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Gli sguardi della critica sull`opera tondelliana

 Gli sguardi della critica sull`opera tondelliana

Dall'accusa di eccessiva indulgenza verso l'edonismo degli anni '80, all'interpretazione confessionale, dalla lettura intimista a quella generazionale: ecco i differenti modi di intendere l'opera di Pier Vittorio Tondelli.

Di Claudia Bonadonna

 

Tondelli icona di culto dei temibili anni Ottanta (ma lui fu buono nel definirli: “anni dissipati e generosi, non maledetti, non eroici e forse nemmeno sbagliati, solo sfortunati”). Tondelli scrittore amatissimo sopravvissuto nel cuore di generazioni innamorate e lontane (quando nel 1994 Panorama pubblica un sondaggio sugli “eroi giovanili”, conquista il primo posto insieme a Hendrix, Lennon e Che Guevara). Tondelli venerato come una rockstar, ma mai scrittore rock. Troppo amante della scrittura e della riscrittura, troppo attento al pensiero e all’osservazione (rispetto, per esempio, al tratto eccitante, veloce, cinico, “bidimensionale” del Brett Easton-Ellis di Meno di zero). Troppo compiacente, perfino, verso il chiacchiericcio e le mode del tempo (salvo poi raccontarle nella loro rumorosa vacuità quali alibi scintillanti di una generazione incerta). Semplicemente troppo gentile e intimo (non a caso Roberto Carnero individua nel sostrato emozionale del narrato il segno più rilevante del suo stile) rispetto al sarcasmo cattivo e nichilista dell’altro vate del decennio, Andrea Pazienza. Non stupisce che la predilezione per il registro basso e le fonti extraletterarie (la musica soprattutto, che sbuca a sorpresa con sensazioni intuite ed esplicite citazioni) abbia a suo tempo fatto storcere il naso a critica militante e transavanguardia. Linea d’ombra, la rivista fondata da Goffredo Fofi, non gli perdona la visione individuale delle cose, il rifiuto della presa di posizione e dell’ideologia in favore di un racconto estetizzante e randomico della realtà. Mentre l’amatissimo Arbasino e tutto il Gruppo 63 tradiscono un’incolmabile distanza generazionale (ma forse la parola giusta è ancora una volta emozionale) quando gli contestano la poetica volutamente provinciale e l’attitudine antiaccademica dello stile. Figlio illegittimo degli anni Settanta, Tondelli in realtà sposa in pieno l’ottica del disimpegno del decennio successivo: non conosce scontri né contrapposizioni, vive sulle passate conquiste senza bisogno di dimostrare niente. La sua stessa omosessualità, malgrado la denuncia per oscenità subita da Altri libertini, non diventa mai emblema di eversione dalla norma sociale, ma semplice racconto del sé. Tondelli canta l’indeterminatezza, il viaggio, la sospensione temporale verso la maturità, fa dello scritto autobiografico, del diario adolescenziale (a volte svagato, a volte snob), un genere di nuova dignità. Così, a nemmeno dieci anni dalla morte, Bompiani ne pubblica tutti gli scritti, curati dal critico ed esecutore testamentario Fulvio Panzeri, nella collana dei classici. Intanto sul Tondelli autore da collezione (ormai sottratto al culto privato dei suoi lettori-fan), cominciano a giocarsi le prime battaglie di appartenenza. Il gesuita Antonio Spadaro , autore di Pier Vittorio Tondelli. Attraversare l'attesa (Diabasis, 2000), ne propone un’interpretazione alla luce del suo avvicinamento al cattolicesimo durante gli ultimi mesi di malattia, individuando un moto di ricerca di spirituale anche negli eccessi tossici e sessuali. Gli ambienti gay polemizzano sentitamente con quella che considerano un’estensione arbitraria. Matteo B. Bianchi e soprattutto Luca Prono (in un acceso intervento sull’International Journal of Sexuality and Gender Studies) rivendicano la specificità omosessuale dell’opera tondelliana e raccontano uno scrittore ancora irredento. I critici più giovani sembrano meno a disagio con l’idea di avere a che fare con un “autore generazionale”. Roberto Carnero (Lo spazio emozionale, Interlinea, 1998) ed Elena Buia (Verso casa, Fernandel, 1999) ingaggiano un interessante e forse anche involontario confronto esegetico-sentimentale con l’oggetto del loro studio. Nati rispettivamente nel ’70 e ‘71, loro sono i protagonisti adolescenti del decennio cantato da Tondelli che si confrontano con la restituzione letteraria di quegli anni e di quel vissuto giovanile. Ed è appunto nel racconto di quel “presente non più mio, ma al quale avrei sempre fatto riferimento” che il destino di Tondelli si compie. Un racconto che, come dice il prediletto Giovanni Lindo Ferretti, “consola, educa, accompagna, scuote e illumina”.

 

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