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Il paradiso degli orchi

 Il paradiso degli orchi

Benjamin Malaussène, per certo, non conduce un’esistenza tediosa. In casa, deve prendersi cura del cane e di un gruppo di fratelli e sorelle minori, che la madre ha concepito dalle sue continue e instabili relazioni sentimentali. Quanto al lavoro, ne fa uno ben strano: il capro espiatorio. Impiegato in un Grande Magazzino è, difatti, pagato per assumersi la responsabilità di qualsiasi guasto di qualsivoglia oggetto venduto. Tutte le volte che viene convocato dall’Ufficio Reclami, è costretto a ripetere la medesima partitura: impietosire l’acquirente, sino al punto da costringerlo a non adir le vie legali. Proprio dopo aver finito una delle sue piccole recite, nel negozio esplode una bomba: un boato, delle urla, infine il silenzio. C’è una vittima, un uomo è stato dilaniato: ed è proprio il nostro, il principale indiziato...

 

“Au bonheur des ogres” inaugura la fortunata serie di romanzi - nata per scommessa e formata da 6 libri, scritti fra il 1985 e il 1999 - di Daniel Pennac, dedicata alla famiglia Malaussène: il titolo è mutuato da “Au bonheur des dames” (1883) di Emile Zola e, come questo, è ambientato in un grande magazzino. La saga di Belleville, si supponeva, sarebbe rimasta sempre su carta, per la difficoltà di far vivere personaggi che lo stesso autore non aveva “immaginato” in carne ed ossa. E’ stato un regista solo all’opera seconda, Nicolas Bary - aveva esordito nel 2008 con “I ragazzi di Timpelpach”, tratto dall’omonimo romanzo di Henry Winterfeld - a convincere Pennac a dare il via all’operazione, giunta in porto non senza alcune diatribe in sede di sceneggiatura.

 

Ma come ha incarnato, il giovane cineasta, figure evanescenti quali quelle della pagina scritta: a principiar proprio dal “frerè de famille”, l’omino di zucchero Benjamin, che tien le fila della singolare banda? Innanzitutto, affidandone la parte a Raphaël Personnaz, beniamino del cinema d’oltralpe (lo abbiamo visto lo scorso anno impersonare Vronsky in “Anna Karenina”); poi, calando nei panni dell’avvenente fidanzata Bérénice Béjo; e - infine - scegliendo per i ruoli di contorno dei caratteristi molto speciali (su tutti, il magnifico Stojil di Emir Kusturica). Inoltre, ha collocato il tutto in un luogo che - se all’interno somiglia ad un qualsiasi centro commerciale - mostra la facciata de “La Samaritaine”, mitico tempio Art Déco della moda. Ma, alla fine, qui è il tono a fare la canzone: e, pur avendo Bary apportato  modifiche rispetto alla versione letteraria (è scomparso Theo, ad esempio, grande amico della tribù dei Malousssene; e due sorelle, Clara e Louna, han trovato sintesi in una persona), è riuscito nell’impresa di creare un universo che conserva tutta la magia del testo, avendo inoltre dei tratti personali. Lasciano stupiti, incantati, le immagini: a iniziare dalla materializzazione delle mirabolanti avventure che Benjamin “racconta” alla sua impareggiabile famiglia, per non rivelar il grigiore delle proprie

giornate. La fantasia prende corpo, insomma, tra le profezie di Thérèse e la gravidanza di Louna, tra i problemi scolastici dei fratellini e le partite a scacchi con Stojil: e noi ci si fa prendere come bambini, si ritorna tali. Ed anche le risate, esplodono di continuo: come - direbbe Benjamin - dei “fuochi dentifricio”.

                                                                              Francesco Troiano

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