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 The Surrender

The Surrender

Intervista di Claudia Bonadonna Scrivi con scrittura estremamente fisica: sangue, carne, ossa… In che modo il tuo passato di danzatrice ha influenzato il tuo presente di narratrice? Certamente non in maniera conscia. Ha semplicemente, inevitabilmente, definitivamente formato il mio modo d’essere. Sono stata ballerina professionista per venticinque anni, quasi tutta la mia vita. Fin da bambina spendevo buona parte delle mie giornate lavorando sul corpo, facendo esercizio: era quello il mio orizzonte, il mio modo di rapportarmi agli altri. Di esperire il mondo. E quando ho iniziato a scrivere - all’inizio solo come sfogo personale… in un diario segreto… cose da ragazzina - questo è fatalmente venuto fuori. Non so ancora dire esattamente in che modo questa disciplina fisica abbia forgiato la mia scrittura, ma è certo che è stata per anni il mio super io, il mio sguardo nei confronti delle cose… Il tuo è un memoir carico di particolari realistici così come di ampi voli letterari. Qualcuno la chiamerebbe autofiction Certamente le mie esperienze personali costituiscono una base forte, ma non sono tutto. C’è il ricordo, è vero, ma anche la sublimazione. E un profondo lavoro di rielaborazione letteraria. Alla fine ne è uscito qualcosa di realmente diverso dalla mia vita. Di ironico perfino, perché in fondo io non amo i racconti verità... Insomma, questa non è una confessione. Racconti il sesso come esperienza del mondo ma anche come esperienza mistica, di astrazione… Racconto il sesso come disciplina. Sì, è stato così: una disciplina a cui ho sottoposto il mio corpo e il mio spirito. Al pari della danza. Come nel balletto devi soffrire e spingerti oltre il limite per piegare il corpo alle necessità del movimento e arrivare allo stato di grazia della perfezione, così il sesso è un lungo, terreno, faticosissimo allenamento del corpo e dell’anima verso quella sorta di piano astrale del piacere che è la beatitudine dell’estasi… Un luogo lontano, certo, che ti porta via dal mondo e ti regala un livello superiore di coscienza… Il superamento del limite, non solo e non necessariamente fisico, mi sembra un punto fondamentale del tuo percorso sia umano che letterario… Assolutamente sì. Ogni ballerina impara il controllo del proprio corpo e ancora di più la tridimensionalità dello spazio e del gesto. Ogni amante ascolta i segnali di sé e del partner, comprende la portata di azione e reazione… Dolore e piacere. Non sorprende che in molti abbiano pensato a De Sade… Non un riferimento voluto, in realtà. Non sono un’assertrice della necessità della sofferenza. Non sono convinta che il dolore porti di per sé ad uno stadio superiore di piacere. A volte il dolore è dolore e basta. Tuttavia, come ballerina, conosco l’ebbrezza della sfida al proprio corpo, la tensione a vincere certe resistenze, ad andare avanti sempre e comunque. Per me è diventato un modus vivendi. Un modo per affrontare non solo la danza, il sesso, l’amore, ma tutte le difficoltà della vita… Nel libro la tua controparte sessuale viene indicata con il laconico nome di A-man. Un darwiniano maschio dominante… Quel nome descrive la relazione con quell’uomo dal mio punto di vista. Riassume il fatto che davvero mi sono arresa a lui, al suo modo di fare sesso e ai sentimenti che ne sono derivati. E’ stato un percorso assolutamente personale, non una storia di coppia. Quel nome lo qualifica in quanto funzione, non in quanto persona. Peccato che le femministe americane non l’abbiano capito. Che abbiano letto questo rapporto solo come una dinamica di sottomissione femminile, di annullamento. Io invece la rivendico come scelta, come esercizio di libertà. Come forma surrettizia di controllo. Un romanzo scabroso e scandaloso, The surrender. Quanto di questo scandalo è stato voluto e quanto è frutto di un’esagerata casualità? Non era il mio intento primario, ma non sono rimasta sorpresa di certe livorose reazioni americane. Forse sì, c’era l’intenzione di sfidare il pubblico, di forzarlo a conoscere e trattare certi temi, ma c’era soprattutto l’intenzione di “fare narrativa”. Sono quindi rimasta piacevolmente impressionata dall’attenzione letteraria che per esempio il New York Times ha riservato al mio testo, così come dall’accoglienza benevola in Europa... Ma voi, si sa, siete più scettici su queste cose… Toni Bentley The surrender traduzione di Anna Mioni Lain, 2005 pp.220, euro12,50

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