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Speciale Legalità: parla Don Luigi Merola

Don Luigi Merola, parroco di San Carlo Borromeo alle Brecce, a Napoli: “Ad un bambino spiegherei che la legalità, o questa sete di giustizia, può avvenire attraverso l’impegno quotidiano. Per me questa è la legalità: essere cittadini e impegnarsi giorno dopo giorno.”

“Il dramma – che sono poi dati del MIUR – è che i ragazzi che escono dalla scuola superiore dopo cinque anni non sanno la matematica, non sanno l’italiano, non conoscono le scienze sociali... E questo è un dramma perché Caponnetto, quando ha fatto il pool in Sicilia contro la mafia, ha sempre detto: ‘Io sogno che un giorno la mafia non deve più aver paura dei magistrati... io sogno che un giorno la mafia deve aver paura della scuola’. Perciò ben vengano questi interventi, ben vengano la televisione che si interessa dei ragazzi e dell’educazione. Ricordiamoci che oggi il vuoto in Italia non è solo un vuoto economico, la crisi non è solo economica; il vuoto in Italia è anche culturale. La crisi – dice oggi il papa, Benedetto XVI – è un’emergenza educativa.”

“Nascere in un quartiere come Forcella, o Zen a Palermo, oppure a Locri, non è un difetto, assolutamente. Ma il contesto può condizionare, il contesto in cui un ragazzo vive, può condizionare la vita vissuta di quel ragazzo. Io ho sempre detto che nessuno nasce delinquente, lo si diventa. Noi dobbiamo fare in modo che i loro figli vengono avvicinati da queste associazioni, che io definisco ‘associazioni bonificate’, associazioni dove trovano un’aria pulita, bonificata, nel senso che è diversa da quella delle loro famiglie di appartenenza [...] e vengono avviati in percorsi di vita nuovi.”

“L’Italia non ha bisogno dell’esercito dei soldati, perché - quando arrivano i soldati, il magistrato - è già tardi. L’Italia ha bisogno di un esercito di insegnanti, di educatori, di genitori che devono tornare a fare i genitori, di preti che devono tornare a fare l’oratorio. [...] Lo voglio dire a chiare lettere, che si può andare avanti anche così. Non fa niente che lo stato non fa lo Stato a volte. Cominciamo noi, come diceva allora John Kennedy, cominciamo noi a fare lo Stato. Non chiedete più cosa fa lo Stato per voi, ma da oggi incominciamo noi a chiederci cosa facciamo per lo Stato.

“Io ho conosciuto don Peppino Diana, il prete ammazzato dalla camorra [...] il 19 marzo a Casal Di Principe, mentre si accingeva a celebrare messa. Ho visto questo prete che, a Casal di principe, ha aperto la chiesa agli ultimi, ai giovani; è stato un prete che ha sentito l’odore delle pecore: un pastore che sente l’odore delle pecore, come dire, anche la puzza delle pecore. Poi, nei miei anni di studio, ho conosciuto Don Lorenzo Milani, attraverso la lettera a una professoressa, dove diceva che la scuola è come un ospedale: deve curare chi ha più bisogno. E mi sono innamorato di questo prete, perché ho capito che bisogna iniziare dai bambini, se vogliamo formare cittadini onesti. Così come ho conosciuto, sempre attraverso i libri, San Giovanni Bosco, il suo metodo preventivo – fondamentale oggi nella scuola italiana. Perché il metodo repressivo non porterà da nessuna parte; porterà solo i ragazzi ad allontanarsi dalla scuola, e porterà a far crescere l’esercito della camorra, della mafia. Perché una persona ignorante non può far altro nella vita che fare la sentinella o la manodopera del camorrista o del mafioso di turno.”

“Certo, Forcella ha segnato terribilmente la mia vita, in bene e in male. In bene perché ho conosciuto Annalisa Durante, un angelo che oggi non c’è più, perché è una delle vittime innocenti delle tante faide camorristiche di Napoli. A Napoli abbiamo attualmente 102 clan attivi; ogni clan gestisce un territorio, una porzione di territorio con i suoi traffici illeciti: una delle prime entrate della criminalità organizzata è la droga. E il clan che prende il nome dal boss, il cognome proprio – per es. a Forcella c’era il clan Giuliano – aveva quei soldatini, che erano dei ragazzini che facevano da sentinelle. Una sera uno di questi doveva essere ammazzato, Annalisa si trovava sotto casa sua e un proiettile vagante l’ha colpita ed è morta lì sul colpo. Sono stato minacciato di morte, dopo l’omelia di fuoco che ho fatto contro il clan che gestiva i miei fedeli, i miei cittadini. Mi sono messo contro, ma non solo quel giorno; io già ero contro di loro. Perché il bene è bene e il male è male; cioè non si possono accettare i compromessi. Noi dobbiamo dire quando una cosa è buia è nera; quando una cosa è bianca, è bianca. E ho chiesto, non solo ai miei collaboratori, ma anche alla gente, di ribellarsi contro la camorra, facendo, organizzando delle marce contro di loro. E poi facendo smantellare le telecamere dei clan. Ho chiesto allo Stato di fare lo Stato, di venire a controllare le piazze, che non erano più le piazze date ai miei bambini per correre, ma erano piazze date agli spacciatori di droga per uccidere.”

“Non è normale che un prete abbia la scorta. Non è normale in un paese che si definisce civile. [...] Non è normale, perché un prete è portatore di pace. Non è normale, perché un prete lavora con i giovani, con i ragazzi. Un prete non fa il questore, non fa il prefetto, non fa il sindaco. In un quartiere come Forcella questo è diventato normale purtroppo, perché la Chiesa si sostituisce allo Stato. Io, nella mia permanenza a Forcella, ho detto: ‘Non andate più dal boss, venite da me’. Ho cercato di contrastare i clan dando come Chiesa dei servizi. In questo caso mi sono fatto tanti nemici, e così hanno tentato di uccidermi, sono venuti sotto casa mia, hanno tentato di farmi fuori, di spararmi. C’è quell’intercettazione dove si dice: ‘Questo prete lo dobbiamo ammazzare sull’altare’.”

“Insieme siamo più forti. Facendo coro, saremo vincenti. Se rimaniamo soli, come dicevano i famosi giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, allora - se soli - si è perdenti. Noi dobbiamo creare, a scuola innanzitutto, questa mentalità del gruppo, della squadra.”

“Io direi che la povertà o il contesto sociale poco sano può essere un fattore per deviare, ma non è l’unica causa. Al Nord secondo me è la bella vita che porta alla devianza. Al Sud sono proprio i clan che attirano le attenzioni dei giovani, degli adolescenti. [...] Lo dobbiamo dire ai ragazzi: ‘Ricordatevi, il boss o va in carcere o viene ammazzato, non ha vita lunga. L’età media è 30/35 anni; se volete campa’ e se volete vedere i figli dei vostri figli, ecco, ricordatevi che l’unica strada è la strada della legalità, è la strada della giustizia, è la strada - io dico - della responsabilità. E che lo Stato è lo Stato e la camorra – lo possiamo dire, lo dicono i collaboratori di giustizia – è merda’.”

“La Chiesa istituzionale, che benedice soldati, mafiosi, camorristi, quella è la Chiesa che, diciamo, si autocelebra, la Chiesa che si pontifica, che si auto pontifica. E noi sappiamo benissimo che nel Vangelo non è questa la Chiesa di Gesù. La Chiesa è anche la Chiesa della denuncia; la Chiesa dove Gesù ha anche buttato fuori i mercanti del Tempio; la Chiesa che non deve aver paura, che deve salire sulla croce fino a dare la vita, come ha fatto Gesù, come lo hanno fatto tanti preti che si sono fatti ammazzare per una causa giusta e per il proprio popolo.”

“La giustizia non la possiamo dividere tra quella divina e quella terrena. Perché per avere la giustizia divina, dobbiamo vivere bene sulla terra. Diceva Giovanni XXIII: ‘Guardate il cielo, ma avendo nel cuore la terra’. È bella questa espressione: guardate il cielo... Un cristiano deve guardare il cielo, ma deve avere a cuore la terra, cioè deve vivere bene sulla terra. Noi dobbiamo rispettare prima la giustizia umana.”

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