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I figli della mezzanotte

 I figli della mezzanotte

India, 1947. Pochi minuti prima che scocchi la mezzanotte del 15 agosto, la voce del primo ministro Nehru annuncia ai suoi connazionali la tanto anelata indipendenza del Paese. Proprio in quello straordinario momento, in un ospedale di Bombay, vengono dati alla luce due bimbi: uno, Saleem, figlio di poveri saltimbanchi; l’altro, Shiva, di una coppia assai agiata. Sulla scorta dell’emozione collettiva, un’infermiera decide di mutare il loro destino, scambiandoli nelle culle. Essi cresceranno più volte incontrandosi, anche perché fanno parte di un gruppo di 1001 nati nella stessa ora e dotati, ciascuno, di uno speciale potere: Saleem, ad esempio, può entrare in contatto telepatico con le persone, sino a far loro provare una sorta di sinestesia dei sensi...

Romanzo d’esordio di Salman Rushdie, I figli della mezzanotte (1981) racconta la vicenda della genesi e della crescita dello Stato indiano parallelamente alla bildung del protagonista, in un’atmosfera di realismo magico (l’autore ha riconosciuto il debito, manifesto, verso il Fellini di “Amarcord”). Quella che si dipana sotto gli occhi del lettore è una saga familiare tra le più fascinose mai scritte, degna di star accanto a quelle de I Buddenbrook (1901) o Cent’anni di solitudine (1967): sotto i panni del narratore si cela il protagonista, che ci fa ripercorrere la propria genealogia a principiar dai nonni, nell’India anglicizzata del primo ‘900 già descritta da Forster. La memoria è tra i temi fondamentali del libro: Saleem Sinai sembra conservarla in salamoia come si fa col chutney (salsa piccante a base di frutta e verdura), per non farci smarrire in una miriade di storie che s’intrecciano fra loro, di personaggi che spariscono e tornano dopo tante pagine, dentro ad una sarabanda che corre con “piedi di vento”. Trasporre per il grande schermo una tale opera era impresa da far tremare i polsi a qualunque cineasta: ci si è provata Deepa Mehta, già regista del vigoroso - e avversato dalle autorità locali - “Water” (2005), con l’ausilio in sede di sceneggiatura di Rushdie.

Per grandi linee fedele alla pagina scritta, il film contiene delle belle cose, soprattutto nella prima parte; qui, nella descrizione dell’infanzia di Saleem, ritroviamo la piacevolezza e la velata ironia della pagina scritta; si concretizza, inoltre, il progetto di esprimere la realtà di un popolo, colto in un passaggio epocale del proprio cammino, attraverso lo sguardo di un bambino. Dipoi, il desiderio di rendere appieno la complessa struttura del libro dà vita ad un succedersi di eventi poco comprensibili, per chi non conosca l’itinerario storico d’una nazione a lungo dilacerata. Fallisce, specialmente, l’ambizione di far risaltare, pel tramite delle vicende individuali, il volto dell’India moderna, britannica ed induista, occidentale ed oberata da superstizioni antichissime, avanzata ed al tempo medesimo afflitta dalla più grave arretratezza.

Rushdie, consapevole del risultato incerto, ha dichiarato che si tratta di un film “non perfetto, ma che non poteva esser fatto meglio”. Chissà, è probabile che un Ivory in forma ne avrebbe cavato ben di più. Tuttavia, che questa sia una pellicola degna ci sentiamo d’affermarlo: non fosse altro per far giungere ad un pubblico più ampio uno scrittore che - fatta salva la fama dovuta alla orrenda fatwa cagionata da I versi satanici - non è conosciuto quanto merita. Tanti potrebbero appassionarsi a La terra sotto i suoi piedi (1999), rivisitazione in chiave moderna del mito d’Orfeo ed Euridice tramite le popstar Vina e Ormus. Oppure a Shalimar il clown (2005), dichiarazione d’amore al Kashmir e strepitosa scorribanda in tre continenti,  lungo la seconda metà del secolo breve. O, semplicemente, andar a leggere proprio I figli della mezzanotte, per scoprirvi  certe frasi che colpiscono al cuore. “Avrei dovuto saperlo: al passato non si sfugge. Ciò che tu eri è ciò che sarai per sempre”: il Fitzgerald de Il grande Gatsby (1925) avrebbe annuito, malinconico.

                                                                           Francesco Troiano

  

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