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Dietro i candelabri

 Dietro i candelabri

Raccontare l’omosessualità, nel cinema statunitense, è stata sempre faccenda maledettamente complicata. Va ricordato, di fatti, che a Hollywood i rigori del codice Hays ottennero, per un lungo periodo di tempo, di vietare, in sostanza, la trattazione di tutta una serie di tematiche ritenute azzardose. Solamente gli anni ‘60, con la loro carica dirompente di rottura di convenzioni e tabù, portarono alla fine di certe proibizioni: non a caso, è in codesto periodo che vedon la luce pellicole quali “Festa per il compleanno del caro amico Harold” (1970), diretto da William Friedkin sulla scorta dell’omonima commedia di Matt Crowley, o “Domenica maledetta domenica” (1971), che tuttavia patì un tale cattivo esito al botteghino da convincere il cineasta John Schlesinger a darsi a produzioni commerciali americane.

Queste riflessioni ci sono venute alla mente leggendo delle difficoltà incontrate da Steven Soderbergh per dirigere “Dietro i candelabri”: impossibilitato a trovare uno studio disponibile a finanziare il proprio progetto, ha dovuto rivolgersi ad una tv via cavo, la HBO, per condurre a termine l’impresa (infatti, negli Usa la pellicola è passata direttamente sul piccolo schermo mai approdando nelle sale, come invece sta avvenendo ora in Europa). Passano lustri, insomma, ma taluni pregiudizi sono duri a morire: impossibile per il grande pubblico - obiettano in sostanza i boss della produzione - immedesimarsi in vicende che abbiano personaggi gay quali i protagonisti appaiono.

Chissà, forse i dubbi sono stati aumentati dal fatto che pochi, oggi, ricordano chi fosse Wladziu Valentino Liberace, il nome all’anagrafe del pianista nato in America da madre polacca e da padre italiano. Liberace - per gli amici, Lee - fu il performer più pagato negli States fra i ‘50 e i ‘70, icona pop inossidabile in un’epoca in cui gli Elton John e le Lady Gaga erano ancora da venire, mix irresistibile di talento e di verve istrionica. Tanto audace all’epoca da adottare un look piuttosto esplicitamente gay (ma a chi suggerì, a mezzo stampa, ch’egli realmente lo fosse - ad esempio, il “Daily Mirror” - fece causa, vincendola). Quando si presentava in scena sfavillante di lustrini, le mani inanellate di oro e di brillanti, avvolto in lussureggianti stole di pelliccia, pareva una straordinaria drag queen ante litteram, il manifesto di un’epoca annunciata come una profezia ma che pareva lontana millenni. Morì, nel 1987, di Aids, seguendo di due anni Rock Hudson, la prima star che finì per fare outing spegnendosi: il segreto fu poi svelato anche per lui, le autorità non accettarono un compiacente certificato medico e chiesero l’autopsia. Chissà come avrebbe preso la cosa, il beniamino delle matrone del Midwest, il re di Las Vegas (era l’attrazione fissa dell’Hilton locale), l’imperatore dell’eccesso temperato.

Nel suo film, Soderbergh si concentra su un periodo della vita del nostro: quello compreso fra il il 1977 ed il 1982 in cui egli visse col giovane Scott Thorson, dal quale era distantissimo per età (sull’autobiografia eponima di quest’ultimo, pubblicata in Italia da Newton Compton, si basa la pellicola). Lasciando alla musica non troppo spazio, il regista si sofferma sulla vita quotidiana del suo personaggio, del quale cerca di mettere in evidenza luci e ombre. Sincero nel suo affetto pel pupillo, non esita, tuttavia, a liberarsi di lui brutalmente quando qualcuno subentra nei suoi interessi: la storia d’amore, insomma, non sfugge - direbbe R.W. Fassbinder - alla regola del diritto del più forte. Pure, vi è tenerezza, sincerità, slancio fra i due: e, se la cialtroneria è inevitabilmente messa in evidenza, Liberace è con evidenza mosso da un certo amore per la musica e il suo mestiere. Ambientato nella villa che, nella realtà, appartenne a Zsa Zsa Gabor, il film alterna ai toni da commedia quelli di cupo kammerspiel: la sceneggiatura di Richard  LaGravenese consente un’approfondita ricognizione psicologica, favorita con maestria dagli attori.

Ecco, la recitazione: in un lavoro simile è il fulcro di ogni cosa, è l’atout che può rivelarsi fondamentale. E’ ovvio, parti simili si possono affrontare in battere o in levare: nel primo caso, c’è il rischio della sottolineatura, dell’eccesso, della deformazione caricaturale; nel secondo, d’un effetto di minimizzazione che può dar l’idea si voglia fuggire dalle trappole della materia. La maestria di Michael Douglas e di Matt Damon è consistita nel trovare il magico punto di fusione tra calore e polvere, tra verità ed esagerazione, tra kitsch e camp. Adattatosi alla inevitabile misura dello sfarzo, lo spettatore segue il percorso che porta dalla passione all’astio, avvertendone quasi la naturalezza: in quei gesti, in quell’amore gridato poi rinnegato, nella miseria delle rivendicazioni finali, c’è la gioia e il dolore di tanti. Donne  e uomini. Eterosessuali od omosessuali. Persone.

                                                                      Francesco Troiano

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