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Anthony Cartwright, Iron Towns. Città di ferro

Da ragazzi Liam, Mark, Dee Dee, Sonia e Goldie erano inseparabili. Il primo è l’unico ad aver continuato la strada intrapresa allora, quella di calciatore, anche se a quarant’anni gioca le sue ultime partite con la squadra del paese inglese da cui era partito (dopo essere passato fugacemente per la nazionale). Mark, il più fragile dei cinque, ha smesso di giocare a calcio dopo un rigore fallito; Dee Dee ha divorziato da Liam e ha abbandonato la carriera di cantante; Sonia è morta in un incidente dopo una rapina e Goldie, che era con lei, ha scontato diversi anni di prigione. Lo sfondo di questa storia di calcio e di fallimenti è il paesaggio postindustriale in cui si aggirano individui spenti; solo le partite riescono a catalizzare i residui entusiasmi di una popolazione impoverita in tutti i senti. Nel romanzo di Anthony Cartwright, Iron Towns. Città di ferro, 66than2nd, traduzione di Riccardo Duranti, la speranza non è affidata a una vittoria sul campo da pallone bensì al personaggio della ventenne Alina, la figlia di Sonia e Goldie che Dee Dee ha adottato, che, esplorando la sua terra, concepisce un progetto artistico.

 

Con Anthony Cartwright a Più libri Più liberi abbiamo parlato di speranze adolescenziali, calcio, e del paesaggio inglese post industriale.  

Anthony Cartwright è nato nel 1973 a Dudley, nel Black Country, e si è laureato in Letteratura angloamericana alla University of East Anglia. Dopo aver lavorato in un impianto di inscatolamento carni, nei pub, al mercato di Old Spitalfields, per la metropolitana di Londra, ha insegnato inglese in diverse scuole dell’East London e del Nottinghamshire. Il suo esordio, The Afterglow, è stato tra i vincitori del Betty Trask Award nel 2004. Heartland (2009) è stato selezionato nel 2010 tra i finalisti del Commonwealth Writers’ Award: Best Novel. Il terzo romanzo di Cartwright, How I Killed Margaret Thatcher, è uscito per Tindal Street Press nel 2012; Iron Towns nel 2016.

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