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 Sensibili alle foglie

Sensibili alle foglie

di Wanda Marra Un laboratorio di ricerca, una cooperativa editoriale, nata in carcere alla fine degli anni ’80, dalla riflessione di alcuni protagonisti degli Anni di piombo, sulla loro esperienza di lotta armata e su quella della reclusione: è "Sensibili alle foglie", la cui attività si articola in una vasta gamma di settori (lo studio della lotta armata, l’antipsichiatria, l’esperienza del carcere) e che promuove un consistente lavoro di formazione diretto al mondo del volontariato e degli operatori sociali. A raccontarci dall’interno origini, percorso e obiettivi di quest’esperienza è Nicola Valentino, tra i soci fondatori della cooperativa, responsabile dell’Archivio di scritture, scrizioni e arte ir-ritata, in carcere dal 1979, condannato all'ergastolo per fatti legati alla lotta armata degli anni `70. D: Come è nata la casa editrice Sensibile alla Foglie e quale è stato il suo rapporto con il carcere? R: Sensibili alle foglie non è solo una casa editrice. Per meglio presentare anche la proposta editoriale della cooperativa mi sembra più opportuno identificarla come un laboratorio di ricerca. Verso la fine degli anni '80 ero insieme con Renato Curcio e Stefano Petrelli nel carcere di Rebibbia e ci capitò, per caso, di leggere un documento del Ministero della Giustizia in cui si affermava che le persone recluse, lungointernate, dopo dieci anni di reclusione subiscono dei danni psicofisici irreversibili. Ci preoccupammo molto perché, ahimè, eravamo già oltre quella soglia. Questa sollecitazione c’indusse ad avviare un lavoro d’osservazione su noi stessi, nonché di raccolta di testimonianze ed altra documentazione, per capire quali fossero gli effetti sulle persone dei dispositivi mortificanti dell'istituzione carceraria e di tutte le altre istituzioni totali (manicomi, ospedali psichiatrici giudiziari, braccio della morte, campi di concentramento …). Iniziammo questa ricerca sia per capire le origini del deterioramento, sia, soprattutto, per esplorare le risorse vitali. Quali tipi di risposte consentono alle persone recluse di sopravvivere? L'istituzione totale costituisce un dispositivo mortificante per eccellenza, tant’è che, solo nel carcere, le persone si suicidano con una frequenza diciannove volte superiore a quella delle persone che vivono fuori. Ci siamo avventurati in questa ricerca sull’esperienza umana della reclusione come un laboratorio collettivo, oggi lo definiremmo “cantiere di socioanalisi narrativa”, che si riuniva con regolarità quotidiana, usando la socialità concessa ai prigionieri per il pranzo. La principale attività di questo cantiere era la narrazione, i ‘documenti’ della ricerca erano costituiti da racconti di storie umane, che a noi sembravano emblematiche, rivelatrici delle torsioni mortificanti della reclusione e di forme di sopravvivenza, storie incise sui muri delle istituzioni totali, o pubblicate nei testi letterari, raccolte dalla memoria orale, nella scrittura testimoniale, o in altre forme espressive. L’attività di quel laboratorio, porta, nel 1990, alla pubblicazione di un libro, Nel Bosco di Bistorco (di Renato Curcio, Stefano Petrelli, Nicola Valentino), il primo fondamentale passo della ricerca sull'esperienza umana nelle condizioni estreme, e, insieme al libro, grazie all’incontro con operatori culturali esterni al carcere, nasce anche la cooperativa Sensibili alle Foglie. La linea editoriale svilupperà il lavoro di documentazione sui dispositivi di inclusione/esclusione sociale, pubblicando narrazioni esperienziali di persone direttamente implicate. Ancora oggi, due dei nostri libri più recenti, propongono storie di vita: Nicola Fanizzi con il libro Lasciateci stare, narrazioni dal manicomio, racconta, attraverso un monologo a carattere autobiografico, la sua esperienza manicomiale ed il suo itinerario esistenziale attraverso diverse istituzioni totali, dalla caserma al collegio. Tuani (2003), invece, propone le narrazioni orali di un gruppo di bambini di strada del Nicaragua, raccolti da Gianluigi Gherzi e Giovanni Giacopuzzi. Fin dalle sue origini la cooperativa Sensibili alle foglie ha istituito anche un Archivio di scritture, scrizioni e arte ir-ritata, che raccoglie manoscritti, disegni, dipinti, provenienti dalle istituzioni totali e da altre condizioni estreme di vita, opere considerate innanzi tutto come documenti preziosi di una strategia di sopravvivenza ad un contesto deumanizzante. Questo lavoro viene socializzato e valorizzato prevalentemente attraverso l’allestimento di due mostre itineranti: Luoghi senza tempo e senza forma, sulle istituzioni totali e la risorsa della creatività nei luoghi dell’esclusione sociale, e Scrizioni ir-ritate, di più recente ideazione, che propone invece linguaggi espressivi nati nel malessere della normalità, quello, per intenderci, che si genera nelle istituzioni dell’inclusione sociale. D: Qual è il rapporto della cooperativa con la storia italiana (soprattutto quella degli Anni di piombo)? R: Data l’internità di alcuni dei soci cooperanti al fenomeno armato degli anni settanta, la cooperativa ha svolto anche, fin dalla sua origine, un’altra ricerca a carattere documentario, storico e statistico, sull’esperienza armata di sinistra degli anni settanta in Italia, i risultati sono stati pubblicati in quattro titoli della collana Progetto memoria. La mappa perduta( 1994, II ed. 1995), fornisce notizie e bibliografie delle organizzazioni armate attive dal 1969 al 1989 nonché i dati socio-statistici degli inquisiti. Gli eventi in cui hanno incontrato la morte sia i 68 militanti, che le 128 persone colpite dalle organizzazioni armate. Sguardi ritrovati (1995), propone un profilo biografico e sociale dei militanti delle organizzazioni armate morti nel corso del conflitto. Le parole scritte (1996) pubblica un centinaio di documenti, nella loro versione originale ed integrale, scritti dalle organizzazioni armate. Documenti che consentono di avere una informazione sulla loro struttura interna, sui vari terreni d’intervento, sul loro impianto teorico politico. Le torture affiorate (1998), infine, presenta un quadro informativo sull’uso della tortura nei confronti di 28 arrestati per banda armata negli anni settanta e nei primi anni ottanta. Vengono documentate le denunce all’autorità giudiziaria, le perizie mediche con gli allegati fotografici, le testimonianze dei torturati, nonché i termini del dibattito sulla ‘questione tortura’ nei primi mesi del 1982 D: Occupandovi di istituzioni totali, avete affrontato anche la condizione della guerra? R: Sensibili alle foglie ha pubblicato attraverso il suo settore editoriale oltre 130 titoli, alcuni di questi raccontano, da situazioni diverse, il dispositivo della guerra ed i suoi effetti di estrema deumanizzazione. È interna al dispositivo della guerra una tra le forme più inquietanti e purtroppo attuali della reclusione, quella che concerne interi popoli. La Palestina è appunto uno di questi territori-reclusorio, circondata sempre più da muri e reticolati, collegata al resto del mondo da pochi e obbligati posti di blocco in cui il transito viene controllato così come verrebbe controllato in un carcere speciale. Da questa terra giungono i disegni di una mostra itinerante dal titolo: Bambini in Palestina (2003), pubblicati anche in un libro-catalogo con lo stesso titolo, curati entrambi da Maria Rita Prette. I disegni provengono dalla scuola elementare San Giuseppe di Betlemme che, come ogni altra scuola palestinese, in questi ultimi anni è stata colpita da missili e sistematicamente demolita nei suoi muri. Gli alunni di tutte le sei classi (dai 6 ai 12 anni) hanno elaborano i loro vissuti creando segni espressivi capaci di comunicare, a se stessi e al mondo al di là del muro, la loro estrema condizione di reclusione, oppressione e sofferenza. Connessa a questo stesso tema è la pubblicazione della seconda edizione di uno dei nostri primi libri: La tana della iena di Itab Hassan (1991, nuova edizione2003), nome di battaglia con cui nel 1985 è giunto in Italia, appena quindicenne, Mustafà Hassan Abu Omar, per compiere un attentato ad un ufficio delle linee aeree britanniche. La sua famiglia, originaria di Gerusalemme, viveva nel campo profughi di Chatila dal 1948. Nel 1982, israeliani e cristiano-maroniti si resero responsabili di un’orrenda strage nei campi di Sabra e Chatila sterminando anche gran parte della sua famiglia. D: La vostra ricerca editoriale, partita dalle carceri e dalle istituzioni totali, come si è sviluppata? R: Verso la fine degli anni novanta abbiamo cominciamo a comunicare il lavoro di ricerca sulle reclusioni anche attraverso alcuni seminari itineranti, rivolti sia agli addetti ai lavori che a semplici cittadini a vario titolo interessati al nostro modo di trattare questo argomento. Attraverso i seminari abbiamo ricevuto sollecitazioni importanti per lo sviluppo della ricerca. Quando, durante i lavori seminariali illustravamo i dispositivi delle istituzioni totali e le risorse che le persone utilizzano per tenersi in vita, molti tra i partecipanti, pur non essendo reclusi, si rispecchiavano nelle esperienze proposte, sottolineando le forti analogie esistenti fra i dispositivi esposti e quelli da loro esperiti a scuola, sul posto di lavoro, in famiglia, in un ospedale. Questo rispecchiamento reiterato ci ha indotti ad approntare una metodologia per esplorare i dispositivi relazionali totalizzanti disseminati nelle istituzioni dell’inclusione sociale ed il malessere della normalità che ne deriva. La metodologia consiste nel proporre agli attori di una specifica istituzione ordinaria (un’azienda, un ospedale, una scuola), una rete di storie emblematiche dell’istituzione totale, osservando successivamente le analogie e le differenze, le sovrapposizioni e gli scarti tra i dispositivi relazionali totalizzanti proposti e i dispositivi situazionali operanti nel contesto analizzato. Il rispecchiamento che noi proponiamo consente inoltre ai soggetti interni all’istituzione analizzata di osservare in modo diverso ciò che la routine quotidiana nasconde; frequentemente, infatti, i dispositivi mortificanti e deumanizzanti di un contesto istituzionale sono subiti o riprodotti dagli attori di quel contesto in modo automatico come fossero “naturali”. Un’altra precisazione metodologica importante riguarda il fatto che la ricerca non è condotta da chi, come noi, è esterno al contesto analizzato, il nostro apporto consiste nell’allestire, con attori interni all’istituzione, un laboratorio collettivo, sul modello del cantiere spontaneamente creato all’inizio della nostra ricerca in carcere. A Milano, nella primavera del 2002, ha preso il via un cantiere, coordinato da Renato Curcio con la partecipazione di lavoratori di diverse aziende, sui dispositivi relazionali totalizzanti all’opera nelle grandi catene della distribuzione commerciale e sulle risposte di sopravvivenza a tali dispositivi. Nel 2003 questo stesso cantiere ha riaperto i lavori, ampliando la sua composizione, per affrontare il nodo del dominio aziendale attraverso la flessibilità, con i malesseri che esso genera. I risultati di questa ricerca sono stati pubblicati in due libri entrambi a cura di Renato Curcio, L’Azienda totalee Il dominio flessibile.

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