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Emanuele Trevi, Sogni e favole

Bilancio esistenziale alle soglie dei cinquantacinque anni; riflessione sull’arte, sugli artisti, sul tempo, sulle ambizioni; passeggiata nella Roma letteraria e marcescente delle vie del centro; rievocazione di tre maestri più uno (i primi frequentati in carne ed ossa, il fotografo americano Arturo Patten, il critico Cesare Garboli, la poetessa Amelia Rosselli e poi Pietro Metastasio e soprattutto il suo sonetto che dà il titolo al libro e che torna più volte trascritto per intero), tutto questo è Sogni e favole di Emanuele Trevi pubblicato da Ponte alle Grazie. Il libro si apre con Emanuele diciottenne che lavora in un cineclub romano e una sera s’imbatte in Patten, che è rimasto in sala con le lacrime agli occhi dopo aver visto un film di Tarkovskij. Tra i due nasce una grande amicizia e tempo dopo è Arturo Patten a mettere in dubbio la scelta di Emanuele di dedicarsi alla carriera universitaria: “E così tu vuoi che altri dicono di te profesore. Bravo profesore. Così mammina e papà sono contenti. Tu non sei profesore. You are a nasty boy, un desperado”. In realtà scrive Trevi, “non ho avuto la costanza necessaria a diventare un professore, e non ho avuto il coraggio di essere fino in fondo un desperado - per vedere finalmente cosa c’era, in fondo al pozzo che ho sempre sentito gorgogliare sotto i miei piedi, con tutte le sue esalazioni”. Amelia Rosselli, che vive a pochi passi da casa di Arturo (in questa narrazione i luoghi hanno la stessa importanza delle persone che li abitano) è l’esempio di un’anima in pena, di una dedizione alla poesia che diventa autoconsumazione; Cesare Garboli è il grande affabulatore, l’intellettuale imprevedibile capace di sposare in ogni suo saggio “l’incontinenza autobiografica con la più rigorosa filologia”. Garboli lascia in eredità a Trevi il compito di scrivere su Metastasio e sul suo meraviglioso sonetto; questo libro in qualche modo è la risposta a quell’invito, è una meditazione sul “tutto è menzogna e delirando io vivo”. Che si conclude con questa considerazione:

“E poi, comunque vada, è pur vero che del tempo che ci è concesso noi facciamo un solo uso: lo perdiamo, non sappiamo fare altro che perderlo, e tutto il lavoro della nostra coscienza, con i suoi ricordi e le sue falsificazioni, è una minuziosa e disperata ricerca del tempo perso, e se qualcuno ci trasmette qualcosa prima di andarsene, non siamo venuti al mondo per sciogliere gli enigmi, ma per conservarli intatti e trasmetterli a nostra volta ancora più incomprensibili di quando li abbiamo ricevuti.”

 


Emanuele Trevi è nato a Roma nel 1964. Collabora al Corriere della Sera e al manifesto. Da Ponte alle Grazie sono usciti Qualcosa di scritto (2012) e la nuova edizione di Musica distante (2012). Tra i suoi libri: I cani del nulla (Einaudi, 2003), Senza verso. Un’estate a Roma (Laterza, 2004), Il libro della gioia perpetua (Rizzoli, 2010), Il popolo di legno (Einaudi 2015).

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