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 Presto il Kureishi italiano, J. L. Touadi

"Presto il Kureishi italiano", J. L. Touadi

"In Italia stiamo assistendo alla nascita di una tendenza letteraria simile a quella che si è affermata in Francia o in Inghilterra con personaggi come Hanif Kureishi. E cioè la novità letteraria arriva da immigrati che scrivono nella lingua del paese in cui vivono". Si sbilancia in una previsione molto generosa Jean Leonard Touadi, per anni il volto di "Un mondo a colori", trasmissione di Rai Educational dedicata al variegato mondo dell'immigrazione. L'abbiamo incontrato in una pausa di lavoro al ritorno da Mantova, dove ha presentato il premio per scrittori migranti Eks&Tra. D: Qual è stata l'importanza che il linguaggio giornalistico ha avuto per i primi scrittori stranieri in lingua italiana? R: Nei primi anni il linguaggio giornalistico è stata una necessità, perché i primi cosiddetti "scrittori delle migrazioni" non avevano padronanza della lingua. Però avevano delle storie abbastanza forti, nuove da raccontare. Teniamo conto che in Italia allora si consideravano gli immigrati come qualcosa di cui avrebbe dovuto occuparsi la legge piuttosto che come persone con la propria storia, il proprio progetto migratorio. E così è accaduto che alcuni giornalisti o alcuni responsabili di associazioni che si occupavano di immigrati sentirono che c'era la necessità di mettere per iscritto le storie che ascoltavano. Ne sono nati racconti a quattro mani, la cui caratteristica principale è di essere autobiografie di persone che parlano del proprio viaggio, del proprio arrivo in Italia, degli incontri fatti. Il contenuto era molto centrato sull'esperienza personale e sul desiderio di farsi conoscere dalla società italiana non solo come categoria sociologica ma come persone in carne e ossa con emozioni, esperienze. Chiamerei queste prime prove "testimonianze letterarie", anche perché nella traduzione qualcosa è stato, non direi alterato, ma quanto meno modificato. La vera e propria letteratura dell'emigrazione è cominciata quando gli immigrati stessi si sono impadroniti della lingua italiana e hanno fatto la doppia mediazione: traduzione della loro esperienza per iscritto e traduzione della loro esperienza nella lingua italiana. D: Che differenza c'è tra gli scritti degli immigrati di prima generazione, degli anni '70 e quelli, molto più numerosi, di seconda ondata, degli anni 90? R: Negli anni '70 il fenomeno dell'immigrazione in Italia era stato vissuto come la grande novità però era ancora percepito come qualcosa di passeggero di cui non si capivano bene i connotati. A partire dagli anni '90 il fenomeno non solo si è stabilizzato ma ha prodotto una seconda generazione di persone. La differenza fra i primi scrittori immigrati e la generazione successiva è che si è andati oltre l'autobiografia. E quindi non solo la lingua è diventata uno strumento linguistico più maturo tecnicamente ma anche i temi sono cambiati. Dall'autobiografia di è passati a temi legati alla difficoltà dell'integrazione. Di qui si è arrivati all'ultima generazione di scrittori immigrati, per i quali si può parlare letteratura tout court nel senso che affrontano tutti i temi della letteratura: il dolore, la sofferenza, l'amore, la nostalgia (intesa non solo come nostalgia da immigrati ma come estraniazione rispetto al contesto in cui si trovavano a vivere). Insomma: vengono affrontate tematiche a trecentosessanta gradi e la lingua si dilata, viene modificata, viene, oserei dire, violentata per far sì che possa esprimere anche contenuti nati e maturati in altri contesti culturali. D: A proposito di lingua. Lei ritiene che la lingua italiana sia abbastanza flessibile da poter accogliere idiomi diversi? Esistono espressioni gergali miste, termini meticci? R: Più che per la creazione di idiomi nuovi questi autori stupiscono per la capacità di prendere parole italiane, magari dai dialetti dei luoghi nei quali scrivono, e utilizzarle in chiave ironica. La stessa espressione viene riproposta in modo autoironico dall'immigrato che gli dà un significato completamente diverso. Certo, entrano anche parole nuove. I senegalesi, ad esempio, usano molto la parola "tubab" che nella lingua senegalese vuol dire uomo bianco". Sono frequenti anche alcuni modi di salutare, soprattutto arabi, come "salaam", "salamalekum". Ma se andiamo a guardare questi scritti in realtà la grande novità, la cosa che più colpisce, è il radicamento degli immigrati all'interno del modo di parlare degli italiani. D: Qual è l'atteggiamento della stampa e dei mass media verso questa letteratura emergente? R: Ancora è considerata una letteratura di nicchia. E non solo dai mass media. Per fare un esempio, la città di Mantova organizza ogni anno un Festival della letteratura italiana in un periodo diverso dal Festival delle letteratura dell'immigrazione, il premio Eks&tra. In realtà sono gli stessi autori a sentire un po' limitante questa definizione di letteratura dell'emigrazione. E, di fatto, oggi ci sono addirittura scuole che usano testi scritti da immigrati per creare percorsi didattici. I mass media ancora non sono arrivati a questo punto ma devo riconoscere che nel corso degli anni l'interesse è cresciuto molto e non ho dubbi che in futuro questo tipo di letteratura avrà il suo posto accanto alla letteratura italiana perché alcuni di questi scrittori hanno veramente talento. D: Ha accennato al premio letterario Eks&Tra? Da cosa nasce? Quali sono i suoi scopi? R: Quando si scriverà la storia di questa letteratura il premio Eks&Tra avrà un posto di rilievo perché nessuno di quelli che oggi sono considerati scrittori dell'emigrazione è potuto emergere senza aver fatto un primo passo con Eks&Tra. Hanno cominciato vincendo magari il quarto, il quinto, il secondo o il primo premio. Dopodiché Eks&Tra pubblicava per la prima volta i loro scritti, avendo un ruolo di trampolino di lancio per la maggior parte di loro. Ma non solo. Eks&Tra ha fatto anche un lavoro molto ricco di documentazione, facendo uscire ogni anno un volume con gli scritti di vincitori e dei più significativi fra i non premiati. E poi è stato un punto di raccordo per iniziative, riflessioni, convegni, contatti tra studiosi dediti alla letteratura dell'emigrazione. Se oggi in alcuni dipartimenti universitari di Lettere, piuttosto che di Pedagogia la letteratura dell'emigrazione è entrata all'interno dei curricula di studio è anche un po' grazie al lavoro di monitoraggio e di impulso dato dal concorso Eks&Tra. D: Dove risiedono in maggioranza questi scrittori? R: Il centro, il nordest e il nordovest hanno una parte preponderante perché lì la presenza degli immigrati non è solo una presenza di passaggio, come può essere per la Sicilia la Calabria o la Puglia. Ovviamente, nelle regioni mete di stabilizzazione, parallelamente alla presenza degli immigrati, sono cresciute le vocazioni letterarie. Mentre il sud e le isole sono poco rappresentati perché la maggior parte di queste zone sono di passaggio e non di stabilizzazione. Discorso a parte riguarda i tunisini che per tradizione sono sempre andati in Sicilia. D: Qual è l'etnia o la cultura più proficua dal punto di vista letterario in Italia? R: Nei primi tempi hanno avuto un ruolo molto importante l'Africa sub-sahariana (Senegal, Togo, Congo, Etiopia, Eritrea) e il Maghreb (Tunisia, Marocco Algeria). Dagli anni '90 in poi si è allargata l'area fino a toccare molto l'Europa dell'est. Per fare un esempio, uno dei più grandi poeti albanesi, Gezim Hajdari, ha ricevuto la cittadinanza italiana per meriti letterari. Col tempo si è arricchita anche la presenza dell'America latina. D: Crede che la conoscenza di questa letteratura possa far conoscere a noi italiani anche la parte della nostra società che più spesso tendiamo a dimenticare e stigmatizzare? R: Certo. Questi autori danno uno sguardo particolare alla società italiana, ai suoi travagli per l'integrazione. Alla fine si scopre che tutto sommato la visione è molto più positiva di quanto non venga rappresentato dai mass media. Il processo di integrazione è molto più avanti rispetto alla sua rappresentazione mediatica e questo è moto interessante. D: Ne avete mai parlato a "Un mondo a colori"? R: Certo. Siamo molto interessati a questo fenomeno perché uno dei nostri intenti è raccontare l'immigrazione partendo dal vissuto delle persone e dall'interazione fra gli stranieri e la società italiana. E quale interazione migliore della lingua.

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