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 Una furiosa sperimentazione

Una furiosa sperimentazione

di Claudia Bonadonna Punteggiatura violentata, frasi tagliate al neon, blocchi di parole come macigni, urgenti e implacabili. Selby ci ha scioccato con la sua scrittura sporca e necessaria, grondante di vita marginale e per nulla indulgente. Ne abbiamo parlato con la traduttrice di Requiem per un sogno Adelaide Cioni. D. Immagino che tradurre un autore, sviscerare e interpretare il suo testo, implichi una certa intimità... letteraria. Com'è stata la tua "storia" con Selby? R. E' cominciata per caso, alla Fazi, quando ho preso in mano Requiem for a Dream: l’ho sfogliato e sono rimasta incantata dall’uso dell’inglese di Selby. I periodi lunghi, scanditi da un ritmo angosciante. Mi sembrava una sfida meravigliosa per un traduttore, ero curiosissima di vedere come sarebbe suonato in italiano. Ho fatto una prova e mi è stato affidato il libro. Da lì è iniziato un rapporto molto intenso, di amore e odio con lo scrittore e la sua scrittura. Che ho vissuto come vere e proprie “invasioni di campo” nella mia vita. Il suo modo di sviscerare le dipendenze per esempio mi ha praticamente costretta a smettere di fumare. D. Un giudizio sullo scrittore dalla tua posizione privilegiata di traduttrice. R. Selby è un genio. Ed è anche un sadico. Un genio, perché è in grado di costruire una macchina trita-lettore (nonché traduttore) capace di assorbire e coinvolgere e rispecchiare chi legge in modo imbarazzante. Perché il libro è un insieme di minuscoli pezzettini, come una costruzione di fiammiferi, messi insieme, uno dopo l’altro, per fare entrare lentamente nella psicologia dei personaggi. Lentezza ecco, lentezza non della storia, ma dei dettagli, come una doppia tessitura: da una parte la trama rapida e fitta delle cose che succedono ai personaggi, dall’altra il lento sommarsi di dettagli e gesti del tutto psicologici, in un crescendo che costringe il lettore a partecipare, a comprendere l’inevitabile discesa agli inferi dei quattro personaggi. Dettagli che sono consegnati al lettore anche attraverso la struttura stessa delle frasi e dei periodi. Trovo infatti che in Selby, prima ancora del linguaggio, sia fondamentale il ritmo delle frasi e dei periodi. Un ritmo capace di trasmettere già di per sé tutta una gamma di sensazioni. Claustrofobia, ossessione, malinconia, esaltazione, innamoramento, frustrazione. E' un sadico perchè... basta sfogliare Requiem per averne una prima percezione: trecento pagine senza quasi un a capo. Un muro di parole, visivamente. E un sadico anche per i destini che riserva ai suoi personaggi, per la spietata crudeltà della storia, per il modo sapiente in cui comincia con i sogni, le speranze, l’esaltazione dell’ottimismo, per poi fare precipitare il tutto nel fondo più nero. Le parti che ho amato di più tradurre sono state quelle di Sara Goldfarb, la madre di Harry, vittima assoluta della società, ben più dei tre giovani della storia. Allucinazioni (e quindi immagini forti) e flussi di pensieri ossessivi (e quindi occasioni di ritmo e ripetizioni). D. "Voglio sottoporre il lettore ad un'esperienza emotiva. L'ideale è che la sembianza della frase sia così intensa che il lettore neppure abbia Bisogno di leggerla. Nel senso che esce dalla pagina e la si assorbe, per usarla, voglio dire...". Queste le intenzioni dichiarate di Selby. Quanto è difficile rendere tutto questo in una lingua complessa, strutturata e "severa" come l'italiano? R. Requiem è un libro che presenta una serie infinita di problemi traduttori: l’uso selvaggio dell’ortografia (che non equivale però a un uso selvaggio della grammatica), lo slang afro-americano e i termini yiddish, i dialoghi che offrono appigli minimi al lettore per capire chi sta dicendo cosa. Naturalmente parte di tutto ciò va perso nel passaggio all’italiano, prima di tutte le libertà di spelling, perché, a mio parere, la storpiatura ortografica ha un peso del tutto diverso in italiano e in inglese. È la banalissima considerazione che in italiano si leggono le lettere una di fila, come vengono scritte, senza scarto, mentre in inglese c’è uno spazio aperto alla modulazione del suono di ogni lettera. È la consapevolezza che in italiano la cosa più simile a questo genere di modulazione è il dialetto, e che però non si può far parlare Tyrone in napoletano, e Harry in veneto per differenziarne le voci. Questo problema si presentava in particolare per i dialoghi tra Harry e Tyrone che sono dei botta e risposta fitti fitti, in cui è veramente facile perdere il filo, anche nell'originale. E allora ci sono delle parole chiave, un certo modo di strutturare la frase diverso per ciascuno dei personaggi. D. "Credo che rispecchiamo la nostra più profonda identità nel vocabolario che usiamo, e nel modo in cui impieghiamo quel vocabolario, il ritmo del discorso, l'accostamento tra le parole, tra le sillabe...". Selby e lo slang. R. E’ sempre difficile rendere le parole dello slang, ti costringe a scelte controverse. Il mio desiderio era quello di trovare uno slang valido nel tempo e nello spazio (cioè in tutta Italia), una parlata comune, per tutto quello che non erano discorsi sull’eroina. L’eroina, infatti, comporta un linguaggio molto più chiuso, esclusivo, una sorta di codice tra gente del giro, per il quale si sono andate a consultare una serie di fonti, scritte e orali. D. Quanto è attuale, secondo te, il linguaggio di Selby? Quanto è ancora scioccante per un pubblico come quello di oggi che ha conosciuto e apprezzato il pulp e i virtuosismi (beceri e grotteschi, ma pur sempre virtuosismi) di un Irvine Welsh? R. Ritengo che Selby sia ancora molto attuale, per un uso del linguaggio che risulta tuttora sperimentale e in alcuni casi illuminante, e che Requiem in particolare dovrebbe essere letto da chiunque voglia smettere qualunque cosa. Quello che mi colpisce di Selby è che la sua scrittura non è mai autocompiacimento, né è mai ammiccante, ma è una struttura coerente, tutta “al servizio della storia” e mai dell'ego dello scrittore. Cosa rara.

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