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 Vacalebre. De Andrè e Napoli

Vacalebre. De Andrè e Napoli

di Giancarlo Susanna Senza fare esercizi di sociologia e psicologia da salotto, possiamo comprendere come il vuoto creato dalla scomparsa di Fabrizio De André abbia provocato la pubblicazione di una quantità di libri a lui dedicati. Tra i tanti volumi che si sono allineati sugli scaffali delle librerie, vorremmo segnalare in modo particolare quelli di Luigi Viva (da molto tempo in cantiere all'epoca della morte di De André) e Federico Vacalebre, oltre a quelli curati da Guido Harari e Riccardo Bertoncelli. Critico musicale del Mattino, Federico Vacalebre ha individuato un "percorso napoletano" nell'opera del grande cantautore genovese. Si va dall'epigrafe di un Anonimo campano del XX secolo sulla copertina di Anime salve - "Noi simme cori aridi/nimici della pace/quando due cori s'ammano/noi tutti ci dispiace" - alla traduzione in dialetto della dylaniana Romance In Durango di Rimini (a quattro mani con Massimo Bubola), senza trascurare naturalmente Don Raffae' (scritta sempre con Bubola), l'incontro con Roberto Murolo e gli episodi forse meno visibili ma non meno significativi di un legame affettivo e culturale molto solido e forte. Da De André e Napoli, pubblicato nel 2002 da Sperling & Kupfer, è stata tratta recentemente una pièce teatrale e proprio da questa notizia ha preso avvio la nostra conversazione con l'autore. D. Parlami dello spettacolo... possiamo partire da qui. R. Si tratta di uno spettacolo teatrale nato quasi per caso, anzi direi per divertimento: il 27 agosto scorso, Scala, un delizioso paesino della costiera amalfitana, ha ospitato infatti De André e Napoli, storia d'amore e d'anarchia, sorta di esperimento di teatro canzone ispirato al mio libro con una cantante-attrice (Nicoletta Della Corte, interprete cara a Paolo Conte e allieva di Lilli Greco), tre cantautori per una volta trasformati in interpreti (Nello Daniele, l'ex NCCP Carlo Faiello e Alan Wurzburger, che nel suo ultimo disco ha tradotto Un giudice in napoletano). Una messinscena - canzoni comprese, naturalmente, del De André "partenopeo" che ha convinto pubblico, addetti ai lavori e critica ed ora diventerà uno spettacolo vero e proprio, con gli stessi protagonisti, una struttura narrativa ed una scenografia più elaborata, una regia che promette sorprese. Debutto a Napoli, verso gennaio, produzione della Chiara Sun Music (che organizza il Premio Carosone) e della Doppiaeffe, la compagnia di Mariano Rigillo. D. Il tuo libro è una miniera di informazioni (non sapevo delle origini napoletane della madre di Georges Brassens, per esempio), ma a me interessa in modo particolare il legame tra Fabrizio e la grande cultura napoletana. Proviamo a rintracciare nelle sue canzoni delle tracce di questi nomi illustri. Benedetto Croce, ad esempio. R. Benedetto Croce è nella vita e nelle scelte di Fabrizio più che nelle sue canzoni, forse anche perché don Benedetto di musica si intendeva davvero poco, fino ad ostentare la sua lontananza da quest'arte. Di Croce il padre del cantautore fu allievo e discepolo. E Faber lo chiamò più volte in causa: "Napoli è la mia patria morale, dopo Genova e la Sardegna è forse l'unico posto dove potrei vivere. Per la sua cultura, la sua canzone, la sua asimmetria... Per Murolo, Eduardo, Croce e De Sica" (pagina 35). E, ancora più esplicitamente: "E ancora la lezione di Croce: sembrerà strano, ma io mi sono formato convinto delle cose che scriveva lui, l'ho ripetuto in chissà quante interviste: don Benedetto sosteneva che fino ai 18 anni tutti scrivono versi e che da quell'età in poi l'umanità di divide in due categorie di persone che si ostinano a scrivere: i poeti e i cretini. Precauzionalmente, visto che diciottenne non sono più e continuo a scrivere versi, preferirei considerami un cantautore" (pag. 24). E poi: "... mi sono rifugiato nella forma canzone... Forma d'arte non amatissima da Croce, nonostante proprio nella sua città avesse raggiunto livelli artistici mai visti, anzi mai ascoltati prima" (ancora pag. 42). E per completare il crocianesimo de andreiano, Fabrizio, parlando delle sue traduzioni Brassens, Cohen, Dylan) si definiva un traduttore "a occhio e croce", ricordando il discorso del grande filosofo partenopeo sulle traduzioni brutte ma fedeli oppure belle ma infedeli. D. Poeti come Libero Bovio e Salvatore Di Giacomo. R. Ancora una citazione dal libro (pag. 25) frutto delle tante interviste all'amico fragile: "Non sapevo nemmeno io come e perché, ma impazzivo per Bovio e Di Giacomo". Della canzone napoletana classica il cantautore apprezzava sia le ampissime melodie dalla veracità mediterranea che la capacità di raccontare con poesia la vita popolare. D. Giuseppe Marotta. R. L'idea di Don Raffae', racconta Fabrizio, gli venne rileggendo Gli alunni del tempo, protagonista don Vito Cacace, guardia notturna elevata a intellettuale di strada, perché proprietario dell'unico quotidiano letto nella zona. Don Vito la sera radunava i vicini e gli "spiegava" che cosa era successo, come dovevano pensare. Proprio come don Raffae' fa col secondino Pasquale Cafiero. D. Eduardo. R. De Filippo era un culto di De André. Come ricorda Massimo Bubola, durante le registrazioni dell'album con l'indiano in copertina nel castello di Carimate le pause erano utilizzate per ascoltare su walkman le commedie di Eduardo. L'"Ah che bello 'o caffè" di Don Raffae' musicalmente parlando cita una canzone di Modugno e Pazzaglia, ma riprende anche il secondo atto di Questi fantasmi, la celebre esaltazione della bevanda più amata dai napoletani. D. Raffaele Viviani. R. E' l'incontro mancato, Faber avrebbe amato questo grandissimo drammaturgo capace di dare la voce al popolo napoletano. Non sono purtroppo riuscito a trovare prove che De André avesse conosciuto la sua produzione. D. Il tuo libro ha due introduzioni, una di Roberto Murolo (molto tenera e affettuosa) e una di Massimo Ranieri... Ti sembra corretto affermare che i due album di Massimo dedicati alla grande canzone napoletana - Oggi o dimane (2001) e Nun è acqua (2003) - sono gli unici veri eredi di Creuza de mä? R. Non dico questo, dico piuttosto che sono gli unici eredi napoletani di quell'avventura. Con una citazione esplicita: Ranieri che canta 'O caffè di Modugno-Pazzaglia e ai più giovani sembra una citazione da De André.

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