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Edith Bruck: noi due siamo uno

“Noi due siamo uno. Io voglio fare quello che fai tu”: in La rondine sul termosifone (La nave di Teseo) Edith Bruck racconta com’è stato rimanere accanto al marito Nelo Risi man mano che l’Alzheimer avanzava e i suoi momenti di lucidità si riducevano a barlumi improvvisi (a volte pieni di tenerezza). Bruck racconta di un uomo bello, colto, elegante reso fragilissimo dalla malattia. Dieci anni fa ad Assisi, Nelo ha i primi segni di cedimento: non riesce di colpo più a stare in piedi, chiede di essere portato subito a casa. Comincia la trafila che tutti i parenti di questo tipo di malati conoscono: la convivenza e la dipendenza da una badante, la perdita della propria autonomia (lui non sopporta che lei legga, che guardi la televisione, che cammini, che faccia quello che lui non fa più), lo spaesamento (ogni uscita di casa è traumatica per la fatica a orientarsi in un mondo esterno sempre più complesso e caotico). Per resistere agli sbalzi di umore del marito, alle sue continue richieste di rassicurazione, ai suoi capricci, alle sue visioni (la rondine sul termosifone del titolo, e poi i pagliacci sul muro, il vitello sul divano), Bruck trova riparo nella scrittura. Come i libri sull’internamento subito da ragazzina ad Auschwitz le erano serviti a oggettivizzare l’orrore, così ora, scrivendo, si fa testimone del crollo del suo amato e ne perpetua la memoria.

Con Edith Bruck abbiamo parlato della scrittura come autoterapia e della scrittura come testimonianza.

Edith Bruck è nata il 3 maggio 1932 a Tiszabercel in Ungheria in una povera, numerosa famiglia ebrea. Deportata ad Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen, dopo anni di pellegrinaggio approda definitivamente in Italia, adottandone la lingua. Nel 1959 esce il suo primo libro Chi ti ama così, un’autobiografia che ha per tappe l’infanzia in riva al Tibisco e la Germania dei lager. Nel 1962 pubblica il volume di racconti Andremo in città, da cui il marito Nelo Risi trae l’omonimo film. È autrice di poesia e di romanzi come Le sacre nozze (1969), Lettera alla madre (1988), Nuda proprietà (1993), Quanta stella c’è nel cielo (2009), trasposto nel film di Roberto Faenza Anita B., e ancora Privato (2010) e La donna dal cappotto verde (2012). Tra gli altri, è traduttrice di Attila József e Miklós Radnóti. Ha sceneggiato e diretto tre film e svolto attività teatrale, televisiva e giornalistica.

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