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Luigi Di Ruscio, Scriba Assoluto. Un ritratto di Angelo Ferracuti

«Ho letto in qualche parte che gli intellettuali si dividono in due parti, in talpa e lepre. La talpa scava il suo buco imperterrita, la lepre vola da tutte le parti. La talpa nel suo buco e con pazienza lo scava, scava sempre lo stesso buco cerca le ultime conseguenze, va verso lo sprofondo […]. Io veramente vorrei essere sempre più talpa. Joyce è la talpa quasi perfetta, la lepre quasi perfetta è D’Annunzio o Petrarca, la talpa perfetta è Dante. Per le lepri ho avuto sempre un grande schifo».

Luigi Di Ruscio è stato poeta e narratore. Riconosciuto fin dagli anni Cinquanta come un talento violento e dissacrante, si è presto smarcato dall’etichetta sbrigativa di poeta-operaio per costruire una possente, vorticosa avventura letteraria che comincia dentro l’Italia ferita del dopoguerra. Quando nel 1957 lascia le Marche per trasferirsi in Norvegia, dove ha lavorato e costruito una famiglia, le sue prose si fanno ancora più intense e febbricitanti. La sua lingua, esiliata, si apre, si scardina, si reinventa. Il ritmo si fa convulso e netto.

A tre anni dalla morte, avvenuta ad Oslo il 23 febbraio 2011, esce per la collana Le Comete di Feltrinelli Romanzi, una raccolta delle sua opere in prosa. Il volume curato da Andrea Cortellessa e Angelo Ferracuti contiene i romanzi Palmiro, Cristi polverizzati, Neve nera e il racconto lungo giovanile (uscito solo in rivista) Apprendistato, in cui lo scrittore racconta la sua infanzia a Fermo.

“Memorie romanzesche”, le chiama lui stesso. Una complessa, beffarda immagine dell’Italia degli anni Cinquanta, l’unica Italia che lo scrittore ha di fatto conosciuto. Una provincia che diventa mondo e che soprattutto diventa fisicità di scrittura, stordimento, illusione di tempi che non si aprono e di ulcere che non si chiudono. Blasfemia e rigore demoniaco, verbale non chiuso di una rivoluzione in atto.

"Luigi Di Ruscio, è stato per molti scrittori della mia generazione un vero e proprio mito - dice Angelo Ferracuti a Rai Letteratura -. La dimostrazione vivente del rapporto profondissimo tra vita e scrittura, tra vocazione e destino. Una linea esistenziale che ha fatto di lui un esule perenne della letteratura. E che oggi ha raggiunto lo status del classico".

Luigi Di Ruscio è nato a Fermo nel 1930 ed è emigrato in Norvegia nel 1957. Per quarant’anni ha lavorato a Olso in una fabbrica metallurgica. Ha esordito con la raccolta di versi Non possiamo abituarci a morire (prefazione di Franco Fortini, Schwarz, 1953). La sua produzione poetica è proseguita con Le streghe s'arrotano le dentiere (prefazione di Salvatore Quasimodo, Marotta, 1966), Istruzioni per l'uso della repressione (Savelli, 1980), Firmum (peQuod, 1999), L’ultima raccolta (Manni, 2002), Poesie Operaie (Ediesse, 2007). Oltre a Palmiro (il lavoro editoriale, 1986, Baldini&Castoldi, 1996, Ediesse, 2011). In prosa ha pubblicato Le mitologie di Mary (Lietocolle, 2004), Cristi polverizzati (Le Lettere 2009), La neve nera di Oslo (Ediesse, 2010), Zibaldone norvegico (Pellegrini, 2013).

Angelo Ferracuti è nato a Fermo nel 1960. Ha pubblicato le raccolte di racconti Norvegia (Transeuropa, 1993) e Il ragazzo tigre (Abramo, 2007), i romanzi Nafta (Guanda, 2000), Attenti al cane (Guanda, 1999), Un poco di buono (Rizzoli, 2002), i testi teatrali di Comunista! (Effigie, 2008), i reportage de Le risorse umane (Feltrinelli, 2006, Premio “Sandro Onofri”), Viaggi da Fermo (Laterza, 2009), Il mondo in una regione (Ediesse, 2009). Dirige la collana “Carta bianca” per la casa editrice Ediesse .

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