Seguici    
Accedi

Effettua il LOGIN

Hai dimenticato la password?
REGISTRATI ADESSO!

oppure accedi tramite...

 

Istituzione e Differenza. Attualità di Ferdinand de Saussure

In occasione del ciclo di incontri Istituzione e Differenza. Attualità di Ferdinand de Saussure, promossi nel centenario della morte del grande linguista svizzero, l'Istituto Svizzero di Roma ha realizzato una serie di interviste.

Materiali tratti dal sito www.differenzadesaussure.istitutosvizzero.it

 

Leggere la narrativa, sentire la lingua 

di Massimo Prampolini

A che cosa serve, per chi ama leggere e dedica tempo alla letteratura, sentire la lingua, fare riflessioni sul linguaggio? Il vantaggio della lettura non è, a ben vedere, proprio nel suo automatismo? S’impara una volta per tutte e poi si legge qualunque cosa, senza tornare più sopra agli aggettivi, agli avverbi, alle frasi. In fondo, è bene leggere come si respira, senza pensarci: correndo sulle righe dietro alle immagini che la scrittura mette a disposizione. Se leggere un libro è come percorrere un cammino, perché fermarsi a considerare dove e come si mettono i piedi? C’è la mèta che ci aspetta.

Ecco, se c’è una rivelazione che gradualmente conquista chi progredisce nel gusto della lettura, questa sta nello scoprire che la sua bellezza non è nella mèta, non è nel finire il libro. Al contrario, una lettura condotta con piacere e soddisfazione, una volta giunti alla fine ci lascia nel vuoto, nella cessazione degli avvenimenti, e spinge a tornare indietro, a ripercorrere anche solo con la mente le pagine in cui il racconto si svolgeva e prendeva vita. Che altro facciamo quando ripensiamo un libro o un film?

Ma, in che cosa consiste la vita di un racconto? Che cosa rende reale una narrazione, al punto di sentire le figure vive come se le avessimo effettivamente conosciute e partecipato alla loro azione? Che cosa fa dimenticare la messa in scena e fa supporre d’essere nella realtà? Questa cosa è la lingua, quel succedersi di aggettivi, avverbi, frasi che hanno dato forma, l’unica forma d’esistenza, a ciò che abbiamo letto. Il linguaggio, in questo senso, ha le stesse facoltà di un miraggio: costruisce apparenze che hanno l’aspetto del vero. Se nelle pagine di un quotidiano, un giornalista burlone introducesse ad arte episodi inventati, noi non ce ne accorgeremmo. Miracoli e illusioni del linguaggio che dà corpo alle ombre lasciate sulla pagina dall’inchiostro.

Se le cose stanno così allora la lettura non potrà restare separata dalle riflessioni sulla lingua: ed è quello che di fatto accade a livello intuitivo. Durante la narrazione la macchina del linguaggio fa doppio lavoro: costruisce scenari comunque verosimili; ma nello stesso tempo lavora sul lettore con sinonimi, metafore, neologismi, espressioni idiomatiche che gradualmente lo plasmano, gli insegnano nuovi modi di manifestarsi, lo conducono su insospettati punti di vista, ne fanno una persona nuova, arricchita.  

C’è di più. Il linguaggio è un illusionista generoso: fa credere al lettore che tutto ciò che con la lettura lo va trasformando, i nuovi scenari che si figura, siano prodotti suoi (del lettore), siano riflessi della propria creatività e fantasia. Non avverte, il lettore, che quella capacità di suggestioni, d’immedesimazioni e d’attese in cui la lettura lo proietta è tutta lì, tra quei sostantivi, verbi, aggettivi, sineddochi, enfasi.

Ma vale anche il contrario. Come il pesce nella nassa, il lettore collabora attivamente a farsi irretire nell’inganno. Coopera con il testo, si compiace nell’interpretare, cerca contraddizioni e coerenze nell’azione e nei personaggi, assapora la parola giusta, la sintassi efficace, è pronto ad accettare qualsiasi ripetizione come qualsiasi novità. Il buon lettore è vittima della propria supponenza, e il linguaggio non aspetta altro che dei supponenti.

Torniamo all’interrogativo di partenza. Serve fare riflessioni sulla lingua? Dal poco che abbiamo accennato sembra proprio di si. Anzi, a ben vedere, il problema si sposta rapidamente su un nuovo piano, perché le riflessioni sulla lingua avranno a propria volta forma linguistica. Illusionista formidabile, vero Mercurio, dio dei mentitori e dei ladri, la lingua vive in perenne conflitto d’interessi: pretende legalità indiscussa, oltre che mettersi a posto e giudicarsi da se stessa.

Serve, dunque, una guida adeguata per condurre riflessioni sulla lingua, sulla sua essenza doppia e sfuggente. Serve un linguista allo stesso tempo classico e atipico. In questa prospettiva, riattraversare con Ferdinand de Saussure lo sviluppo delle conoscenze linguistiche nel Novecento, costituisce un’occasione eccezionale. Un po’ come osservare il cielo notturno insieme a un bravo astronomo, pronto a segnalare le costellazioni, realmente esistenti e allo stesso tempo effetto di aberrazioni, luoghi di arbitrarie alterazioni ottiche e cognitive. Saussure è il Copernico della linguistica: con lui la nostra concezione del linguaggio cambia inesorabilmente.

Allora cambierà anche quella complessa pratica ludica e intellettuale che è la lettura. La quale non può in alcun modo prescindere dalla mobilità e dall’instabilità in cui il linguaggio ci pone. Il nostro leggere sarà, volendo, altrettanto spensierato, teso nella corsa verso la fine del libro; ma la corsa avrà anche soste sorprendenti, quelle note agli escursionisti esperti: soste sulla forma del testo, sul suo andamento, i suoi ritmi, sulla morfologia e l’ordine delle parole, e su come da questi ingredienti linguistici nascono le figure in cui ci proiettiamo.