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Maria Teresa Milano: Jordana e il processo al contabile nazista

 Maria Teresa Milano: Jordana e il processo al contabile nazista

Nell’aprile 2015 si svolge a Luneburgo in Germania il processo al novantaquattrenne Oskar Gröning, contabile ad Auschwitz. Tra il pubblico numeroso che assiste in aula c’è anche Jordana, una ragazza canadese. Ho guardato un nazista negli occhi, scritto da Kathy Kacer con Jordana Lebowitz, e tradotto in italiano da Maria Teresa Milano per Sonda edizioni, è il racconto di questa straordinaria esperienza. A sedici anni Jordana va ad Auschwitz con la scuola e rimane molto scossa dalla visita al campo di concentramento. In particolare la colpisce la testimonianza di Hedy Bohn, una superstite allo sterminio. Tre anni dopo Jordana invita Hedy nella sua università a parlare con gli studenti e in quest’occasione viene a sapere del processo Gröning. La ragazza decide di assistere a questo evento: contatta Thomas Walther, il giudice in pensione che si occupa di investigare su criminali nazisti, vince la resistenza dei suoi genitori che non vorrebbero mandarla oltreoceano da sola, trova persino un’istituzione (il Candianan Friends of Simon Wiesenthal Center) che la finanzia e le chiede di tenere un blog con le sue impressioni. Per una settimana Jordana si trova davanti l’uomo che riceveva sulla famigerata rampa di Auschwitz gli ebrei appena scesi dal treno e sceglieva gli oggetti di valore da inviare a Berlino. Il nodo del processo verte sulla domanda: la responsabilità di quanto è avvenuto ricade solo sui capi o anche chi si è prestato a fare da ingranaggio della macchina della morte è colpevole? Ascoltare i ricordi dei sopravvissuti e sentire le giustificazioni che Gröning, volontario nelle SS, dà del suo operato, nonché visitare la Germania e scoprire un paese deciso a fare i conti con il proprio passato costituisce per Jordana una grande lezione di vita.

Su Ho guardato un nazista negli occhi abbiamo intervistato Maria Teresa Milano, che da anni parla della Shoah ai ragazzi e ha tradotto questo libro.

L’originalità del libro di Kathy Kacer sta nel dare voce alle emozioni di una ragazza di fronte alla storia della Shoah e ai suoi protagonisti. Cosa prova Jordana assistendo al processo e come cambia il suo giudizio sulla Germania e i suoi abitanti?

Jordana è una ragazza della “terza generazione”, di quei nipoti che sentono sulla pelle la tragedia della Shoah, ma che non sempre conoscono quel che è successo ai propri cari, perché in casa un racconto vero e proprio non c’è mai stato. Jordana compie un viaggio ad Auschwitz con la scuola e porta con sé frammenti di memorie famigliari, ma solo di fronte ai cancelli del Lager e al famigerato cartello Arbeit macht frei si ritrova per la prima volta di fronte alla storia. Jordana è una ragazza esuberante, impetuosa, crede nei grandi ideali ed è pronta a sfidare il mondo pur di portare avanti le proprie battaglie. Talvolta è ingenua, specie nei suoi giudizi-pregiudizi sulla Germania, proprio perché la sua identificazione con il vissuto dei nonni è fondata su una presenza-assenza e manca di oggettività e di conoscenza storica. Assistendo al processo di Luneburgo, la ragazza scopre che la realtà non è solo bianca o nera e che le sfumature sono destabilizzanti. È confusa quando si rende conto che Oskar Gröning, il contabile di Auschwitz accusato di complicità in omicidio di 300.000 esseri umani, in realtà le ricorda un po’ il nonno. Avrebbe preferito fosse un mostro, non un uomo anziano e fragile. Ed è confusa, perché al processo incontra folle di tedeschi (quel popolo che credeva ancora legato al nazismo), che invocano una condanna per Gröning. Conosce anche il nipote di un noto ufficiale nazista, che si vergogna profondamente del suo retaggio e collabora con istituzioni ebraiche in Germania per ricucire lo strappo. Anche lui appartiene alla “terza generazione”, anche lui ha ricevuto un’eredità pesante, anche lui come Jordana cerca di fare i conti con la propria vita e sente forte la responsabilità di intervenire in quella storia in cui si ritrova catapultato suo malgrado.

Qual è il valore storico della condanna di Gröning e perché è importante che i ragazzi riflettano su questa figura che non è una di quelle di primo piano del nazismo?

La condanna di Gröning è importante perché ci dice che anche se sono passati decenni, il crimine non può essere cancellato. La legge e la società, prendono coscienza del fatto che il male non ha “scadenza” e che chi si è reso colpevole di un tale orrore deve pagare, anche se ha 94 anni, anche se è debole e malato. Nel 2015 Oskar Gröning è stato condannato a quattro anni di reclusione, ma i suoi avvocati hanno presentato ricorso in appello. Al momento della pubblicazione della storia di Jordana in America, la situazione era ancora in stallo.

Il mese scorso, proprio nei giorni in cui l’editore Sonda si preparava a mandare in stampa l’edizione italiana, su alcuni giornali esteri è comparsa una notizia: il tribunale di Celle (Bassa Sassonia), ha rifiutato il ricorso in appello presentato dagli avvocati dell’ex SS Oskar Gröning, il contabile di Auschwitz che nel 2015 fu dichiarato colpevole di complicità in omicidio di 300.000 persone e condannato a quattro anni di reclusione. Un’attenta analisi medica ha dimostrato che Herr Gröning è idoneo al carcere e può dunque scontare la pena.

Un segno forte e importante per tutti, non solo per i ragazzi che leggeranno questo libro.

È importante conoscere la storia di Gröning, in apparenza un personaggio minore, perché è il simbolo di quella banalità del male che si manifestò in tutta la sua forza durante il processo ad Adolf Eichmann nel 1961. Il contabile, che si è limitato a fare il proprio dovere e non ha mai “premuto il grilletto né maneggiato Zyklon B”, l’anziano che si dice dispiaciuto per quanto è successo, è colpevole come tutti quelli che hanno oliato gli ingranaggi della macchina del male. Ed è importante ricordare che ieri come oggi, sono gli ingranaggi, anche i più piccoli e semplici, a muovere le macchine e che il male è responsabilità sia di chi lo compie sia di chi si limita a osservare.

Tutto nasce da un primo viaggio dal Canada ad Auschwitz. Visitare il campo di sterminio, come fanno ragazzi di tutto il mondo, aiuta le giovani generazioni a comprendere più a fondo la realtà dei campi di sterminio?

Credo che visitare un campo o un Lager, camminare su quelle pietre, toccare le pareti delle baracche, sia un’esperienza molto forte, utile a creare consapevolezza. È uno shock vedere con i propri occhi la realtà, perché passare dai libri di scuola e dalla fiction allo spazio fisico della tragedia innesca negli studenti (come negli adulti) un universo di sensazioni, anche contrastanti.

Ma lo spazio emotivo, per quanto importante, è il punto di partenza e non certo quello di arrivo. Il momento davvero importante è quello che segue la visita, quello in cui gli accompagnatori guidano gli studenti nella rielaborazione dell’esperienza, per creare un percorso di conoscenza, mettendo al centro la storia e costruendo nessi e relazioni tra passato e presente. E soprattutto insegnando ai giovani che, come dice Piotr Cywinski, direttore del Museo di Auschwitz nel suo bellissimo libro: “Auschwitz sommerge. In tutti i sensi. È difficile gestire qualcosa che non si potrà mai capire del tutto”. Ed è proprio così, nessuno di noi potrà mai capire del tutto, anche dopo anni di studio e migliaia di pagine, anche dopo aver visitato diversi “luoghi della memoria”.

 

Maria Teresa Milano, dottore di ricerca in Ebraistica, autrice e traduttrice, è docente di ebraico presso lo Studio Teologico Interdiocesano di Fossano e coordina progetti e percorsi educativi per conto di istituti storici ed enti culturali. Cura la rubrica «In ascolto» per Pagine Ebraiche – Moked. Con le Edizioni Sonda ha pubblicato: Il Libro della Shoah, Come (non) si diventa razzisti e Musica, Maestra!. All’attività di ricerca affianca quella artistica come cantante nel gruppo klezmer Mishkalé.

Kathy Kacer (Toronto) proviene da una famiglia scampata alle persecuzioni naziste. Laureata in psicologia, ha lavorato con adolescenti problematici e le loro famiglie per molti anni. Organizza incontri nelle scuole e nelle biblioteche negli Stati Uniti e in Europa sull’importanza di comprendere l’Olocausto e di tenerne viva la memoria. In Italia, sono stati pubblicati Giornalisti segreti (DeAgostini, 2008), Un posto sicuro (Giunti, 2009), ed Eravamo bambini (Elliot, 2010).

Jordana Lebowitz, fin dall’adolescenza si è impegnata nella difesa della memoria dell’Olocausto e dei diritti umani, e ha collaborato con il Museum of Tolerance in California e con il Jewish Holocaust Centre in Australia. Vive a Toronto, ma gira tutto il mondo con i suoi progetti umanitari.

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