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 Zaccuri: l`attualità dell`Ottocento

Zaccuri: l`attualità dell`Ottocento

di Andrea Monda D. A cosa serve la letteratura? E possibile rispondere a questa domanda? R. Ci sono tante risposte possibili. Oggi ci troviamo in una fase di passaggio: da un momento in cui si pensava che la letteratura potesse e dovesse occuparsi dell’interiorità ovvero del modo in cui noi percepiamo la realtà, a una stagione in cui, in maniera un po’ imprevista, la letteratura sta tornando a una dimensione che direi “epica”, la dimensione del grande racconto, la dimensione della complessità, anche sulla superficie delle cose e non soltanto nell’interno. D. Alcuni però accusano che la letteratura italiana contemporanea sia priva di questa dimensione epica, priva di storie. R. Senz’altro non mancano le storie nel Paese Italia. Io credo che l’Italia sia stata una meravigliosa macchina di costruzione di storie, anche soltanto nel novecento, ma credo che noi veniamo da una lunga stagione in cui lo scrittore si è abituato all’idea di raccontare un piccolo mondo e, nel momento in cui si trova a raccontare un mondo più vasto, si ritrova a corto degli strumenti necessari. Non è che le storie non ci siano. Si fa fatica a recuperare gli strumenti di una narrazione vasta, complessa e articolata che non appartiene strettamente alla tradizione italiana degli ultimi anni. D. E’ questo ritorno alle storie, all’epica, che la porta a dire che l’ottocento è più attuale del novecento, come sostiene nel libro che sta per pubblicare? R. Sta per uscire un piccolo saggio, intitolato “Un futuro a vapore”, in cui provo a argomentare questa tesi, basata anche su conversazioni con altri colleghi, ovvero l’idea che la ricerca di una forma epica, fatalmente, riporti gli autori (oltre che i lettori) a riconsiderare il lascito dell’ottocento e a renderlo più attuale. Anche perché “ottocenteschi” sono ancora molti dei problemi che viviamo. D. In questo senso ci sono degli autori contemporanei che puoi definire “ottocenteschi”? R. Non faccio nomi, dico solo dei piccoli segreti di bottega di cui sono venuto a conoscenza. Gli scrittori italiani più spostati sul genere, sul thriller, sul cosiddetto avant-pop, sono tutti fanatici di Victor Hugo, ma ci sono anche critici insospettabili che stanno scoprendo oggi un libro come “Cento anni” di Giuseppe Rovani. Questi sono segnali da interpretare. D. Non c’è il rischio che con il ritorno dell’ottocento ritorni anche il bagaglio di ideologie nate in quel secolo e che si è sviluppato così dannosamente nel novecento? R. Il rischio dell’ideologia, a mio modo di vedere, è più novecentesco che ottocentesco. L’ottocento ha dato dei grandi strumenti interpretativi, delle grandi categorie che non sono ancora superate; ha dato la capacità di raccontare la realtà in presa diretta, quella che troviamo, ad esempio, in autori popolari come Jules Verne e Emilio Salgari, quella presa diretta che forse difetta negli autori di oggi che faticano a raccontare delle storie.

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