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 Un premio letterario a New York

Un premio letterario a New York

di Stas' Gawronski E’ possibile fare un bilancio della ricezione della letteratura italiana negli Stati Uniti? Un bilancio preciso, da un punto di vista commerciale, è facile: basta calcolare il numero di libri italiani pubblicati negli Stati Uniti. Ma è una cifra assolutamente ridicola, irrisoria, irrilevante. Se si fa una piccola ricognizione nelle grandi librerie, anche senza fare indagini statistiche ci si accorge che gli autori ricorrenti sono tre: Italo Calvino, Primo Levi e, a volte, Alessandro Baricco. D’altronde gli Stati Uniti sono un paese in cui si pubblica pochissimo in traduzione, come pure si vedono pochissimi film stranieri. Il numero dei libri tradotti si conta, ogni anno, sulle dita di una mano ed è per questo motivo che alla Casa Italiana Zerilli – Marimò organizziamo ogni anno un premio letterario. Il Premio costituisce il nostro massimo sforzo di promozione e di diffusione della letteratura italiana contemporanea. La letteratura italiana occupa una nicchia di mercato e ciò che noi ci proponiamo con il Premio letterario è di fare in modo che questa nicchia offra al pubblico potenzialmente interessato un po’ più di scelta. La nostra ambizione non è quella di far volare gli autori italiani contemporanei nella best seller list del New York Times perché, oltre a considerazioni di tipo letterario, ci sono ragioni di marketing e di promozione che richiedono massicci investimenti di denaro in campagne pubblicitarie. D’altronde i nostri editori faticano molto già a casa… È vero, ma potrebbero fare uno sforzo in più visto che acquistano in modo acritico tutta la spazzatura che viene pubblicata in questo Paese. In Italia si pubblicano tutte le scemenze che escono in America e, invece, c’è grande letteratura americana che merita assolutamente di essere tradotta. Gli autori buoni, in genere, arrivano in Italia e non voglio dire neppure che gli editori italiani debbano stabilire un rapporto di reciprocità con gli Stati Uniti però nei loro numerosi contatti con le case editrici americane potrebbero impostare un discorso di scambi e invitarli a leggere ciò che produciamo nel nostro paese. Tu organizzi anche eventi finalizzati alla promozione di autori italiani. Quali sono stati i più significativi degli ultimi anni? Ci sono due livelli di eventi. Il primo è quello degli eventi con finalità accademiche e di approfondimento ovvero eventi proposti agli italiani e alle persone che parlano e leggono l’italiano perfettamente. E’ il caso di autori come Vincenzo Consolo che non è tradotto in inglese e che ha tenuto una conferenza in italiano per un pubblico ristretto di italiani che avevano letto i suoi libri, un pubblico di dottorandi e di persone che conoscono bene la nostra cultura e la nostra letteratura. Il secondo livello è quello degli eventi più grandi, legati alle poche traduzioni di libri italiani pubblicati negli Stati Uniti: ad esempio, l’evento organizzato per il lancio del libro della Mazzantini che, tra l’altro, è stato accompagnato dall’uscita del film con Penelope Cruz, attrice molto amata negli Stati Uniti. In questo caso si tratta di un’operazione condotta in maniera molto oculata: il libro, il film, la grande diva e il fatto che la Mazzantini parli perfettamente l’inglese ha favorito la creazione di un rapporto con il pubblico americano che molti autori italiani non possono avere. Comunque, gli eventi che preferisco sono quelli in cui riusciamo a mettere insieme scrittori italiani e scrittori americani, una formula che cerco di adottare non solo per la letteratura, ma anche per le altre espressioni culturali. D’altronde io non faccio la promozione della cultura italiana e neppure il piazzista dei libri italiani, ma cerco di creare le occasioni di dialogo tra persone che in paesi diversi fanno cose simili. È stato il caso, per esempio, di una conversazione molto bella tra autori ebrei americani e autori ebrei italiani del calibro della nostra Elena Loewenthal e di Pearl Abraham. Che ruolo ha avuto il cinema nella diffusione della letteratura italiana? Nella tua esperienza di docente di letteratura e di cinema, di quanto ti servi dei film per presentare un’opera letteraria e viceversa? Molto. Qui alla NYU c’è un corso intero di cinema e letteratura, dedicato agli adattamenti cinematografici della letteratura italiana: il cinema è un incredibile cavallo di Troia per entrare nella testa degli studenti americani. Da un punto di vista didattico, in tutte le università americane si fa un uso massiccio del cinema. Io, poiché vengo dalla letteratura, non voglio che il cinema scalzi la lettura e, pertanto, sono molto cauto e faccio in modo che il corso sia bilanciato sui due aspetti. Di solito c’è la settimana del libro e poi quella del film e, in genere, cerco di non mostrare il film finché gli studenti non hanno letto il libro. Voglio che colgano la specificità del letterario e la specificità del cinematografico. I film italiani tratti da opere letterarie hanno fatto da grandi spot pubblicitari per i libri, basti pensare a “Il Gattopardo” che qui viene continuamente ripubblicato e che deve molto del suo successo al film di Visconti che negli Stati Uniti è disponibile in videocassetta e dvd solo da alcuni mesi. Ma anche, per esempio, “Il giardino dei Fizi Contini” e molti altri. Recentemente in Italia si è discusso molto sulla effettiva capacità dei narratori italiani di raccontare storie. C’è chi pensa che siano troppo ripiegati sui propri sentimenti e sulle proprie idee sulla società. Qual è il tuo punto di vista nella tua esperienza di organizzatore di un Premio letterario di narrativa italiana negli Stati Uniti? Quello che vediamo da qui, soprattutto attraverso il Premio, è che gli scrittori che vincono sono quelli che scrivono grandi storie. Ha vinto Giorgio Van Straten con “Il mio nome a memoria” che è la storia epica della sua famiglia, ha vinta Silvia Bonucci con “Voci d’un tempo” che racconta anche lei una storia familiare vista attraverso gli occhi di una matriarca. In ogni caso, direi che i nostri lettori, americani che leggono la lingua italiana, vanno nella direzione di un’epica della famiglia che si sviluppa nella grande storia del nostro tempo. Come è organizzato il Premio letterario Zerilli-Marimò per la narrativa italiana? Il premio è stato creato sei anni fa grazie ai finanziamenti della baronessa Zerilli-Marimò e il sostegno organizzativo della Casa Italiana. E poi la collaborazione della Casa delle letterature di Roma e della Fondazione Bellonci che sono i terminali del premio in Italia perchè raccolgono le segnalazioni degli editori, circa dieci-dodici ogni anno. Dall’Italia i libri vengono spediti alla Casa Italiana qui a New York dove viene fatta la selezione della giuria locale, formata da un centinaio di giurati scelti tra docenti di letteratura italiana, dottorandi, qualche traduttore e qualche giornalista non italiani, prevalentemente americani. I giurati ricevono questa decina di libri e hanno tempo tutta l’estate per leggerseli e scegliere un libro. Dall’insieme dei libri scelti, rimane una terzina di testi e, infine, i giurati vengono chiamati a scegliere il vincitore del premio tra questi tre libri. I giurati sono persone che conoscono bene l’italiano, ma che vivendo negli Stati Uniti hanno un orecchio sulla letteratura americana attuale. L’idea del premio, infatti, è di proporre al mercato editoriale americano, come possibile libro da tradurre, un libro già selezionato da una giuria di un centinaio di lettori che vengono con il loro gusto. I gusti della nostra giuria sono il criterio. Tra l’altro esiste un turn-over dei giurati per cui nessuno può far parte della giuria per più di due anni consecutivi e, inoltre, nessuno in Italia conosce il nome dei giurati. Non c’è nessuna lobbying e tutti i contatti vanno per posta elettronica. Ma soprattutto dobbiamo tenere conto che dieci novità della nostra letteratura vengono lette da un centinaio di addetti ai lavori che, per lo più sono professori che spesso utilizzano i testi nei programmi dei corsi di letteratura italiana all’università. Questo è il nostro scopo, questa propagazione di nuovi libri. Pertanto, anche se uno scrittore non vince, il libro arriva sulla scrivania di docenti che lo leggono e spesso lo fanno leggere ai loro studenti. Il premio funziona già ancora prima che esca il vincitore, perché fa sapere che esistono questi libri, che in Italia si scrive ancora delle cose che vale la pena di leggere e che si possono utilizzare in un corso di una università americana. Carlo Lucarelli con “Almost blue” ha partecipato al premio senza vincere, ma è utilizzato in molti corsi universitari. In cosa consiste il premio al vincitore? Oltre ad un assegno di tremila dollari, il premio consiste in un contributo alla traduzione e alla pubblicazione negli Stati Uniti. La traduzione è assolutamente indispensabile per farsi conoscere dagli editori americani. Un libro stupendo ma in italiano non serve a nulla perché neanche i più grandi editori statunitensi hanno “readers” in lingua italiana. Però se il libro viene proposto vincitore e già tradotto… E, inoltre, abbiamo fatto recentemente un accordo con una casa editrice, piccola ma molto buona e ben distribuita, che si chiama Steerforth Press che ha un catalogo eccellente di classici italiani e garantiscono l’immediata pubblicazione dei libri vincitori del premio. Il loro advisor è William Weaver, il traduttore de “Il nome della rosa (Eco, scherzando, afferma che la gente ha letto più Weaver che Eco) che è il grande decano dei traduttori dall’italiano all’inglese e il proprietario della casa editrice è un grande italofilo che conosceva personalmente la Morante e Moravia.

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