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Sulla strada di Kerouac

 Sulla strada di Kerouac

 

Critico letterario, scrittore, giornalista, Emanuele Trevi, intervistato da Stas' Gawronski, ci parla dell'opera più famosa di Jack Kerouac: On the road. Il viaggio, la scrittura e gli elementi autobiografici di un cult che ha attraversato le generazioni.

Ci puoi dire qual è la storia raccontata in On the road?

La storia raccontata in On the road si riferisce ai primi anni del dopoguerra, ossia a un momento di estrema giovinezza della vita di Kerouac, che ha da pochissimo superato i vent’anni. È la storia di un viaggio, come dice il titolo, ma in realtà - e in questo sta la funzione del primo capitolo - è la storia di un incontro. Non è tanto la voglia di fare un viaggio in astratto, di andare sulla strada - il che non avrebbe creato quella credibilità psicologica straordinaria che ha sempre avuto On the road - ma è la storia di un incontro con una persona molto affascinante, che nel libro è Dean M., ma che in realtà si chiamava Neil Cassidy: una specie di talento che poi non si espresse in niente, come spesso capita a tanta gente affascinante. Poteva diventare un bravo poeta - oggi sono usciti anche i suoi scritti - però era essenzialmente un maestro dell’arte della vita, un grande conquistatore di donne. Aveva passato parte dell’infanzia e dell’adolescenza in vari riformatori perché era un appassionato di furti d’auto. È una persona dunque che irrompe nel piccolo ambiente di New York legato alla Columbia University, dove questi giovanissimi e ancora sconosciuti scrittori fanno amicizia. Si tratta di Jack Kerouac, di Allen. Ginsberg, W. Burroughs, che poi è il più cinico e quindi rimane esente dal fascino di questo ragazzo, che assomoglia un po’ a un James Dean, a un Elvis Presley. Ha una straordinaria somiglianza con Kerouac, cosa che colpisce straordinariamente dalle foto: quest’amicizia sembra l’incontro tra due persone gemellari. E qui la prima situazione di cui parla Sulla strada, che non è in movimento. Il protagonista vive ancora con una zia nei dintorni di New York, nel New Jersey, e viene contagiato dalla voglia di mettersi sulla strada verso l’Ovest dalla conoscenza di Dean, che è a New York. Poi Dean parte, lo anticipa, gli dice di raggiungerlo a Denver. E questa è la prima tratta di quello che diventerà il più famoso viaggio per le strade dell’America.

Ci puoi parlare del ruolo di Dean, e di qual è il suo ruolo all’interno di On the road?

Il personaggio di Dean è fondamentale. Kerouac lo presenterà anche nel suo secondo capolavoro, I vagabondi del Darma. Anche qui non ha una vera e propria traccia da raccontarci, anzi i suoi modelli non sono mai narrativi, ma poetici e musicali. Lui vuole dare un equivalente di racconto a un tipo di musica che piace molto in quei primi anni Cinquanta - il bebop - e dare forma a una concezione poetica. Concezione che si può chiamare ‘poesia dell’incontro’: un uomo affascinante irrompe nella vita di qualcuno che è alla ricerca di qualcosa - di una verità, una concretezza, un’avventura – ma che però ha ancora un’esistenza un po’ piatta. Così come è la situazione all’inizio di On the road, dove c’è un ragazzo che vive con la zia, studia all’università, cerca di scrivere il suo primo romanzo. Tutte cose vere che avvengono attorno al 1951 e che inducono Kerouac a pensare i suoi racconti come fascinazione. Nonostante le donne - a partire da sua madre - abbiano avuto un’importanza enorme nella vita di questo scrittore, queste storie di amicizia e di viaggi sono sempre centrate su un personaggio maschile. Non si tratta di fascinazione amorosa, ma di amicizia virile. Come se queste persone fossero degli angeli che aprono gli occhi all’io che scrive, al protagonista che si mette in una disposizione di umiltà, di apprendimento. Non è tanto uno che insegna quanto uno che impara, si fa modificare. Anche il protagonista di On the road è diverso da Dean. Dean è il suo maestro della strada, ma poi lui vivrà la strada in una maniera del tutto indipendente e propria. Non è un caso che a diventare scrittore sarà lui e non Dean. In questa imitazione che poi diventa una differenza sta il movimento del libro, che altrimenti sarebbe solamente, come promette il titolo, un andare avanti e indietro per le strade d’America.

Dove va il viaggio di Dean e dei compagni? Qual è la sua evoluzione. Alcune volte si ha la sensazione che in realtà viaggio non porti da nessuna parte.

Molto spesso i lettori di On the road hanno fatto un po’ fatica a immaginare il senso e la direzione di questo viaggio, perché il tipo di operazione che fa Kerouac è mantenersi fedele alla verità anche letterale degli eventi. Ne cambia i nomi: all’inizio anche per un motivo legale, poi perché non vuole rivelare fatti personali degli amici di cui parla. Il pendolo è tra est e ovest - con un certo senso artistico per la geometria e la geografia - ma verso la fine del romanzo c’è una puntata verso sud, ossia il famoso viaggio in Messico dove Dean e Jack scoprono la marijuana e hanno un’ulteriore esperienza mistica, in un viaggio che già di per sé si configura come un’esperienza religiosa. La cosa che stupisce sempre i primi lettori - che a loro volta, attratti da questo libro, si mettono in viaggio - è quasi un’idea astratta di viaggio. Filtra una certa inutilità. Quasi come la vita di Kerouac, una vita che è basata su due pulsioni. La sistole sta nell’andare verso ovest, verso una California (San Francisco più che Los Angeles è un luogo più importante della sua vita) vista come ricerca della libertà e dell’esperienza. La diastole sta nel tornare da sua madre, tornare nel New Jersey, oppure a casa della sorella che vive in un altro luogo isolato e familiare, col cognato e i nipoti, e quindi avere questo radicamento nella casa. Al massimo della dispersione, all’apice della sua esistenza raminga e della filosofia che quest’esperienza raminga riesce a dare, corrisponde sempre una violenta pulsione al ritorno, tant’è che poi alla fine della vita Kerouac è uno che è tornato a casa.

Ci puoi parlare della vita e della fine di Kerouac? È stata segnata anche da eventi autodistruttivi, tragici.

La realtà della vita di Jack Kerouac - come tutte le persone che diventano una leggenda quando ancora sono vive - è una realtà che nasconde anche delle esperienze molto dolorose ed autodistruttive, soprattutto relativamente a quello che dicono tutti i biografi, ossia al rapporto edipico e non risolto con questa madre: un Super-Io che lo colpevolizza e lo separa dai suoi amici. La madre non ama queste sue frequentazioni di poeti, è del tutto ignara del valore che sta acquistando il movimento letterario della beat generation, e insiste nel dirgli che i suoi amici sono cattive compagnie. E poi c’è un altro fattore, condiviso da molta letteratura americana e da un autore che Kerouac amava moltissimo, Scott Fitzgerald: l’alcolismo. Un prepotente fattore di distruzione dell’esistenza fisica di Kerouac, causa della sua morte precoce. L’immaginario sulle droghe evocato dai nomi di beat o di hippie, è invece inesatto per ciò che riguarda Kerouac, per lo meno leggendo le sue opere maggiori, I vagabondi del Dharma e Sulla strada. A differenza del suo amico Burroughs e parzialmente di Allen Ginsberg, non ha interesse per l’aspetto del viaggio mentale, quello che nella cultura underground americana si chiama il trip, la psichedelia, tutto quello che poi è stata la cultura che ha fatto di Kerouac un mito… Mentre l’alcolismo ha avuto senz’altro un effetto distruttivo unito alle distruttive conseguenze di una vita sentimentale sempre irrisolta, che è un po’ come i suoi viaggi: una volontà di allontanamento e di scoperta seguito poi da una marcia indietro. Questo e un po’ il destino, il karma di Jack Kerouac. Ha una straordinaria onestà, lui non si pone come un modello vittorioso di vita, per questo il suo successo in fondo dura ormai da mezzo secolo e trova sempre nuovi ragazzini disposti a cadere in questo gioco di fascinazione, perché non ha nulla da insegnare, ma si pone come uno che impara dalla vita, impara da persone che ritiene più esperte e coraggiose di lui e soprattutto registra nei suoi libri un’incapacità di essere completamente libero. A differenza di Dean, l’io di sulla strada è un individuo malinconico, sempre sul punto di mollare, di non farcela che paga ogni ora di felicità con periodi di distacco dal mondo, di difficoltà di comprenderlo.

Prima hai fatto accenno all’importanza della musica nella stesura di On the road, del be-bop. Quali sono gli autori che Kerouac preferiva e da quali ha preso ispirazione per la stesura di On the road?

I romanzi di Kerouac, e soprattutto On the road, sono pieni di riferimenti musicali. I due numi tutelari sono da una parte Charlie Parker, dall’altra il canto di Billie Holiday. Molto spesso gli scrittori ascoltano musica, ed è un rapporto astratto di conforto, di capacità di concentrazione. In Kerouac è tutto diverso: la musica è un principio organizzativo della pagina, lui vuole dare un esatto equivalente sonoro della musica che gli piace. Tanto è vero che il manoscritto di On the road è un manufatto particolarissimo: per non perdere il ritmo della scrittura - come se dovesse seguire un’improvvisazione - batte a macchina il romanzo su un rullo di carta per stampanti, di quelle in cui i fogli sono legati l’uno all’altro. Il semplice gesto di cambiare pagina alla macchina da scrivere nella sua ottica diventa disastroso perché gli toglie questo ritmo. Come accade a un musicista che deve riprendere fiato.

Qual e’ stata la fortuna critica e la fortuna di pubblico di On the road?

La fortuna di pubblico di On the road come di altri grandi classici della letteratura beat americana dei tardi anni ’50, accanto a On the road vanno citati Urlo di Allen Ginsberg e Pasto nudo di William Burroughs. La vera difficoltà di Kerouac fu quella di trovare la figura di un editor capace di consigliarlo: il suo limite era una certa informità, che può andar bene con un poema in prosa, ma va corretto se vuol essere presentato in forma di romanzo. Nel momento in cui supera la diffidenza dell’editore poi le cose vanno bene, perché è vero che ci sono delle stroncature, ma ci sono ad esempio giornali importantissimi come il New York Times che iniziano a parlare di questa letteratura come un nuovo modello di vita e di esistenza dei giovani americani. Oggi è difficile parlare di successo perché è molto cambiato il nostro criterio di valutare un best seller, un libro come On the road corrisponde quello che si chiama long seller, cioè un libro che ha centinaia di traduzioni ormai in tutto il mondo, ogni nuova generazione lo reincontra, e il che è molto miracoloso perché questi di solito sono libri legati a delle mode e vengono sostituiti l’uno all’altro.

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