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Lo Hobbit - La desolazione di Smaug

 Lo Hobbit - La desolazione di Smaug

Dove’eravamo rimasti? Ah, sì: all’occhio dello spaventevole drago Smaug, guardingo a difesa del tesoro sottratto ai nani e sul punto di risvegliarsi. E’ da qui che parte il proseguimento delle avventure di Bilbo Baggins, in viaggio col mago Gandalf ed i tredici Nani, capitanati da Thorin Scudodiquercia, in lotta per la riconquista della Montagna Solitaria e il perduto regno dei Nani di Erebor. Sopravvissuta alle traversie, la Compagnia procede nel cammino verso Est, incontrando sulla propria via Beorn il cambiapelle e uno sciame di ragni giganti, nella cupa foresta di Bosco Atro. Dopo essere miracolosamente sfuggiti alla cattura da parte degli Elfi della Foresta, i Nani giungono a Laketown e, infine, alla meta: lo scontro con il drago Smaug, il più pericoloso fra i nemici, si chiude in una provvisoria parità...

 

Chi voglia sapere l’esito conclusivo della faccenda, avrà altri sei mesi da attendere: il trittico, infatti, solo allora raggiungerà la sua intierezza. S’era già detto lo scorso anno: la logica dello sfruttamento commerciale presiede al sequel della fortunata saga cinematografica de “Il Signore degli Anelli”. Diluir le 300 pagine dello smilzo romanzo eponimo - ambientato 60 anni prima della saga di Frodo, ed incentrato sulla figura giovanile di suo zio Bilbo - in un’altra, tonitruante saga era arduo: lo s’è fatto alterando, rimpolpando ed addirittura inventando di sana pianta vicende e personaggi, con esiti non sempre felici (i fan di Tolkien, ad esempio, hanno già lasciato trapelare il proprio disappunto di fronte alla guerriera elfa Tauriel, personaggio creato appositamente per il film; pure la presenza di Orlando Bloom - di nuovo nella parte dell’arciere elfo Legolas - non è stata vista di buon occhio, creata ad hoc com’è stata dal team di sceneggiatori). 

 

Quanto a questo segmento centrale, che dire? Sin dal primo, s’era capito con chiarezza che le pretese autoriali erano state rinfoderate, in favore di un’opera che si sforzava di rendersi fruibile anche ai non iniziati. Dispiaceva, del capitolo iniziale, il tono reso paradossalmente antiepico dalle troppe forzature verso il registro della comicità, ed un’aderenza al testo quasi pedantesca. Qui, il cineasta australiano ha abilmente mutato il registro, puntando sugli imprestiti da altri testi tolkieniani: il risultato, quanto meno nel ritmo, si fa di sovente elettrizzante (fatta salva una sovrabbondanza di situazioni e di personaggi verso la fine, gestita a fatica in sede di scrittura). Immaginifico, elegante, “La desolazione di Smaug” azzecca il tono incantato: gli ambienti - dai palazzi in stile Art Nouveau degli Elfi alla tetra fortezza di Dol Guldur - sono ricreati con una fantasia ed una visionarietà superbe. Nei momenti in cui l’azione incalza, si resta senza fiato: la battaglia fra Nani, Elfi e Orchi ad esempio, parossistica e survoltata com’è, si staglia fra i momenti più efficaci della pellicola; e la resa di conti fra Bilbo e Smaug, è di quelle cose che non si dimenticano con facilità.

 

Ovviamente, la parte tecnica in lavori del genere è importante. S’è già detto del 3D applicato a immagine a 48 fotogrammi al secondo: va aggiunto che il mix di scenari naturali, computer graphic e alto artigianato fornisce stavolta un risultato davvero convincente. Quanto agli interpreti, Martin Freeman aggiunge profondità al ritratto di Bilbo; Ian Mc Kellen e Richard Armitage hanno accenti addirittura shakespeariani, rispettivamente nei panni di Gandalf e Thorin. Insomma, magari di Tolkien non è rimasto un gran che: però di Peter Jackson sì, ed è un regista che merita, comunque, una visita.

                                                                              Francesco Troiano

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