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Majgull Axelsson, Io non mi chiamo Miriam

"Una vita di bugie” è quella vissuta dalla protagonista del romanzo della svedese Majgull Axelsson, Io non mi chiamo Miriam (traduzione di Laura Cangemi, Iperborea 2016). La finta Miriam ha ottantacinque anni quando all’improvviso sente il bisogno di rompere la barriera di silenzio dietro la quale si è trincerata. Lo fa con la nipote Camilla nel corso di una lunga passeggiata, raccontandole di non essere ebrea come ha sempre sostenuto, ma rom. Il cambio di identità è avvenuto quando da ragazza è stata spostata da Auschwitz a Ravensbrück. Spinta dall’istinto di sopravvivenza, ha deciso di rivestire i panni di una coetanea che le è morta davanti e da quel momento da Malika si è trasformata in Miriam. Questa nuova identità l’ha aiutata ad ambientarsi nella Svezia del dopoguerra, a sposare il dentista Olaf e a prendersi cura del suo figlioletto Thomas, rimasto orfano di madre alla nascita. I risvolti negativi sono stati la paura di essere scoperta e di perdere tutto (nel ’48 un gruppo di facinorosi se la prende con gli zingari, la malmena per strada e lei finge di essere caduta accidentalmente) e la convivenza con i propri incubi (l’immagine del fratello Didi, ucciso lentamente dagli esperimenti di Mengele continua a perseguitarla). Axelsson affronta un tema di grande attualità come il disprezzo che ha sempre circondato i rom, prima, dopo e durante la persecuzione nazista (gli stessi ebrei internati se la prendevano con loro), ricostruisce in modo molto crudo e realistico la vita nel campo di concentramento, e infine rivolge una stoccata contro l’ipocrisia dell’istituzione familiare (Thomas è in felicissimo con la moglie ma non si è mai divorziato, Camilla ama la nonna acquisita molto più della madre).

 

Nell’ambito dell’iniziativa Europa in Circolo, l’Ambasciatore di Svezia, Robert Rydberg, ha organizzato un incontro con Majgull Axelsson. In questa occasione l'abbiamo intervistata.

 

Majgull Axelsson è nata nel 1947. Dopo essersi affermata con inchieste su spinose problematiche sociali, come la prostituzione infantile nel Terzo mondo e la povertà in Svezia, ha esordito con successo nella narrativa. È cresciuta a Nässjö, dove si svolge parte della vicenda narrata in Io non mi chiamo Miriam.

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