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 Ramata

Ramata

Senegalese classe 1946, un passato da infermiere alle spalle ("era il corso più breve e che dava più possibilità di lavoro"), Abasse Ndione scrive dagli anni Settanta ma è approdato alla pubblicazione solo negli ultimi anni grazie al suo folgorante Vite a spirale, una storia di allegri spacciatori di marijuana nel Senegal contemporaneo. Dopo l'incredibile successo ottenuto sia all'estero che all'interno del suo paese (Vite a spirale è stato adottato persino come testo scolastico) Ndione presenta in Italia il suo secondo romanzo: Ramata. di Maria Agostinelli D. I nomi di due dei protagonisti di Ramata – la stessa Ramata e suo marito Matar – sembrano quasi l’anagramma l’uno dell’altro. La prima ha un’origine contadina, viene da un paese molto tradizionalista ed è povera, il secondo è invece il figlio di un capitano d’industria, è ricchissimo e vive in città. Si tratta dei due volti del Senegal? R. La scelta dei nomi è stata causale, quindi la loro somiglianza è involontaria. Devo però ammettere che sono molto simili e che, in effetti, rappresentano i due volti del mio paese: Matar è il Senegal moderno e Ramata la tradizione rurale: la mentalità contadina viene a contatto con la città. D. Tutta la vicenda di Ramata viene casualmente raccontata in un bar da Gobi, un perdigiorno informato sui fatti. Qual è il rapporto tra oralità e scrittura nella sua letteratura? Il riferimento al racconto orale non implica anche la messa in scena di un dilemma etico e il riferimento a ciò che è giusto e ciò che è sbagliato? Mi pare che la questione della colpa e dell’espiazione sia molto presente nel romanzo… R. Il rapporto tra oralità e scrittura è parecchio importante in Senegal: prima della colonizzazione araba e di quella francese esisteva solo la tradizione orale, che io cerco di riprendere nei miei romanzi trasponendola in un’altra lingua, ossia il francese (che a tutt’oggi può essere definito anch’esso una lingua africana). Non sono un moralista e quindi evito sempre di dare delle lezioni in questo senso. In Ramata, però, c’è il giudizio di Dio: un proverbio senegalese dice che “prima di partire si paga il prezzo”. Nel romanzo i personaggi muoiono sempre in modo brutale e violento, magari per azioni che hanno commesso vent’anni prima e che apparentemente non hanno nulla a che fare con le cause della loro morte. Prima di andarsene devono pagare il prezzo: in questo senso la tradizione ci azzecca. D. Ramata, la protagonista del romanzo, non si sente una donna completa e appagata. Riuscirà ad ottenere ciò che vuole solo attraverso una sorta di nemesi, quasi attraverso il ritorno in vita dell’uomo di cui aveva provocato la morte… R. A Ramata manca qualcosa e lei cerca di sapere perché. La sua ricerca, però, non sarà mai appagata fino in fondo: pensa che tutti i suoi problemi siano dovuti alla sfera della sessualità, alla frigidità dovuta all’infibulazione, ma scoprirà che non è così nel momento in cui conoscerà un uomo capace di darle piacere. L’ultima sponda, per lei, sarà la follia: il suo futuro, attraverso la nemesi, sarà una diretta conseguenza del suo passato e la frenesia del cercare non potrà essere fermata neppure dopo l’appagamento sessuale. D. All’inizio del romanzo lei fa riferimento a Il vecchio e il mare di Hemingway, e per tutto il racconto torna a più riprese il rapporto tra l’uomo e la natura (in particolare l’acqua), tra la morte e il sopraggiungere di eventi meteorologici particolarmente violenti. Tutto questo ha qualcosa a che fare con il destino o con la mano di Dio? R. L’africano – tanto mussulmano quanto cristiano - ha un rapporto molto forte con la natura. Questa rimane essenzialmente un grande mistero dell’essere supremo. Durante la stagione delle piogge, poi, succedono sempre strani avvenimenti: malattie, gente che si annega, inondazioni. Durante questo periodo la natura riprende vita, torna il verde e fiorisce la vegetazione, ma resta sempre la presenza minacciosa della pioggia, mandata da Dio. La natura ha sempre una fortissima influenza sul nostro modo di essere e così viene collegata anche agli eventi più luttuosi del romanzo, al mistero della morte. D. Prima della pubblicazione definitiva lei ha fatto diverse stesure del romanzo, quasi tutte scritte con la biro, un modo piuttosto originale… R. Sì, le versioni sono state diverse perché io scrivo sempre con la biro. Me ne sto seduto con un quaderno scolastico in mano e scrivo facendo mille correzioni. Quando alla fine non si capisce più nulla prendo un altro quaderno, ricopio tutto e comincio daccapo: ho sempre lavorato così. Siccome non so scrivere a macchina e non posso lavorare con il computer perché sono troppo vecchio per impararlo, allora mi adeguo in questa maniera. Abasse Ndione Ramata e/o, 2004 pagg. 432 - euro 15,00 traduzione di Barbara Ferri

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