ma per gli eremiti umbri: sembra quasi sposarne le ragioni di vita. È chiaro che le mie simpatie vanno ai “selvatici”. Ammiro la loro coerenza, anche se non volevo rappresentare la loro vita come un idillio, o come una soluzione ai mali del mondo. È una scelta estrema, e la rappresento nel romanzo in tutta la sua durezza: la fatica fisica, il freddo, l’isolamento, gli scoramenti, la continua lotta contro le avversità e contro un avversario strapotente. Margherita, la soubrette televisiva, dice agli occupanti delle case: “Siamo stati stupidi. Non abbiamo riflettuto su cosa significava davvero la vita reale”. È un’illuminazione della coscienza che però presto si spegne. Credo che un personaggio come Margherita sia irrimediabilmente destinato a ritornare a se stesso, ai propri vizi, alle proprie abitudini, alle gratificazioni vicarie di cui non può fare a meno. Se ha un’illuminazione, è solo parziale, e in ogni caso transitoria. La sua vita è più forte di lei, anche se ogni tanto, in un momento di crisi, può dubitare che sia davvero quella che avrebbe voluto. Anche Arturo fa riferimento alla “vita reale”, che per loro è il mondo come lo conoscono e lo abitano. Ma vita reale non è anche quella che conducono gli eremiti? E qual è alla fine più reale? La vita del gruppo dei cittadini è reale in quanto rappresenta quella della maggioranza delle persone nel mondo contemporaneo. La vita dei “selvatici” è reale perché assomiglia molto a quella che l’umanità ha condotto per millenni. Ma se per qualunque ragione il flusso di rifornimenti e di energia che alimenta la nostra esistenza attuale si interrompesse, l’unica vita reale e possibile diventerebbe la seconda. Enrico, il più irriducibile alle lusinghe della sauvagerie, dice una cosa sensata quando afferma che “l’alternativa al mondo contemporaneo occidentale non è un idillio bucolico ma la barbarie”. Ed ha pure ragione a sostenere che se si azzera la civiltà la si azzera tutta senza che restino qualità quali la sensibilità, la gentilezza, l’armonia. Enrico è un ottimo avvocato del diavolo, cioè del nostro presente. Non volevo creare una contrapposizione manichea tra buoni e cattivi, ma mettere a stretto confronto due modi opposti di essere e di pensare, ognuno con le proprie ragioni. Enrico ha molti preconcetti, ma dice anche cose vere. Il che non mi impedisce di detestarlo, e di preferire alla sua visione implacabilmente razionalista l’utopia dei miei “selvatici”. Uno dei significati che il romanzo suggerisce è che non è necessario andare lontano per trovarsi in un altro mondo. L’alternativa alla opulenta e tecnologica Milano è a tre ore di autostrada. Abbiamo sempre l’idea che l’imprevisto, il pericoloso, il suggestivo, il diverso appartengano a una dimensione lontana mille miglia dalla nostra. Che ci voglia un aereo per arrivarci, grandi distanze da attraversare, itinerari accuratamente studiati. Invece a volte basta girare l’angolo per trovarcisi dentro in modo inaspettato, come succede ai protagonisti del mio romanzo. Perché ha scelto dei milanesi per rappresentare i “cittadini” più avanzati? Quattro romani o quattro palermitani non avrebbero interpretato alla stessa maniera personaggi che sono a loro agio nell’elemento naturale cittadino e che sono invece sprovveduti ed estranei nel mondo rurale e isolato? Mi sembra che i milanesi abbiano una più alta opinione di sé, rispetto agli abitanti delle altre città italiane: si considerano più aggiornati, più informati, più contemporanei, più disinvolti, più internazionali. Sono anche i meno spontanei, i meno flessibili, i meno comunicativi, i meno calorosi, i meno vicini alla natura. Fin dall’inizio non ho avuto dubbi sul fatto che avrebbero avuto il massimo grado di estraneità rispetto al contesto in cui volevo trascinarli. Farsi schiacciare dal peso delle cose come sono è una condizione che riguarda sia i “cittadini” che i “selvatici”. Non si esce dal mondo com’è, se non con una vera e propria conversione, una folgorazione su una speciale via di Damasco, come succede a uno dei personaggi. È questo il senso ultimo del suo romanzo? Credo di sì. A volte ci vuole davvero un evento traumatico per scoprire una possibile via d’uscita da un modo di essere e di vivere che sembra del tutto inevitabile. La “folgorazione” di Arturo è un messaggio di ottimismo: l’idea che ci sia sempre un cambiamento possibile a portata di mano, una strada aperta – magari difficile da percorrere – anche per chi ci crede o non riesce a vederla.

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