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Philomena

 Philomena

Irlanda, 1952. Ancora adolescente, Philomena Lee è cacciata dalla propria famiglia perché incinta. Finita ospite al convento di Roscrea, vi partorisce il “figlio della colpa”: per ripagare le religiose dell’ospitalità, la ragazza lavora in lavanderia e può vedere il piccolo Anthony solamente per un’ora al giorno. A tre anni, il bimbo le viene tolto per esser dato in adozione ad una facoltosa coppia americana. Mezzo secolo più tardi, la donna - che nel frattempo si è coniugata, è rimasta vedova e ha avuto un’altra figliola - vorrebbe ritrovare il figlio perduto, ma le suore rifiutano di darle informazioni. Per avere aiuto, allora, si rivolge al giornalista Martin Sixsmith, conosciuto per caso dopo che egli è stato estromesso dallo staff di Blair, causa un equivoco nella comunicazione con la stampa. L’uomo, di fronte ai molti ostacoli, non demorde e trova le tracce di Anthony negli Stati Uniti: è così che i due decidono di partire alla volta degli Usa, alla ricerca di una verità che si dimostrerà imprevedibile...

 

Basato su una storia vera, narrata nel libro eponimo - uscito, da noi, per Piemme - proprio da Sixsmith, “Philomena” era in concorso alla Mostra di Venezia: in un’edizione all’insegna del nuovismo, non vi ha ottenuto riconoscimenti, eccetto che alla sceneggiatura. Si tratta di un esempio di quel cinema che, ai tempi della nouvelle vague, si sarebbe definito “di papà”: ben scritto, diretto, interpretato, senza azzardi formali. A decenni da quegli anni tumultuosi, tali caratteristiche son tornate a esser di merito: tanto che nella ricca filmografia del prolifico Stephen Frears, la pellicola si ritaglia un posto d’onore. Inserendosi a meraviglia dentro l’ambito delle comedy proletarie del nostro, tra Inghilterra (“My Beatiful Laundrette”, 1985; “Liam”, 2000) ed Irlanda (“The Snapper”, 1993; “Due sulla strada”, 1999), esso si ricollega inoltre, per tematiche ed ambienti, al “Magdalene” (2002) di Peter Mullan, dove la realtà di codesti orribili conventi - le “peccatrici” vi erano fatte oggetto di ogni forma di sopruso - veniva denunciata con estrema virulenza.

 

In verità, il film di Frears neppure per un attimo si propone di essere un pamphlet (tanto che il regista, in diverse interviste, ha dichiarato che gli piacerebbe fosse visto dal pontefice ora in carica): piuttosto, il cineasta inglese va in cerca del magico punto di fusione tra commedia e dramma. La mediazione si rivela vincente, ché “Philomena” eccelle nell’alternare sorriso e lacrime, grazie pure a delle interpretazioni eccellenti. Lode a  Steve Coogan per cominciare, star comica in patria soprattutto per la tv, qui sceneggiatore e produttore - oltre che attore nei panni di Martin: una parte più difficile di quanto può sembrare, sospesa com’è tra partecipazione e distacco. Se poi si ha da recitarla accanto a Judi Dench, l’impresa è ancora più ardua: qui l’arte della recitazione si esercita a un livello talmente alto da diventar compenetrazione, identificazione, pietà. Tutto il film poggia sul contrasto fra una donna che, malgrado l’ingiustizia patita, non rinnega la propria fede neanche per un attimo, ed un intellettuale agnostico che, infine, è sgombro da qualsiasi senso di fittizia superiorità. Costruito alla stregua di un thriller, “Philomena” è assai efficace nel montaggio -  in scioltezza fra passato e presente, tra indizi e rivelazioni - ed evita le scene madri (la commozione vi affiora soltanto nella sequenza in cui l’anziana mamma guarda i filmini dell’infanzia del figliolo: ma è, pure qui, sapientemente rattenuta). Lo scioglimento, dopo cotanto dolore, è quasi all’insegna della serenità: la cosa più importante - ammoniva Welles ne “La signora di Shangai” - è invecchiare bene. Philomena, ora, può farlo.

                                                                              Francesco Troiano

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