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 Squarci di verità: intervista a Eraldo Affinati

Squarci di verità: intervista a Eraldo Affinati

a cura di Andrea Monda Il protagonista del tuo ultimo romanzo Secoli di gioventù, un io narrante che è anche professore (sei tu?), afferma, quasi a conclusione della storia, “Se io e Helmut ci fossimo incrociati come monete dentro le tasche, veicoli nel traffico, nuvole in cielo, sarebbe diverso. Invece l’ho conosciuto. Gli sono andato incontro. Lui mi ha visto. Adesso devo riportarlo a casa”. In questa battuta si trovano raccolti alcuni tra i temi fondamentali del romanzo, in particolare quello dell’incontro… Il narratore è una trasfigurazione di me stesso. È vero che il libro nasce e ruota tutto intorno a un incontro reale. Il personaggio di Rosetta esiste, è la sintesi fantastica di alcuni miei alunni. La scintilla che ha dato origine al libro coincide con la scintilla che aveva negli occhi uno di questi alunni quando mi disse che aveva scoperto che stavano facendo degli scavi vicino casa sua e che avevano trovato i resti di alcuni soldati tedeschi della seconda guerra mondiale. Da questo episodio reale ha avuto inizio il romanzo. Dagli occhi di Rosetta. Perché solo l’incontro con l’altro permette al tuo io di mettersi in gioco, di aprirsi e scoprirsi, di conoscersi e capirsi nel profondo. È la lezione, tra gli altri, di Levinas. Questo non l’ho capito solo sui libri. Io faccio l’insegnante. Sono quindi costretto a mettermi in gioco, a giocare con i ragazzi a carte scoperte, senza barare. Negli anni ho compreso che il rapporto tra il professore e gli alunni può essere l’avanguardia, il paradigma di tutti i rapporti umani. Io vorrei parlare con gli uomini così come dialogo con i miei alunni, riuscendo a essere integralmente me stesso. Altro tema è quello della paternità. A un certo punto ti interroghi su cosa significa essere padri e ti rispondi che vuol dire proteggere i propri figli, anche se questo comporta “prendere io le botte al posto suo”. Il professore, di fatto, finisce spesso per essere la controfigura del padre; come nel cinema la controfigura fa solo alcune scene, quelle più rischiose, così il professore a volte assume quei rischi che il padre non può o non si sente di correre. È un po’ quello che accade ai due padri del romanzo, il padre di Helmut e quello di Rosetta: entrambi sono assenti e quest’assenza suona come “delega”, costringe il narratore-professore ad assumersi questa responsabilità e questi rischi. Quali rischi? Per esempio quello di dire “no”. Dire dei “no” è un rischio che spesso i padri non si sentono più di correre, particolarmente oggi. Quindi può accadere che i professori svolgano questo lavoro “supplente”. Perché dici “particolarmente oggi”? Dire “no” vuol dire riconoscere il limite, condizione costitutiva dell’uomo. Invece il Novecento ha avuto un’impostazione tutta tesa verso il superamento del limite. A me interessa il “Novecento etico”, non quello “libertario”. Penso infatti che il senso del limite sia qualcosa di fondamentale per l’uomo e che solo facendo autentiche esperienze del limite (la vecchiaia, la sofferenza…) l’uomo può esprimere la sua libertà, crescere, realizzarsi. Anche questo romanzo è un viaggio, anzi più che un viaggio è una discesa agli inferi. Perché questa attrazione verso il lato oscuro della vita? Tutti i miei romanzi potrebbero essere definiti così: viaggio agli inferi. Ma io voglio tornare a casa. La tappa nelle tenebre del male e dell’orrore, è per me una tappa obbligata. È il mito di Ulisse o, se vogliamo, la lezione di Conrad. Questo, come altri miei libri, è un viaggio nel “cuore di tenebra” che sta dentro l’uomo. La mia ossessione per la storia del nazismo nasce proprio da quest’approccio antropologico. Studiando il nazismo ho scoperto cose dell’uomo che prima non conoscevo. Sono andato ad Auschwitz, come Malinovsky in Nuova Guinea: per scoprire notizie sulla specie umana. Il giovane Helmut, schiacciato dalla colpa del nonno, compie un viaggio in India per riconsegnare la svastica ai suoi legittimi proprietari. Il professore e Rosetta viaggiano alla ricerca di Helmut per riportarlo a casa. Sono viaggi di “riconciliazione”, di ricomposizione di antiche fratture, di armonie ormai infrante. In che senso? Tutti i viaggiatori, i pellegrini del Novecento sono personaggi che vogliono fuggire, smarrirsi, perdersi in un altrove. L’idea di viaggio a me cara è quella che contiene in sé le ragioni del ritorno. Il viaggio m’interessa come condizione per il ritorno a casa. Questo vale in particolar modo per Campo del sangue, Un teologo contro Hitler e Secoli di gioventù. Però qui c’è un viaggio reale, fisico. I due protagonisti da Roma partono per la Germania e per l’India. All’incontro tra le persone si accompagna l’incontro tra due mondi, tra due civiltà: l’Oriente e l’Occidente. Il romanzo si snoda, anche a livello della scansione dei capitoli, attraverso l’alternanza tra Oriente e Occidente: si passa di continuo da Roma a Francoforte, da Berlino ad Amburgo, da Nuova Delhi a Benrares, dalle rive del Reno a quelle del Gange. Le due prospettive si incrociano e si intrecciano sul tema della Storia e della misteriosa presenza del Male in essa. Alla trasmigrazione delle anime, tipica dell’Oriente, risponde l’Occidente con la speranza o l’illusione di poter risolvere e rispondere al Male qui e ora, attivamente, nel presente, non domani o chissà quando. Vi è quindi un’assunzione di responsabilità o, almeno, un tentativo in questo senso. Il romanzo è scritto con la forza e il ritmo di un film. Quanto ti ha influenzato il cinema? Ci sono alcuni film che sono state per me cellule germinali: Taxi driver, Full metal racket, Apocalipse now… È inevitabile che qualche traccia di questa continua frequentazione sia passata nella mia scrittura. Si tratta di ritmi, montaggi, sensibilità. E anche qualcosa di più. Queste opere fra l'altro ci dicono che non esistono “mostri”, ma che tutti siamo potenzialmente carnefici. Guardando la splendida foto di Sander che è stata scelta per la copertina di Secoli di gioventù si vede un giovane soldato della Wermacht. Nel suo sguardo ci puoi trovare la bellezza della gioventù, ma anche la potenzialità di una trasformazione criminale. I carnefici nazisti purtroppo erano uomini, non mostri. In Secoli di gioventù c’è anche lo spazio per una lieve, delicata storia d’amore, anche se appena accennata. È questo il senso della comparsa del personaggio di Magdeleine? Magdeleine è la madre del giovane Helmut. Il marito, Walter, non ha esercitato in modo attivo il suo ruolo e il professore-narratore della storia si trova ad essere padre spirituale del ragazzo. È come se si trovasse di fronte a una famiglia smembrata di cui volesse ricomporre i pezzi, senza riuscirci. Lo stesso vale per la famiglia disastrata di Rosetta. È un argomento che ho già evidenziato: la ri-composizione. Nel cercare di ricostruire queste armonie infrante, il protagonista finirà per ricomporre la propria. A ben considerare tu sei il protagonista del romanzo. Non ti eri mai esposto così tanto… Perché lo hai fatto? Non sono capace di inventare una storia dal niente. Per me la scrittura è l’ultimo anello di una lunga collana conoscitiva. Devo partire dall’esperienza. Concepisco la scrittura come la prova del nove di una tentata conoscenza.

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