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 Siciliano: la struttura del melodramma

Siciliano: la struttura del melodramma

Il critico Enzo Siciliano parla della Traviata come grande romanzo europeo dell'Ottocento. Intervista a cura di Valeria Merola.

 

Enzo Siciliano (Roma 1934) è scrittore, critico letterario, autore di testi teatrali e di importanti studi sulla letteratura italiana e sull’opera lirica. Tra le sue opere principali si ricordano i saggi su Pasolini e Moravia, ma anche i romanzi, come La principessa e l’antiquario (1980), vincitore del premio Viareggio, o Mia madre amava il mare (1994) e I bei momenti (1997). All’interesse per il melodramma ha consacrato diversi studi, tra cui la monografia dedicata a Puccini (1977). Da diversi anni tiene una rubrica musicale sul Venerdì, supplemento settimanale de La Repubblica. Abbiamo incontrato Enzo Siciliano per porgli qualche domanda sulla struttura della Traviata.

 

In che modo il melodramma accoglie l’eredità della tragedia?

La Traviata supera il genere tragico, per assestarsi piuttosto sugli schemi del dramma borghese ottocentesco. Non è solo la matrice letteraria e drammaturgica a far pensare al modello del dramma borghese, ma la stessa impaginazione temporale, la scenografia, le immagini. Gli stessi costumi di scena, ad esempio, contano molto nella definizione del genere. Verdi tratta la materia del dramma di Dumas fils secondo una formulazione tutta sua, che si serve delle forme chiuse del melodramma. Nella Traviata si respira l’atmosfera del grande romanzo ottocentesco europeo, con le sue passioni e il suo spessore sociale. Il testo di Dumas sembra quasi sparire, per diventare mito. Questa è la forza della Traviata, che è del tutto indipendente dal contesto letterario, perché evoca un episodio mitico e autonomo. La narrativa funziona da filtro, per la ricostruzione di un grande quadro sociale della borghesia. In questo senso La Traviata si inserisce nella tradizione del romanzo italiano, quello poco riconosciuto che dalla Vita di Alfieri arriva fino a Tarchetti, passando per Foscolo, Manzoni e Verga. Verdi scrive un capitolo importante della storia del romanzo italiano. E La Traviata rappresenta il momento di massima luminosità di questo romanzo per musica.

 

La Traviata mette in scena lo scontro tra le potenze contrastanti di eros e thanatos. Amore e morte era del resto il primo titolo a cui Verdi aveva pensato per l’opera. Il sacrificio di Violetta, che si configura come unica soluzione possibile, può essere interpretato come esito del conflitto tragico?

Nel sacrificio vedo invece proprio l’immagine del dramma borghese. Per capire la differenza, basti pensare al sacrificio tragico di Antigone. L’eroina sofoclea muore per un’idea: perché la legge del sangue non debba essere sottomessa alla legge dello stato. Al contrario Violetta si sacrifica in nome dell’amore, che è un valore borghese, appunto.

 

Al centro del dramma di Verdi c’è un triangolo borghese, che però, come elemento di disturbo della coppia di innamorati, vede un padre, anziché un amante. Sarebbe giusto quindi parlare di un triangolo sociale, in cui il terzo, Germont, è il rappresentante dei pregiudizi e dei valori della comunità sociale?

Credo che il triangolo sociale sia proprio la chiave di lettura del romanzo verdiano. Le figure sociali sono infatti importanti nel contesto dello svolgimento del dramma. È il rapporto cruciale con la società a scatenare il conflitto alla base del romanzo di Violetta. Mi è capitato, tempo fa, di assistere ad una brutta messinscena della Traviata, in cui si alludeva a un legame torbido tra Germont e Violetta. L’interpretazione era inaccettabile, perché Germont intrattiene con Violetta un rapporto padronale. Né tantomeno si può parlare di allusione ad una relazione di tipo paterno, perché Germont si situa in una condizione di superiorità, che non ammette altre implicazioni. Germont non potrebbe avere intenzioni diverse nei confronti di Violetta. Le rende l’onore delle armi, ma fondamentalmente la disprezza. La figura sociale dei due personaggi non consente loro altri rapporti che quello padronale. E Violetta non può che sacrificare se stessa a questo rapporto sociale e alla sua immagine.

 

Che ruolo ha la festa nella Traviata? La scena del brindisi e quella della festa a casa di Flora sembrerebbero degli espedienti volti a sottolineare la solitudine della protagonista...

La festa nella Traviata ha sicuramente la funzione di sottolineare la solitudine segnata dalla malattia di Violetta. Bisogna ricordare che nel XIX secolo la tisi era una malattia incurabile, per comprendere come il male confini la protagonista in un isolamento inevitabile. È solo l’amore ad offrire a Violetta l’illusione della salvezza. La bellezza del personaggio è proprio in questo. Il culmine del movimento di Violetta verso l’amore salvifico è nell’aria Amami Alfredo, che è una scena che vale tutta l’opera. Dopo quell’uscita, la seconda festa è l’occasione per la rivelazione della vera natura del personaggio di Alfredo. Il tenore manifesta con violenza la propria indole, non votata esclusivamente all’amore, ma facilmente corrotta dalle convenzioni borghesi del denaro. In questa immagine il padre e il figlio trovano una loro conciliazione, rivelandosi molto più simili di quanto non fosse sembrato. A trionfare è la legge del pregiudizio sociale, la logica del denaro. La morte di Violetta è l’unica soluzione.

 

In che modo l’interpretazione della Callas ha influenzato la storia delle letture della Traviata?

Maria Callas ha rovesciato i canoni interpretativi di tutto il melodramma, divenendo il punto di riferimento obbligato per qualsiasi lettura successiva. Anche rispetto alla Traviata, la sua interpretazione esemplare è un modello imprescindibile, che rivela la natura borghese del dramma verdiano. La Callas ha messo in luce come la Traviata possa essere osservata nella prospettiva del romanzo europeo dell’Ottocento. La sua interpretazione del dramma di Violetta non era quella tragica riservata a Bellini o a Donizetti. Con la sua Traviata, la Callas sposta l’asse di lettura verso il romanzo.

 

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